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Roberto Cotroneo: “Il ’68? La pietra tombale per la crescita culturale del paese”

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"Rimango affascinato quando vedo interi scaffali pieni zeppi di libri. La mia prima reazione a quel punto è sempre la curiosità. Voglio vedere che cosa c’è lì in mezzo."

“Rimango affascinato quando vedo interi scaffali pieni zeppi di libri. La mia prima reazione a quel punto è sempre la curiosità. Voglio vedere che cosa c’è lì in mezzo.”

Roberto Cotroneo è un giornalista che si occupa di cultura e uno scrittore di successo. Lo incontriamo in un posto pieno di libri per parlare di tutte le forme di produzione culturale.

 

Qual è il tuo rapporto con i libri e la letteratura?

Con i libri ho un rapporto innanzitutto fisico. Ma non di feticismo. Fin da bambino li ho frequentati molto. Ne ho avuti tanti e tanti li ho regalati, perchè non riuscivo a tenerli, per questioni di spazio. Con la letteratura invece ho un rapporto puramente utilitaristico. La letteratura per me, non è un modo per accumulare nozioni ma una chiave insostituibile per interpretare il mondo che mi circonda.

 

Molti scrittori sostengono che, per attrarre il lettore, sia fondamentale lavorare sull’incipit, tu che insegni a scrivere sei d’accordo?

Con gli anni si è accentuata quest’idea che l’incipit abbia un’importanza fondamentale. Si dice che, per scrivere dei buoni incipit, si dovrebbe sempre buttare via il primo periodo e partire dal secondo e infatti spesso questo funziona. Da parte mia ritengo che gli incipit sono coinvolgenti se lo sono anche i libri che li seguono, altrimenti si tratta solo di un inutile esercizio di stile.

Quali sono i tuoi incipit preferiti?

I primi due che mi vengono in mente sono quelli dell’”Orologio” di Carlo Levi e quello di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez (“Molti anni più tardi, di fronte al plotone di esecuzione ecc”..) ma quegli incipit mi sono rimasti impressi perché li seguono due grandi romanzi.

 

Hai scritto un libro, “Se una mattina d’estate un bambino”, in cui provi a spiegare a tuo figlio l’ amore per i libri. Qual è secondo te, l’approccio delle nuove generazioni alla letteratura? 

I ragazzi di oggi, a differenza della mia generazione, non credono più che tutto il mondo sia nei libri. L’avevamo noi quest’idea perché laccesso alla cultura, al mondo, era limitato. Oggi la letteratura è solo uno dei mille stimoli culturali a cui i ragazzi sono sottoposti. Lo spazio del libro come fonte di conoscenza si è ridotto, non è piu’ uno spazio assoluto.

 

È un bene o un male?

Entrambe le cose. È un male perchè tutte queste fonti di informazione sono tante ma non si diversificano troppo l’una dall’altra, perciò c’è una certa tendenza all’omologazione. È un bene perché più stimoli vuol dire, per le nuove generazioni, più abitudine a reagire a cose diverse, più rapidità nel comprendere.

 

Hai scritto un libro, che citavamo prima, sul tuo amore per i libri e un libro (“Chiedimi chi erano i Beatles”) sul tuo amore per la musica. A quando un libro sul cinema?

È in effetti un’idea che ho da un po’ di tempo ma non mi sono ancora deciso. Non ho ancora trovato la giusta chiave per affrontare dopo libri e musica anche il tema del cinema.

 

Ma da che film partiresti?

Sicuramente da quei film che hanno segnato la mia formazione, che io collego al momento in cui mi affacciavo sul mondo. Due titoli mi vengono in mente prima degli altri: “Blow- up” di Antonioni e “Il giardino dei Finzi-Contini” che poi mi ha portato a scoprire i libri di Bassani. Sicuramente non mancherebbero altre tre pellicole a cui sono molto legato: “Shining”, “L’angelo sterminatore” e “Amarcord”. Ecco, questa è la lista dei primi film per cui ho provato un vero coinvolgimento.

 

Che rapporto c’è tra cinema e letteratura?

In generale si può dire che i libri sono migliori dei film che ne vengono tratti ma questo non sempre è vero. Nel caso del “Gattopardo” o di “Shining” per esempio, a mio avviso, le opere cinematografiche sono migliori dei libri da cui sono tratte.

