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Mauro Covacich, Prima di sparire (Einaudi)

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C’è uno scrittore che da anni cerca di sondare, spesso in maniera molto efficace, i rapporti amorosi, le dinamiche di coppia, e quelle del desiderio: Hanif Kureishi.

C’è uno scrittore che da anni cerca di sondare, spesso in maniera molto efficace, i rapporti amorosi, le dinamiche di coppia, e quelle del desiderio: Hanif Kureishi. La nostra narrativa sembrava un po’ dormiente su questi temi (l’unico esempio meraviglioso che mi viene in mente è Camere separate di Tondelli). O meglio, superficiale. Negli ultimi tempi la tendenza sembra essersi invertita. L’ultimo romanzo di Mauro Covacich (Prima di sparire, Einaudi, € 16) ne è una conferma. Lo scrittore triestino racconta la sua vicenda personale: la morte di un amore e l’inizio di uno nuovo. E lo fa senza sconti, mettendosi veramente in gioco. Raccontando come il vecchio amore sia difficile da allontanare, come abbia ancora la sua forza di attrazione, e come quello nuovo nasconda sempre mille insidie. Descrive quindi le false partenze, gli slanci, i tradimenti, le vigliaccherie che ogni rapporto umano si trascina dietro. La vita non è poi così netta e definita come vorremmo. Dietro ogni scelta c’è una ferita che facciamo a noi stessi o a qualcun altro. Il romanzo di Covacich è anche la scelta dolorosa fra due luoghi definiti: il paesaggio nativo, quello del vecchio amore (Trieste, la casa di Pordenone), e l’altro, quello del nuovo (Roma). Sono pagine toccanti che ci fanno capire, se non l’avessimo già compreso, che niente in questa vita è facile e indolore.

 

… Suona il citofono. Di riflesso controllo il cellulare, nessun messaggio. Vado ad aprire. È Gian Mario, in pausa caffè… Quando mi aspetto che compaia sulla soglia, suona di nuovo e mi dice di scendere.

–       Lo sai vero, che non puoi andare avanti così?

Siamo seduti nel bar all’angolo, al tavolino che dà sulla strada, nella classica doppia posizione di chi osserva stando in vetrina.

–       Ho ripreso a scrivere. Mi aiuterà a uscirne, in qualche modo.

–       Stronzate. Non puoi scrivere in queste condizioni. Guardati, pensi che lei non se ne sia accorta? Lo sai vero che sei verde?

Fuori, una tizia con un carlino sculetta su dodici centimetri di tacco. Penso a tutte le volte che il servizio Tim mi ha avvisato che Anna ha trovato il cellulare spento. D’istinto lo controllo ora, nessun messaggio. Alla fine i carlini sono arrivati anche a Pordenone. Mi duole la vescica. Cerchi di dolore che si espandono come le onde dopo il sassolino.

–       Caffè, – dico alla ragazza venuta a prendere l’ordinazione.

–       Due caffè, – dice Gian Mario. E poi, non appena la ragazza s’è allontanata, continua: – Senti, sai qual è il problema? Il problema è che tu ti credi ancora.

–       Che significa? – dico distogliendo lo sguardo dal carlino che urina alzando una zampa non più lunga dei tacchi della sua padrona.

–       Significa che tu credi ancora a un te stesso seduto sul carro delle virtù cardinali, ti sforzi di essere ancora uno che guida sicuro il suo matrimonio sulla strada dell’amore eterno e degli altri assoluti che affollano la tua testa di romantico russo. Questo significa.

–       Io voglio restare con Anna, – dico, mentre il dolore alla vescica appicca il fuoco in anelli concentrici e io vedo le onde allargarsi su una specie di schermo di radar ogni volta che batto le palpebre.

–       Appunto, ti credi ancora, – dice Gian Mario, sorbendo in punta di labbra l’ultimo sorso di caffè.

Si è separato da tre anni. Era lui a star seduto su quel carro, ma non glielo dico. Si era costruito una vita normale, a tesi. Voleva dimostrare che si può scrivere belle poesie anche col mutuo, l’appartamento nel “complesso di prestigio”, il posto a scuola, la moglie in ufficio, che si può credere nella letteratura anche senza opporsi, senza sbandare, senza smettere di essere un professore figlio di contadini. Voleva riprodursi, amare per sempre la mamma dei suoi bambini, essere il poeta conformista, il poeta padre di famiglia. Giravano per Pordenone come l’incarnazione di un modello estetico e morale, sapevano di essere la coppia più bella della città e se ne sentivano in qualche modo responsabili – non è carino deludere le aspettative degli altri. Quando avevo un’incertezza guardavo come facevano Gian Mario e Antonella e cercavo di imitarli. Niente vezzi da bohémien, niente canne, niente rapporti occasionali. Un progetto pilota che contemplava la felicità solo come “ricerca della serenità”. Un fortino sicuro, dentro cui sperimentare forme nuove di versificazione e racconto. Ed ecco che quest’uomo, qui, nel mio bar, davanti a un minuscolo cane che si libera la vescica proprio come dovrei fare io, ecco che quest’uomo con le scarpe sempre pulite, dopo aver digerito il suo fallimento in lunghi mesi di semiclausura, vuole che anch’io cominci a inghiottire il mio. Tu ti credi ancora.

