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“Sedia sediola, Gelmini va alla scuola…”

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Fanno un bellissimo effetto i palloncini colorati contro il cielo scuro che incombe e minaccia pioggia; fucsia, celeste, rosso, verde, giallo, arancio: un’allegria festosa che aggiunge colore a quello già squillante delle bandiere
foto Angelica Alexander

 

 

 

 

 

Fanno un bellissimo effetto i palloncini colorati contro il cielo scuro che incombe e minaccia pioggia; fucsia, celeste, rosso, verde, giallo, arancio: un’allegria festosa che aggiunge colore a quello già squillante delle bandiere, dei cartelli con su scritto QUESTA RIFORMA NON LA VOGLIAMO – LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO.

Colore, appunto, mentre il cielo si fa ancora più scuro e sembra quasi di sentire sul viso le prime gocce. Ma non pioverà, a beffa di tutti quelli che hanno pregato perché si aprissero le cateratte e venisse giù il diluvio.

“Permesso?” a chiederlo è un ragazzo alto, con un principio di barbetta e qualche brufolo sulle guance. Dietro di lui c’è Rossana. L’ha chiamata prima: “Rossanaaa” credendo d’averla persa nell’immensa folla. Ma lei era lì, a un passo, ha alzato la mano, ha detto: “Ehi”. Lui le ha sorriso, le ha dato un bacio mentre una bambina li guardava perplessa e un’altra, con lo sguardo altrove, soffiava in un fischietto verde, uno di quelli che una donna sta vendendo a un euro: “Troppo” dice Gianni (professore di chimica) “cinquanta centesimi?”. “Un euro” ribadisce quella “e giuro che pe’ fa’ casino oggi ce lo vale tutto”. Sarà vero? Gianni prova: un gran soffio e il fischio viene a bucare i timpani. Funziona. Rossana lo guarda e pure lei comincia e fischiare. Subito la imita il suo ragazzo, e la bimba che guarda attonita la “Maestra Gelminicamente Modificata” (una pupazza brutta come la morte); comincia a fischiare Anna, maestra coi cerchi alle orecchie e il sorriso di una ragazzina, e Alba con gli occhi azzurri, Sandra con la fascia nera intorno ai capelli ricci, Loredana che è una maga della matematica, e Maddalena che ha una pazienza infinita, e Angelica, che si sposta da un gruppo all’altro per catturare con la sua macchinetta le espressioni migliori, le frasi più bizzarre, i balletti, gli slogan. E fischia Concetta che ha un’energia inesauribile; l’ho conosciuta a un’assemblea: “Il confronto” diceva “è la possibilità del confronto che viene tolta a questi bambini, ricordatevelo. Più insegnanti garantiscono pluralità di vedute, di metodi, di opinioni”. Già.

“Il maestro unico diventa finalmente una forte figura di riferimento…” replicano quelli che hanno varato la riforma: una figura UNICA che eliminerà ogni possibilità di dubbio escludendo quel pernicioso doppio o triplo punto di vista capace d’ingenerare solo confusione.

Le maestre soffiano nei fischietti e noi con loro cantiamo: “Sedia sediola, Gelmini va alla scuola…”. Cantiamo: “Stella Stellina, la notte s’avvicina…”.

Sì, s’avvicina la notte: un gran buio per la scuola, un gran buio per quegli 87.000 insegnanti che saranno “razionalmente” fatti fuori, per quei 44.500 tra bidelli e personale amministrativo che non vedranno rinnovato il loro contratto. Buio. Dove li prenderanno i soldi per pagare la bolletta della luce? E quella del gas? E l’acqua? La spazzatura? L’affitto? Per fortuna non c’è l’ICI. Peccato che tra costoro non sono molti a possedere una casa di proprietà.

“… la notte s’avvicina, la fiamma traballa…” ma sì, sarà tutto un traballare. Un terremoto che farà crollare un sistema scolastico attuato anni fa da pedagogisti, insegnanti, psicologi, esperti di didattica che persino gli americani ci invidiano e sono venuti a studiare. Via dunque la pluralità d’insegnanti, via il tempo pieno, via le scuole di montagna che hanno il difetto di accogliere pochi alunni, via i progetti, le attività “collaterali”.

“Non faranno più il vino a scuola” ha detto Paola.