 

Non c’è un rapporto gerarchico tra i libri che vengono prima e i film che vengono dopo? 

No. Anche perchè sono due forme d’arte che danno possibilità di espressione molto diverse. Oggi non è sempre detto che il libro venga prima del film: ormai in America è un’abitudine tirare fuori da film di successo libri destinati ad averne altrettanto, almeno dal punto di vista commerciale. È innegabile poi che gli autori moderni debbano molto del loro immaginario al cinema. E che dire dell’influenza che il cinema ha sulle nostre abitudini quotidiane, anche rispetto ai consumi culturali? È merito del cinema per esempio, se i romanzi si sono “accorciati”.

Il cinema ci ha abituato a consumare un’opera d’arte in un’ora e mezza, due ore, massimo tre e il pubblico ormai si è assuefatto a questo meccanismo emozionale.

Si è tornati, su questa base, a rispettare anche nei romanzi le tre unità aristoteliche. Non è più concepibile al giorno d’oggi un romanzo ampio come i “Fratelli Karamazov”, perché nessuno è più abituato a storie che si sviluppino in tempi e spazi così ampi.

 

Invecchiano prima i film o i libri?

Non credo ci sia una risposta. Questa è una domanda che riguarda il concetto di “classicità” dell’arte. Molti autori, per bravi che siano, tendono a comunicare, a interessare il lettore o lo spettatore in un modo che, dopo qualche tempo, viene percepito come prevedibile. Non c’è una definizione di cosa sia arte: l’arte è fondamentalmente ambiguità, ma è sicuramente qualcosa che va oltre la comunicazione. Calvino ha scritto “Il classico è un libro che, ogni volta che lo leggi, ti dice qualcosa di nuovo”.  Ci sono vari livelli di coinvolgimento emozionale che un’opera è capace di stimolare e ci sono dei grandi talenti che non arrivano al concetto di classicità. Autori importanti come Moravia, un certo Gadda, Pasolini, secondo me si può dire che oggi siano “invecchiati”.

 

Pasolini è  da molti riconosciuto come uno dei più importanti intellettuali del ‘900 italiano per le sue prese di posizione lucide e spesso in anticipo sui tempi,  e adesso è “invecchiato”?

Mi riferivo allo scrittore Pasolini, non certo al regista, tuttora modernissimo o all’intellettuale. Non sempre gli intellettuali di questo paese hanno avuto il coraggio di essere autonomi nelle loro prese di posizione. Non è necessario che un grande scrittore sia in grado di interpretare il mondo. Il mestiere degli scrittori è quello di raccontare il mondo, senza l’obbligo di fornirci particolari chiavi di lettura se non ne sono in grado. Però ci sono pure i cosidetti intellettuali impegnati che provano a dare una  visione di cosa accade loro intorno. E se consideriamo alcune prese di posizione di Pasolini sugli eventi dei suoi tempi non possiamo non riconoscere al suo pensiero una grande attualità. Basti pensare alle sue idee sul ’68 all’indomani degli scontri tra polizia e studenti a Valle Giulia. Ebbe il coraggio di scrivere:” io sono dalla parte dei poliziotti che, tra i due schieramenti, rappresentano i veri figli del popolo”, e da lì seguirono una serie di riflessioni che oggi ci portano a dire che Pasolini fu uno dei pochi contemporanei al movimento che capì che cosa sarebbe stato il ’68 per l’Italia.

 

E cosa è stato il ’68?

La pietra tombale per la crescita civile e culturale di questo paese; una rivoluzione borghese, che partendo dalla pretesa dell’abolizione della meritocrazia porterà l’Italia a un indebolimento morale e culturale che sfocerà nella deriva degli anni di piombo.

Pasolini era un figlio della provincia e di una famiglia modesta. Aveva studiato con molti sacrifici, sapeva che cosa voleva dire riuscire a farcela partendo da zero. E fino a quegli anni erano diversi gli intellettuali di estrazione “diversa” in termini sociali, ma anche geografici. Era pieno di persone che arrivavano dalla provincia e si rimboccavano le maniche. Fino ad allora ce la si poteva fare. Il ’68 è la fine di tutto questo, è il sancire l’establishment culturale e sociale che, a distanza di quarant’anni, ci ritroviamo ancora là.

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