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Vittorio Zucconi: “Domani è il primo giorno del resto della tua vita e non l’ultimo giorno della vita che hai vissuto fino ad adesso”

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Vittorio Zucconi, corrispondente dagli Stati Uniti per La Repubblica, presenta vizi e virtù dell’America e degli americani. L’occasione è il nuovo libro, L’Aquila e il pollo fritto, in cui...

Vittorio Zucconi, corrispondente dagli Stati Uniti per La Repubblica, presenta vizi e virtù dell’America e degli americani. L’occasione è il nuovo libro, L’Aquila e il pollo fritto, in cui il giornalista mette insieme i motivi giusti per cui odiare e amare questo paese. Scritto in tempi non sospetti, Obama non era ancora diventato il primo presidente nero del paese, è una lucida analisi su un luogo davvero sorprendente.

 

L’aquila e il pollo fritto nasce dai suoi articoli americani?

In parte sono cose che erano già state scritte e pubblicate e poi, scrivendo e raccogliendo queste cose, mi sono reso conto che in questi anni, soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq, io che avevo scelto di diventare americano, in realtà iniziavo ad avere dei seri dubbi di volerlo essere ancora. Ho pensato questa non è l’America nella quale io ho voluto vivere, trapiantare la mia famiglia. Non è questa l’America in cui mi riconosco, quella delle torture, quella che va a invadere altri paesi senza ragioni concrete, quella che mi racconta delle balle clamorose per bocca del Presidente, quella che nega i diritti costituzionali, che arresta persone e le sbatte in un lager senza neanche accusarli. E allora ho sentito il bisogno, siccome non so fare altro, di scrivere quasi una lettera  a me stesso.

 

Devono essere molti, invece, i motivi per cui ama questo paese, visto che poi ci è rimasto.

Infatti, mi dicevo: questo paese lo detesto, ha mille cose odiose, fa delle cose da mangiare che fanno schifo, per trovare una pizza decente devo girare come un pazzo, per trovare un po’ di pomodorini devo fare contrabbando, però poi mentre scrivevo le ragioni per cui odio l’America, scoprivo poi le stesse ragioni per le quali la amo. Credo che si riassumano in una parola sola: la speranza. Vengo in Italia spessissimo, però quando torno vado un po’ in depressione. Sono per natura ottimista ed estroverso, però questo senso di terrore del domani che c’è in Italia mi butta giù. Oddio cosa succederà domani ? Cosa ne sarà di me? Avrò il lavoro? Sarò ancora una democrazia? Questo, anche nei momenti più bui degli ultimi sette/otto anni in America non c’è. Ho questa sensazione di dire questa frase americana che a me piace moltissimo “domani è il primo giorno del resto della tua vita” e non l’ultimo giorno della vita che hai vissuto fino ad adesso.

 

Si può dire che la vittoria di Obama sia un po’ la materializzazione di questa speranza?

Certo. Questa speranza si è realizzata, poi magari è una fregatura, magari è come un secondo matrimonio che è peggio del primo (si dice in America che risposarsi dopo un divorzio vuol dire il trionfo della speranza sull’esperienza.) Però, c’è qualche cosa di nuovo, ecco, io torno in America con ansia perché so che ci sarà qualcosa di nuovo, non so che cosa sarà, ma ci sarà qualcosa di nuovo. Noi, in America, siamo dei tossicodipendenti del nuovo. Naturalmente, tutto questo ha dei prezzi quindi sono un amante, un padre, un marito di questo paese molto lucido e anche molto innamorato.  Con tutto il male che si può dire dell’America, non so come sarebbe un mondo al cui centro ci fossero la Russia, la Cina o altri paesi. Insomma, tutto sommato meglio Bugs Bunny e la coca cola e il pollo fritto.

 

In Italia, è possibile credere in un “Yes, we can”?

In Italia starebbe meglio un “mo’ vedemo”,  oppure “un bel dì vedremo”, preso  da Puccini. È quasi impossibile immaginare un caso Obama in Italia, non sono nemmeno convinto che noi lo vorremmo.  Mi sono chiesto, all’inizio della campagna, quest’uomo si chiama Hussein ma quanto tempo ci vorrà in Italia per avere un serio concorrente a fare il primo ministro che si chiama Mohammed o Magdì, senza nascondersi dietro altri nomi? Vent’anni, forse? Credo di si, perché noi, in realtà, siamo straordinariamente conservatori.

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