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Gigi Savoia: “Tutto il teatro, dalla lirica fino alla barzellettaccia con l’allusione sessuale fatta in una festa popolare”

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Dal 9 all’11 novembre al teatro Nuovo di Salerno è andata in scena la rappresentazione di "Non è vero ma ci credo" commedia comica di Peppino de Filippo interpretata da...


Dal 9 all’11 novembre al teatro Nuovo di Salerno è andata in scena la rappresentazione di “Non è vero ma ci credo” commedia comica di Peppino de Filippo interpretata da Gigi Savoia con la regia di Luigi de Filippo. Il tema trattato è molto attuale: gli oroscopi, le fissazioni, le piccole manie che sono proprie di ognuno di noi. Ed è ciò che accade al commendatore Gervasio Savastano, prigioniero della superstizione, che regola la sua giornata a seconda degli incontri o degli avvenimenti fausti o infausti che gli si presentano. Un bel giorno gli capita di assumere nella sua azienda un simpatico giovane molto preparato ma gobbo: questo rappresenta il massimo della fortuna. Invece proprio da quel momento cominceranno per il povero commendatore una serie di comiche disavventure che termineranno in un finale a sorpresa. Abbiamo incontrato l’attore napoletano Gigi Savoia dopo lo spettacolo.

 

È stato definito “figlio artistico” dei de Filippo, lei cosa ne pensa?

Sono cresciuto artisticamente con Eduardo poi quando non c’è stato più ho continuato con il figlio Luca, sono sempre stato molto vicino al teatro soprattutto con Eduardo e ho amato anche molto Peppino.Poi adesso si è presentata questa occasione di lavorare ancora in una sua commedia diretta dal figlio Luigi de Filippo,ed è una situazione anche un po’ particolare perché Luigi non ha mai diretto una commedia del padre senza che ne recitasse all’interno e penso sia il primo caso che abbia fatto la regia pur non recitando, ovviamente per me questo è un motivo di onore, di orgoglio. È chiaro che chi raccoglie i miei curriculum si è inventato e ha pensato di definirmi con grande onore da parte mia “figlio artistico”. (sorride)

 

Quanto ha influito il teatro cosiddetto “defilippiano” sulla sua formazione?

Il teatro defilippiano ha influito tanto sia da un punto di vista tecnico che etico, forse più da un punto di vista etico che tecnico perché frequentando le compagnie di giro e il teatro vero con le commedie di Eduardo de Filippo ho imparato come ci si comporta, l’etica professionale, le leggi del palcoscenico, le regole fondamentali di questo mestiere che sono state più importanti di tutto e che ho applicato in qualsiasi altra compagnia. Posso dire che l’esperienza defilippiana mi ha formato in toto come attore.

 

Ripercorrendo un po’ la sua carriera dal debutto teatrale nell’80 fino agli ultimi spettacoli quali sono stati i momenti più salienti?

I momenti più salienti sono stati gli incontri. Io sono stato molto fortunato ad incontrare quasi subito Eduardo nell’81. Nell’80 avevo debuttato con Rigillo ma poi l’incontro con Eduardo è stata un’esperienza molto importante perché le sue lezioni di vita e di teatro ho cercato poi di metterle sempre in pratica dopo e mettendole in pratica ho fatto i provini ritornando sempre da zero,da capo a tredici come si dice. Lasciavo una compagnia nella quale ricoprivo una parte primaria e andavo a fare i provini per ottenere anche una parte piccolissima con i maestri che io individuavo essere importanti per la mia formazione. Così è successo che ho incontrato via via tutti i registi italiani e soprattutto altri due maestri molto importanti come Albertazzi e Proietti e tutti i registi italiani che mi hanno lasciato qualcosa come Giancarlo Sepe, Antonio Calenda, Armando Pugliese. Io ho cercato sempre via via di individuare il mio maestro e sono andato a lezione. E quando posso ricordo la lezione a memoria e la ripeto sul palcoscenico.

 

Quali sono stati i maggiori riconoscimenti che ha ottenuto nella sua carriera?

Fino ad ora non ne ho avuti tantissimi, uno che amo particolarmente è stato quello che ho ottenuto un po’ di anni fa, il premio alla regia Girulà; poi sono stato citato in parecchi festival, ho avuto dei premi sempre come attore protagonista o non protagonista. Adesso mi faranno una serata all’onore al Premio Angrisani che tra l’altro è un salernitano. In questa serata d’onore si ripercorrerà un po’ la mia carriera, ci saranno degli ospiti che verranno ad omaggiarmi, insomma si farà una specie di anticipato de profundis dell’attore. Diceva Gassman quando cominciano a chiamarti maestro e quindi ti danno i premi significa che sei alla fine della carriera e si vogliono liberare di te. (ride n.d.r.)

 

Parlando un po’ dello spettacolo di questa sera quanto c’è del personaggio di Gervasio Savastano in ognuno di noi?

Io non so se c’è veramente qualcosa di Gervasio in ognuno di noi, forse ognuno ha quella piccola scaramanzia personale ammettendo o non ammettendo di essere scaramantico, chi palesemente la mostra e chi invece la tiene come una specie di amuleto porta fortuna.

 

E quanto c’è di Gervasio negli artisti?

Gli artisti sono un po’ superstiziosi, anche io ho due tatuaggi, uno sul braccio sinistro che rappresenta uno squalo (fa vedere n.d.r.) perché così non potrò mai dimenticare tutti gli squali che ho incontrato nella mia carriera,questo me li ricorda sempre e poi qui (indica n.d.r.) sul braccio sinistro mi sono tatuato un bel cornetto portafortuna rosso con la corona come quello che ho in scena.

 

Quindi c’è un po’ di scaramanzia in lei?

Io sicuramente ce l’ho, scaramantico sicuramente.

 

Un po’ si riconosce nel personaggio?

Io si, non so quanto si riconoscano gli altri.

 

Qual è il messaggio dell’opera che è considerata uno dei più grandi successi di De filippo?

Io non so se quest’opera abbia avuto l’intenzione di lanciare un messaggio, secondo me è una presa in giro carina e simpatica di un difetto napoletano esasperato però alla fine bonariamente viene anche sdrammatizzata la situazione perché ci si rende conto che la gobba era finta.

 

Però ci sembra che Gervasio non abbia imparato nulla.

E infatti è comunque un conservatore di questa sua superstizione e alla fine vorrebbe comunque che il ragazzo indossasse di nuovo quella “magica” giacca.

 

Che cosa vuole trasmettere con il suo teatro?

Sicuramente i sentimenti, la cosa più importante del teatro sono i sentimenti. È anche vero che è un periodo lunghissimo che dura da troppo tempo quello nel quale abbiamo lasciato che il teatro sia soprattutto identificato come trasmettitore di allegria e comicità. L’allegria e la comicità sono due cose molto importanti in teatro ma dietro ci deve sempre essere una sensazione, un’atmosfera, un sentimento altrimenti il teatro perde il suo valore principale.

 

Il suo teatro è un teatro per tutti o si indirizza ad una categoria precisa?

Io sono talmente “guitto” che credo sia un teatro per tutti, nel senso che tutti i maestri mi hanno insegnato che se devi fare una cosa seria, epica allora scioliniamo la nostra dizione e facciamo un teatro colto; per lavorare e mangiare bisogna imparare a farlo e se c’è un popolo festoso in una festa di piazza che si zittisce solo con una canzone napoletana bisogna imparare a fare anche quello e quindi il teatro a tutto tondo deve necessariamente passare dalla lirica fino alla barzellettaccia con l’allusione sessuale fatta in una festa popolare.

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