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Louise-Michel, di Benoit Délepine e Gustave Kervern

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Vago per le sale del Festival del Film di Roma. I ragazzini e le ragazzine si assiepano lungo il Red Carpet, che per la pioggia è diventato un biscotto sfatto.

Vago per le sale del Festival del Film di Roma. I ragazzini e le ragazzine si assiepano lungo il Red Carpet, che per la pioggia è diventato un biscotto sfatto. Ma chi stanno aspettando? Mah… La gente per i corridoi ti travolge, ti spintona, ti prende a pugni. Tutti hanno in mano il programma delle proiezioni, tutti che cercano di non perdersi neanche un film. Altrimenti sai che delusione! Io ho deciso. Vado a vedere questo film francese: Louise-Michel di Benoit Délepine e Gustave Kervern. Entro dentro la Sala Petrassi. In piedi, in prima fila c’è un signore con i capelli tutti per aria, la barba lunga. Giacca scura e sotto la giacca una maglietta con un’enorme stella rossa. Dopo qualche minuto si presenta. È uno dei due registi, Gustave Kervern. Muove le mani in continuazione, come fosse un impastatore provetto, smozzica qualche parola, qualche frase. Fa delle faccette da pagliaccio. Ci rassicura, questo è il primo film francese che fa ridere. Dice che ieri sera ha bevuto un po’ troppo. Muove ancora le mani, piega le gambe come se stesse facendo un ballo tutto suo. È simpaticissimo. Ci prega di non uscire subito alla fine del film, perché dopo i crediti c’è ancora una sorpresa. Ci augura buona visione, lui va a farsi un cicchetto (il pollice che tocca le labbra è un segnale internazionalmente conosciuto). Ci vedremo alla fine della proiezione. Prima di lasciare la sala stringe e bacia le mani agli spettatori delle prime file. Una forza sto’ Kervern!… Siamo nel Nord della Francia (la Piccardia, per l’esattezza). Una mattina, un gruppo di operaie ha una brutta sorpresa: la fabbrica in cui lavoravano è stata smantellata senza alcun preavviso da parte della dirigenza. Una di loro, Louise, decide di assoldare un killer, di nome Michel, per far fuori il padrone della fabbrica. Niente però è così semplice in questa storia… Louise, quindici anni prima, si chiamava Jean-Pierre e aveva ucciso un uomo… Michel, da piccolo, si chiamava Cathy… Siamo nel più totale caos sessuale. Michel, poi, è una vera frana come killer. Per adempiere ai propri compiti deve ricorrere all’aiuto di malati terminali, che al suo posto dovranno far fuori le vittime designate. Perchè in questa società sempre più complicata, di padroni ce ne sono fin troppi. E così questa inarrivabile coppia di derelitti va in giro per il mondo, a cercare di farla pagare agli spietati aguzzini capitalisti. A far loro da contraltare  c’è l’altra coppia di svitati, i due registi, che mettono in scena delle situazioni esilaranti, paradossali che fanno pensare ai migliori film di Aki Kaurismaki. È soprattutto lo spirito libertario, anarchico, eversivo del grande Aki che si respira in Louise-Michel. È la voglia di giocare con i generi, di prenderli di mira, di sfidare le regole classiche di una storia per mostrare come il cinema abbia ancora risorse inesauribili per creare un mondo magico dove la realtà (in questo caso la logica spietata del capitalismo) è presa a schiaffi e messa alla berlina. Bisogna avere soltanto il coraggio per farlo, lo stesso coraggio che avevano Chaplin, Bunuel, Tati. Kervern e Délepine sono così deliberatamente, follemente coraggiosi da iniziare il film con un prologo totalmente slegato dal proseguo della storia (la tragicomica cremazione di un uomo sotto le note dell’Internazionale) e da trattare la sparatoria finale come una scanzonata e delirante vaudeville (c’è addirittura la presenza inspiegabile di un nano). Anche il titolo del film è un’esplicita dichiarazione di poetica: Louise-Michel era un’anarchica francese che si distinse nella lotta della Comune di Parigi… A proposito, Kervern aveva ragione a dirci di non andare via. Il film ha infatti un ulteriore finale… Ma questo lo vedrete al cinema, quando qualche anima pia distribuirà il film nelle sale italiane… Altrimenti assoldo un killer per farlo.

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