–       Che hai? Perché non parli? – mi dice dopo un po’ che gioco con il cucchiaino nella tazza, tutto concentrato a respingere lo stimolo, a depistare con la forza del pensiero i neurotrasmettitori che sfrecciano verso il cervello e tornano alla vescica con un ordine sempre più perentorio. Ora! Ora!

–       Non mi sento bene, devo andare a casa.

–       Infatti sei verde, – dice Gian Mario.

… Prima di salutarci, esattamente accanto al palo su cui il carlino ha versato le sue gocce di urina che adesso si raccoglie densa, resinosa, in una macchia a forma di Inghilterra, Gian Mario mi dice:

–       Guardati attorno, ormai non ce la fa più nessuno.

–       Sapevi che la Nasa ha inventato un laser per sentire le stelle che urlano di paura? – gli rispondo.

–       Devi darti una calmata. Ti ripeto, ormai non ce la fa più nessuno, e non sarai tu l’unico. Accetta la situazione.

È l’ex campione mondiale della monogamia a parlare, l’ex modello estetico e morale, ma non glielo dico. Lo lascio girare le sue Tod’s immacolate verso la scuola e mi tuffo in ascensore. Sei piani sono come l’attraversamento completo di un’era geologica quando ai cerchi infuocati si sono costituite le puntine da disegno e l’urina si è spinta nell’uretra. Esco con la chiave della porta già in mano, ma manco per due volte il buco. Due piccole incornate sulla vita inferiore della serratura, e sento la prima goccia percorrere l’uccello con la stessa determinazione con cui la palla da bowling torna al giocatore. La vedo nel canale sotto la pista, viaggia nascosta, inesorabile, e poi eccola sbucare alla luce. Il tessuto delle mutande diventa immediatamente più caldo. Con le ultime risorse mentali cerco di bloccare il flusso ancora per un paio di secondi. Giro una, due volte la chiave, lavorando sulla patta con l’altra mano. E poi corro piegato in due fino alle pendici del water…

…Quando stai male, quando stai talmente male che ti pare di morire, quando il cuore ti scoppia e il male dilaga dappertutto, quando pensi che lo scricchiolio che senti è il tuo cervello che si spacca, fai così: trattieni l’urina. Esci, parla con gli amici, bevi insieme a loro, non pensare a te. Resta fuori fino a tardi, continua a bere e non andare al bagno. A un certo punto, molto dopo lo stimolo, comincerai a sentire dolore, ma tu non mollare. Resisti. Ti verranno i sudori freddi, gli spilli dentro la vescica, ti bruceranno le tempie. L’urina premerà, il sangue martellerà e tu finalmente starai più male di quanto avresti mai pensato. Mi raccomando, dovrai aspettare il momento in cui ti sembrerà impossibile trattenerla più a lungo, aspettarlo e stringere i denti fino al momento successivo, e poi ancora, fino a quello dopo. Finché sentirai il punto, un punto che la disperazione riconoscerà all’istante, oltre il quale davvero non potrai fare a meno di urinare. E finalmente sarai lì, davanti a quella gola di ceramica, con le gambe larghe, la cerniera aperta, il giubbotto e la sciarpa ancora addosso. Allargherai bene i pantaloni per rilassare la vescica e piano piano l’urina ti renderà felice. Sarà quello l’attimo in cui ti appariranno chiare due cose: primo, il controllo dello stimolo ti ha fatto dimenticare lo scricchiolio del cervello; secondo, la sensazione fisica del sollievo è sempre pronta a umiliare, con la sua sfacciata, vergognosa, prepotente beatitudine, il tuo peggiore stato d’animo.

(…)

Quando avverto il primo trillo, sto ancora pensando ai due mesi tranquilli che abbiamo appena trascorso io e Susanna. Agosto è finito, Roma è di nuovo gonfia di gente, ma al Csi si nuota ancora da favola: a quest’ora del mattino – sono le 12,35 – siamo al massimo due per corsia. Ho ripreso la ginnastica posturale con il fisioterapista di piazzale Clodio, vengo a nuotare qui tre volte alla settimana e ora sto facendo stretching sul bordo vasca immerso nel profumo dell’erba tosata di fresco e la sensazione esaltante di una schiena più elastica e reattiva.

Il cellulare trilla di nuovo.