“E neppure il pane” ha aggiunto la maestra coi capelli rossi di cui non ricordo il nome. Anche Nicoletta ha i capelli rossi e quando mia figlia Sara faceva la prima elementare è stato proprio con lei che ha fatto il vino.

Attenzio’, concentrazio’ canta la Banda Bardò. I ragazzi saltano, battono le mani: “Ritmo e vitalità” urlano in coro. Qualche palloncino vola in cielo. Chissà che spettacolo si gode da lassù.

Mi sposto verso l’estremità opposta della piazza.

“Libertà va cercando ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta. DANTE MANIFESTA” è lo striscione della Dante Alighieri: scritta rossa su fondo bianco.

“Come mai proprio questa frase” domando.

“Perché è bella” risponde un giovanotto. Poi, dietro di me, qualcuno dice qualcosa di cui afferro solo le parole: Dante fascista.

“Scusa, non ho capito”.

“La Dante Alighieri ha fama di essere fascista” dice un ragazzo con una maglietta bianca “ma oggi non è più così. E’ cambiato tutto…”.

“Parioli?” domando.

“Balduina. Prati” rispondono.

“Storicamente sì” continua il ragazzo “l’etichetta era quella, ma ora è tutto diverso”.

Si intromette una ragazza, quasi una bambina, bel sorriso in una piccola bocca, profondi occhi scuri: “Abbiamo usato persino la vernice rossa per scrivere. E’ un segno”.

“Che siete di sinistra?”.

“Che non siamo fascisti”.

“Né rossi né neri ma liberi pensieri?”.

Annuiscono convinti:

“Assolutamente sì”.

Le nuvole sembrano diradarsi, ma solo un po’, il cielo resta grigio come il futuro che ci aspetta. Ma quanti palloncini in questo grigio?

La partecipante alla manifestazione più piccola che vedo ha otto mesi, si chiama Flora, dorme contro il petto di sua madre, in testa un cappellino rosa confetto con una margherita.

“Lei è un’insegnante?”chiedo alla signora.

“No, una mamma, qui in piazza per i miei figli”.

Il più anziano che mi capiterà d’incontrare avrà circa ottant’anni: in testa un cappello di carta, un naso a punta da Pinocchio, un vestito rattoppato e l’aria da garibaldino, quella di chi forse temeva il peggio e il peggio per fortuna oggi non c’è stato. Ma ci sarà? Si riuscirà ad abrogarla questa legge che la caparbietà di chi governa ha voluto a tutti i costi?

“Signora ministra, guardi che non è bene ignorare la piazza” sta dicendo un giovane di circa trent’anni a una Beata Ignoranza imperturbabile nel suo santino.

Già, non è bene restare indifferenti di fronte alla critica di chi ha un’esperienza trentennale nella scuola e non fa certo confusione tra maestro unico o prevalente, tempo pieno, tempo prolungato, tempo scuola, modulo organizzativo, scuola primaria e scuola elementare.

“Dicono che siamo fannulloni, che abbiamo troppe vacanze. E le programmazioni? L’aggiornamento? I compiti da correggere? Le lezioni da preparare? I bambini da ascoltare?

L’anno scorso, solo nella classe di Michele ci sono state sei separazioni familiari: sei famiglie scoppiate. Conseguenze? Bambini apatici o aggressivi o tristi o spaventati; bambini che all’improvviso chiudono col mondo e ciao, baci e abbracci e arrivederci. E allora? Allora, quando ci sarà il maestro unico, che starà in classe quattro ore risicatissime al giorno e dovrà spiegare a venticinque/trenta bambini (per risparmiare si dovrà accorpare) il predicato nominale e magari le equivalenze e poi quella pagina di storia, e poi far fare quattro doverosi salti in palestra… a quel maestro cosa potrà importare se la mamma di Lorenzo è andata via di casa? Se il papà di Silvia ha un’altra fidanzata. Se Roberto non ha voglia di scrivere e passa tutto il giorno a sputacchiare sul primo che passa?  Il programma prima di tutto o i bambini prima di tutto?  Il maestro coscienzioso se lo porrà lo scrupolo di dover sacrificare qualcosa. Cosa? Un bambino o il resto della classe? Quanto la coperta è troppo corta qualcosa deve per forza restare fuori.

