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Si può fare?

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La follia è una condizione umana. In noi esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia

“La follia è una condizione umana. In noi esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”. Sono parole di Franco Basaglia, psichiatra, le cui teorie ispirarono nel 1978 la stesura della legge 180 che aprì la strada a terapie alternative alle camice di forza e agli elettroschock, che si ponessero come obbiettivo ultimo, non più la segregazione del malato ma il suo recupero e reinserimento nella società. Di uno di questi tentativi, ispirato ad una storia vera, parla il film “Si può fare” di Giulio Manfredonia.
Nella “Milano da bere” dei primi anni ’80 Nello (Claudio Bisio) è un sindacalista messo alla porta perchè è “troppo avanti” (visto che ha una mentalità aperta all’economia di mercato) e che però allo stesso tempo, secondo la compagna (una yuppie perfettamente in sintonia con il suo tempo), è “troppo indietro” perché ancorato ai valori di solidarietà sociale, retaggio delle lotte degli anni ’70 in piazza e in fabbrica.Un bel giorno a Nello viene offerto l’incarico di direttore della “cooperativa sociale 180” i cui soci-lavoratori sono tutti malati di mente, impegnati per otto ore al dì nell’inutile mansione di incollare francobolli sulle buste, per conto del comune. Il lavoro all’inizio non lo entusiasma granchè ma quando capisce che quelli che ha davanti sono “matti, mica scemi”, che dunque hanno delle potenzialità, li comincia a trattare da lavoratori prima che da malati: insegna loro le regole della società cooperativa, indice assemblee dei soci, li chiama a decidere del loro futuro e loro, una volta superata la diffidenza iniziale, decidono di seguirlo. Scelgono di avere un vero lavoro, di accettare le sfide del mercato , di produrre pavimenti in parquet. Ognuno di loro ha un ruolo, diventa responsabile di qualcosa: quello fissato coi conti diventa il direttore, gli schizzofrenici che riempiono pagine e pagine di quaderno di misteriosi segni dall’ affascinante geometria diventano formidabili posatori, il maniaco che lavorava a Maranello diventa autista e trasportatore, l’ autistico dallo sguardo enigmatico che non dice una parola è perfetto per il ruolo di Presidente. Partendo dall’ evento straordinario di guadagnarsi uno stipendio, i lavoratori-soci accettano sfide sempre nuove e sempre piu’ difficili: prima imparano a discutere le loro idee (“Si puo’ fare!”) , poi imparano un lavoro di una certa complessità (“Si puo’ fare!”), poi a gestire e spendere i loro soldi, poi ad aprirsi al mondo, a relazionarsi (“Si puo’ fare!”). Le sfide diventano ogni giorno piu’ ambiziose ma il gruppo si appoggia su sè stesso e sulla ritrovata dignità di ognuno dei suoi componenti. E si arriva al punto in cui la dose giornaliera di sedativo viene ridotta della metà. Ormai rimanere lucidi per loro è una necessità: hanno un ‘impresa (e qualcuno addirittura una vita) da mandare avanti: clienti, fornitori, partner commerciali, commesse da gestire, conti da far quadrare. E’ il libero mercato a liberarli dai loro fantasmi, il lato migliore del capitalismo, quello che stimola la creatività e l’iniziativa personale e allo stesso tempo pretende disciplina e senso della responsabilità.
Naturalmente non sono tutte rose e fiori e qualcuno non ce la fa, ma qualcun altro sì, ed è questo che convince tutti che, alla fine, vale comunque la pena tentare. “La vita per loro è un rischio”, tuona lo psichiatra della vecchia guardia che si oppone all’ iniziativa di Nello, “lo è per tutti”, risponde cosciente lui.
Questo “Si puo’ fare” dev’essere una formula magica, capace di trascinare intere nazioni al cambiamento, come singoli individui nella lotta contro la propria fragilità. Un’ espressione che ha il potere di riaprire i cuori alla speranza. “Si puo’ fare” è il mantra che sceglie il generoso Nello (molto prima del carismatico Obama), per risvegliare l’orgoglio e l’interesse per la vita in creature che ne sono rimaste prive ed è il grido di battaglia della loro riscossa. Il film, applauditissimo dal pubblico al Festival di Roma, ben accolto anche dalla critica e dunque distribuito in sole cento copie nelle sale, parla con leggerezza del percorso di risalita di un gruppo di sofferenti ma non si nasconde, raccontando con sincerità anche i lati piu’ duri della malattia. E’ una storia che racconta di quotidiane vittorie e quotidiane sconfitte, di mani tese e dei piccoli miracoli che è in grado di compiere l’umana simpatia.

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