Narrami o fiction… Raccontami e la memoria storica di un Paese

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Raccogliere storie. Individuare storie nella nostra memoria. Scavare la superficie della memoria per far affiorare interi giacimenti narrativi.

Raccogliere storie. Individuare storie nella nostra memoria. Scavare la superficie della memoria per far affiorare interi giacimenti narrativi. Chissà quante volte ci è capitato che nuove storie stimolassero a rileggere quelle che le hanno precedute, creando uno strano legame tra il nuovo racconto e il ricordo di quello più lontano. Nulla di strano. Si tratta di un processo così naturale che rappresenta una delle forme tipiche della conoscenza umana.

Come tutti i racconti, anche quelli costruiti sul passato devono acquisire il valore della riconoscibilità, non solo in base alle loro caratteristiche strutturali, formali, di genere o di tematica, ma anche attraverso procedure di razionalizzazione e messa in scena che rendano gli eventi lontani situazioni ricche di azione.

In particolare, la memoria ri-costruita nelle fiction appare molto sensibile a quella esigenza di costruzione narrativa del passato che appare, per dirla con Barthes, come azione e serie di azioni. In quest’ottica proprio la narrativa mediale viene ad essere chiave interpretativa del reale, riorganizzando in forma simbolica la nostra realtà.

Prendiamo il caso di Raccontami, serie in onda in questo periodo su Rai Uno. La fiction, interpretata da Lunetta Savino e Massimo Ghini nei ruoli di Elena e Luciano, racconta la storia di una famiglia che vive i grandi cambiamenti degli anni ‘60. Da quella manciata di ricordi e di emozioni vissute muove la narrazione che, mostrandoci la vita quotidiana di quegli anni, ci dice come eravamo e come siamo, come saremmo potuti essere e ciò che siamo riusciti a diventare. Intorno a Carlo, al suo sguardo di allora e a alle memorie di oggi, ruotano gli altri protagonisti: Luciano, il padre, con le sue ambizioni e le sue fragilità; Elena, la madre, con la sua moderna concretezza; il fratello, Andrea e la sorella, Titti, giovani fra giovani con la voglia di cambiare il mondo; la nonna, Innocenza, attaccata a un passato che sta per essere spazzato via; la bella zia Anna, che non ha ancora trent’anni, ma è già una “zitella”.

La serie di Rai Uno appare in grado di raccontare il come eravamo utilizzando in maniera efficace il dispositivo della scrittura e, al tempo stesso, delle immagini. Proprio lo schermo televisivo prende le forme di un orologio che scandisce il tempo che scorre. Non è solo passato. Si tratta di vita quotidiana che si intreccia ai grandi accadimenti di quegli anni. Ed ecco il secondo obiettivo caratteristico della fiction: costruire a livello sociale un patrimonio di saperi e conoscenze per poter comprendere meglio il presente.

La fiction, pertanto, viene ad essere il central story teller system del nostro tempo rispondendo al bisogno di racconto tipico di ogni società. Le storie del passato narrate dalla televisione rappresentano una vera e propria risorsa per l’identità ed una struttura di conservazione della memoria che rende possibile soggiornare nel presente.

Dobbiamo essere consapevoli, poi, che nessun racconto è la riproduzione totale di un evento, ma ne è una rappresentazione selettiva in quanto la forza dirompente dell’immaginazione narrativa, come sostiene Ricoeur, consiste proprio nella forza di poter trascendere il reale.

Se nel passato l’immaginario coincideva con quel fuoco attorno al quale l’audience si raccoglieva per ascoltare il cantastorie, nel tempo presente esso vive in una molteplicità di luoghi del ritorno. È attraverso tali luoghi che ogni individuo costruisce la propria identità, interagisce con storie lontane, con personaggi mai incontrati, mette in atto quella vasta gamma di esperienze proprie delle pratiche televisive di narrativizzazione della società. In tale contesto, la rappresentazione delle cose si lega ad un vissuto personale; si crea una zona in cui oggettività e soggettività si mescolano profondamente.

La fiction memoriale deve evitare, nel contempo, di cadere nella semplificazione dell’esperienza, ma deve essere in grado di cogliere, rappresentare e raccontare le differenze necessarie per rafforzare le identità e le appartenenze culturali. Considerato che la fiction è il nuovo bardo della società contemporanea, essa sola appare fondamentale nella costruzione del sapere.

Inoltre, la contiguità tra mondo rappresentato (mondo possibile) e quello reale (il mondo in atto) appare così stretta che, da un lato, rende possibile una maggiore immedesimazione ai fruitori che, al contempo, mantengono la distanza tra i due mondi. Ed è proprio tale distanza che permette alla fiction di porsi come elemento intermediario e centrale nei processi di costruzione dell’immaginario sociale e della memoria collettiva.

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