Sono le undici e mezza e siamo ancora fermi a piazza della Repubblica. Nessuno si lamenta. Si canta, si tengono alti gli striscioni, si cerca l’amico che in questa confusione non si riesce a trovare – così Rossella e Lorenzo, vicini alla farmacia (quale farmacia?) e impossibili da individuare nonostante i numerosi sms inviati alla maestra Sandra.

I ragazzi di Taranto sono partiti ieri sera, hanno viaggiato in pullman tutta la notte. E così quelli di Lecce, di Savona, Milano, Varese, Licata, Messina. Quelli di Palmi, Matera, Salerno, Brescia, Gela, Prato, Sondrio, Pomezia, Avellino, Caserta, Cagliari, non ho idea di quando si siano messi in viaggio. Sul raccordo anulare ci sono molti pullman che non riescono a entrare in città; la gente scende in strada improvvisando un corteo: l’essenziale è manifestare, non importa dove.

“Qual è la cosa più assurda di questa riforma” chiedo.

“Vedere la gente che accetta con convinzione tutto ciò che viene propinato” risponde Graziella. E’ venuta con Elena (che ha dieci anni e frequenta la quinta elementare) e con Renata, mamma di Giulia e Chiara. Anche Chiara è qui in piazza. Le mie bimbe, invece, ho preferito lasciarle a casa. Ho avuto paura. Mi hanno spaventato le cariche di ieri a piazza Navona, i manganelli avvolti nel tricolore, la determinazione dei guastatori contro i ragazzi inermi.

“La cosa più assurda?” continua Sandra  “La presunzione di prendere decisioni in materia scolastica senza avere un minimo di competenza”.

“Un’assoluta contraddizione con la politica della famiglia: come si farà a vivere con uno stipendio solo visto che le mamme non potranno lavorare?” aggiunge Anna.

“Assurdo?” si intromette un uomo “ma è tutto assurdo. Non vi rendete conto di quello che stanno facendo? Oggi è la scuola, domani la sanità, poi le pensioni…”.

Ad un tratto una grande agitazione: “Filippo, s’è perso un bambino di nome Filippo. Passate la voce”. Tutti cominciano a chiamare Filippo: che si perda un bambino è cosa gravissima. Filippooo, dove sei? La situazione però si risolve quasi subito: “L’hanno trovato” si avverte. E torna la serenità.

“Vogliamo vedere la Gelmini maestra unica con trenta bambini” è scritto in un cartello.

E’ mezzogiorno e mezza. La stanchezza si fa sentire. Sandra e Maddalena si dileguano. Compariranno poco dopo con una bottiglietta piena di caffè. Un gesto magnifico. I bicchierini, però, non bastano per tutti, e allora usiamo quello in cui ha già bevuto qualcun altro: si condivide anche così.

“Gelmini, Gelmini, sei contro noi bambini” scandisce un coro.

Imbocchiamo via Barberini. Una ragazza attacca un foglio al davanzale della finestra: “ANSA 800.000” c’è scritto.

“Di più, siamo di più” si urla dal corteo.

E’ vero, siamo di più, siamo tantissimi. Noi non riusciremo ad arrivare a piazza del Popolo in tempo per ascoltare gli interventi dei sindacalisti che hanno organizzato la manifestazione. Arriveremo alle 14.15, quando gli oratori saranno andati via. Che importa? La cosa veramente importante è essere qui, è leggere un’altra sequenza di fogli attaccata a un altro davanzale con scritto: GRAAANDIII.

E’ vero siamo grandi, siamo gente perbene, persone che scommettono sul valore della cultura e non sul potere del portafoglio, uomini e donne che credono nella scuola pubblica: che non vende competenze solo a chi può comprarsele, che non tergiversa sullo stipendio di un precario, che non spegne la speranza di chi vuol fare del suo Paese una Paese migliore.

Siamo grandi, sì, e convinti di esserlo, mentre entriamo nella piazza ancora gremita, gli ombrelli nelle borse, i fischietti a lacerarci i timpani con l’allegria gioiosa di chi comunque è arrivato alla meta.

Il cielo s’è fatto più chiaro, c’è addirittura il sole. Un bel sole tiepido. Preludio dell’estate che verrà? Dell’azzurro che inghiottirà il grigio? Dei colori che daranno manforte alla speranza?

Ma sì.

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