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Marco Di Marco: “Ian Curtis. Broken heart romance”

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Il 18 maggio 1980 Ian Curtis, leader della band inglese dei Joy Division, si impiccava nella sua casa a Macclesfield, un sobborgo di Manchester. Con una frase abusata...

Il 18 maggio 1980 Ian Curtis, leader della band inglese dei Joy Division, si impiccava nella sua casa a Macclesfield, un sobborgo di Manchester. Con una frase abusata si potrebbe dire che da quel momento “iniziava la sua leggenda”. La musica dei Joy Division rimane, a distanza di quasi trent’anni, un imprescindibile punto di riferimento nella storia del rock e il suo leader una delle ultime figure carismatiche della cultura pop. Una figura fragile e contraddittoria quella di Ian Curtis che nei suoi testi analizzava spietatamente il lato doloroso della vita, la solitudine nei rapporti umani, i “piaceri sconosciuti” (Unknown Pleasures è il titolo del primo album dei Joy Division, cui seguirà il postumo Closer). Erano anni di decadenza quelli (molto simili ai tempi che viviamo oggi) e la musica dei Joy Division ne fu l’adeguata colonna sonora.

Nei cinema italiani è arrivato finalmente il film Control di Anton Corbijn (geniale fotografo e regista di videoclip musicali) che racconta il percorso esistenziale ed artistico di Ian Curtis. Da pochi mesi nelle librerie è invece Joy Division. Broken heart romance (Arcana edizioni, € 18,50) di Marco Di Marco, un’appassionante e appassionata analisi dei testi dei Joy Division. A Marco, che è fra l’altro uno dei redattori editoriali di Minimum Fax, ho fatto qualche domanda…

 

 

Ian Curtis sembrava voler far convivere nella sua vita cose fra loro molto distanti: una famiglia e un lavoro “normali”, il suo votare conservatore con un immaginario che invece si rifaceva a Bowie, Lou Reed, ai testi di Burroughs e di Ballard… 

Sì, è una dicotomia, o meglio la contraddittorietà, che spesso risiede nelle persone di talento. E che può tramutarsi, come nel suo caso, in un serio dissidio interiore. Di questo dissidio, di questa sorta di tormento, parla spesso nei suoi testi, a volte in maniera più esplicita (“Two ways to choose – which way to go / Decide for me – please let me know”, Something Must Break giusto per citarne uno), a volte in maniera maggiormente sottesa tra le righe, ma resta sempre uno dei fulcri della sua poetica, e della sua esistenza. Come se l’immaginario di riferimento (scrittori, poeti, artisti del visionario) fosse una sorta di ideale contrappasso – o la valvola di sfogo a scaricare pressione – al suo vivere il quotidiano, e alla necessità di quel quotidiano che andava a rappresentare, comunque, l’ancoraggio alla realtà.

 

Curtis, qualche giorno prima di morire, scriveva: “Quando sono lassù, a cantare, non capiscono quanto io do e quanto mi sconvolge. Ora vogliono di più, e non so se ce la faccio. È come se non stesse succedendo a me, ma a qualcuno che fa finta di essere me. Non ho più controllo”. Sembrano le parole di un eroe romantico più che di una rockstar…

Più che di eroe romantico io vedo tutta la sua vicenda come la storia di un’antieroe. Mi spiego: fondamentalmente quella di Curtis è la storia di un grande fallimento esistenziale, tutto incentrato appunto sul controllo, cioè sulla perdita progressiva del controllo, ma non è neanche una vicenda da sturm und drang, quanto piuttosto una di quelle notizie da cronaca nera che si leggono nelle edizioni locali dei quotidiani. Il fatto che fosse il frontman di un gruppo rock emergente diventa solo uno degli elementi dello scenario.

 

Gli anni che stiamo vivendo sembrano fatti apposta per i testi e la musica dei Joy Division, non credi?

L’occidente vive quella che da sempre sappiamo chiamare “decadenza” e sicuramente la musica e i testi dei Joy Division, di questa decadenza, nel suo significato umanistico, hanno saputo essere manifesto e denuncia. Penso a canzoni come Atrocity Exhibition, Decades, ma anche all’attualità di alcuni brani che usano l’immaginario bellico e post-bellico (l’Ep An Ideal for Living), o alle primissime composizioni che dipingono perfettamente lo stato d’animo della gioventù bruciata della provincia inglese del postindustriale (At a Later Date, They Walk in Line, ad esempio).

Cosa pensi del film di Corbijn? A me ha soprattutto colpito l’atmosfera che ha ricreato di quella fine degli anni Settanta. Uno scenario da dopoguerra…

Il film è, almeno secondo me, un esperimento ben riuscito. Ha il pregio di raccontare tutta la vicenda in quella dimensione “privata” che fa di Curtis un ragazzo come tanti altri, che vive un’epoca di decadimento e alienazione sociale, non sa coniugare la sua voglia e la sua ambizione artistica con il suo ruolo di marito e padre (che poi la prospettiva del libro di Deborah Curtis, Così vicino, così lontano, da cui il film è tratto). In più la bravura di Corbijn risiede anche nella fotografia usata nel film (non per niente è stato un grande fotografo della scena artistica e sociale di quegli anni) che riesce a riprodurre perfettamente quella provincia inglese della working class che ha visto quella ricostruzione del dopoguerra finire troppo in fretta.

 

A volte mi viene da pensare che nella new-wave mancuniana degli anni Ottanta ci sia stato un passaggio di consegne, dallo spleen “tragico” dei Joy Division a quello più “morbido” degli Smiths. Cosa ne pensi?

Forse hai ragione, è una questione di morbidezza, ma credo che sia però una morbidezza estetica, cioè di suono (i trapezismi leggeri della chitarra di Johnny Marr, al posto delle corde di Sumner, che sapevano essere taglienti come lame o ruvide come la pietra), e di linguaggio, non tanto di contenuto. Gli Smiths hanno saputo raccontare storie ugualmente forti, utilizzando però un elemento ludico sia nei suoni che nei testi, che i Joy Division sicuramente non avevano. Basta pensare alla storia di There is a Light That Never Goes Out, o a Bigmouth Strikes Again. Era una diversità di approccio a tematiche anche simili per certi versi.

 

Come giudichi i gruppi che sono nati negli ultimi anni e che si rifanno al sound dei Joy Division? Mi vengono in mente soprattutto gli Editors e gli Interpol.

Be’, in realtà oltre all’aspetto derivativo di certe sonorità e all’aura goth di alcuni testi (preferendo di gran lunga gli Interpol agli Editors), non riesco a fare un reale confronto, mi sembrano storie così diverse, figlie di epoche diverse, separate da quella grande diga che è l’informazione massificata.

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