Anche Anna viene a visitarmi nel sonno sempre più di rado. Da sveglio poi, sto imparando a difendermi: se arriva un ricordo non sposto l’attenzione, mi lascio investire, lo faccio entrare a sfasciare tutto e ogni volta rimetto a posto più velocemente. Se nuotando mi vengono in mente le attraversate che facevamo insieme, non esco dall’acqua, vado a pescare un giorno felice laggiù, all’isola di Cherso, il suo viso che mi sorride nella respirazione, le nostre braccia che si infilano all’unisono nello specchio verde dell’Adriatico circonfuse di bollicine fluorescenti, e poi passo a una sua e-mail di giugno, al racconto della sua prima nuotata solitaria, alle soste per svuotare gli occhialini dalle lacrime, e quando mi pare di non poter proprio scavare più a fondo, mi dico: eccoti qua, a goderti una splendida mattinata di settembre in un circolo del lungotevere Flaminio, stai ricordando tutte queste cose e neppure esci dall’acqua. È un trucco che ho imparato da un libro di Agota Kristof, lei li chiama “Esercizi di irrobustimento dello spirito”. Anche Anna mi ha confessato di usarli. Non so per lei, ma per me la vita sta chiaramente riprendendo quota.

Il cellulare continua a trillare. La suoneria incrementale sembra spingerlo fuori dalla sacca con mille microscopici polpastrelli. Mi alzo senza bisogno delle mani – ma sì, ancora un mese e potrò togliere il corsetto anche in motorino -, a ogni passo assaporo il modo in cui i piedi molleggiano sulla gomma morbida delle ciabatte da piscina ricevendo una specie di slancio inerziale che li fa avanzare senza sforzo verso la sdraio. Quando apro la sacca, il sole, alto in cielo, s’infila a raccogliere il telefono insieme alla mia mano.

–       Stai dormicchio? – stai dormicchio. Ecco, una carezza di Susi è proprio quello che ci voleva.

–       No, non sto dormicchio, tesoro. È quasi l’una.

–       Ha suonato così a lungo…

–       Giuro che sono sveglio. Sono al Csi, stavo facendo stretching.

–       Senti, ti devo dire una cosa. È una cosa molto importante… molto delicata… così insomma… non posso aspettare fino a stasera. Dopo ne parliamo meglio a casa, ma…

–       Che c’è Susi? – mi siedo sulla sdraio pascendomi dell’inquadratura panoramica, del senso di pace che comunica il beccheggio delle cuffie nell’acqua celeste. Che può esserci?

–       Sono incinta.

–       Scusa?

–       Sono incinta. Il ritardo era troppo lungo, capisci?  Ho fatto due test. Tutti e due positivi! Tutti e due! Così insomma, adesso sono stata dalla ginecologa e ha confermato. Sono incinta. Oh, dove sei? Non ti sento.

–       Sono qui, sono qui. Be’, Cristo, è una notizia, – è una notizia non è certo ciò che dovrei dire. Fantastico!, questo dovrei dire. Oppure, Grandioso! Anche grandioso andrebbe bene. Solo che ora le cuffie dei nuotatori, a galla in quel celeste saturo, gelatinoso, mi scivolano davanti agli occhi in un modo non meno che parlante. Punte rotonde rivestite, questo vedo. Teste ben protette da guaine in lattice.

–       Lo so, sei incazzato.

–       No, non sono incazzato, è che è così, all’improvviso… non mi avevi detto niente…

–       Mi pareva impossibile! – mi interrompe Susanna. – Avevo fatto miliardi di tentativi in passato. Anche la ginecologa si è meravigliata. Sembrava solo un ritardo…

Miliardi di tentativi. (…) Che significa miliardi di tentativi? Miliardi di iniezioni di gonadotropine? Miliardi di vetrini da microscopio? Miliardi di sedute di coppia? Miliardi di pianti? Che significa miliardi di tentativi? Miliardi di cazzi?

–       Mi dispiace, – dice Susanna.

–       Ma no, non ti devi dispiacere, – dico, invece di saltare su dalla sdraio con la mia schiena quasi guarita e abbracciare il mio vicino, o buttarmi in vasca con l’accappatoio, o gridare al telefono Ti amo.

–       Sì invece, mi dispiace. Me lo sentivo che l’avresti presa così, – dice Susanna con la voce che comincia a rompersi. E io vengo investito da un ricordo, e non mi sposto. C’è Anna appoggiata alla credenza, nella cucina di Trieste. E io non mi sposto. Ha una sottile riga di sangue sul labbro inferiore, è il mio compleanno, e vuole parlare di figli, di figli non avuti.

–       Però pensavo che un bambino… un bambino nostro… – continua Susanna, con un fiotto di rabbia lucente fuso nel pianto.

–       Certo, – dico. – E’ solo che non eravamo d’accordo di averne.

 

(…)

Anna mi accarezza la spalla sopra le coperte. Indossa le scarpe da cantiere, la salopette bianca, il finto Barbour blu oltremare. Si direbbe sul punto di uscire, eppure è seduta sul letto da un tempo indefinibile, forse da prima della notte. Mi parla e mi accarezza. Fuori c’è il sole. Sul grattacielo della banca l’orologio dice NO: SI’.

–       Puoi restare a dormire ancora un po’ se vuoi. Il caffè è pronto sul fornello, devi solo accenderlo. Io devo andare. Sono contenta che sei tornato, – dice Anna, china su di me senza un filo di trucco, la piccola bocca esangue, i capelli raccolti e già quasi tutti usciti dal fermaglio, gli occhi screziati di pagliuzze grigioverdi, gli stessi occhi ignari degli angeli del Pontormo.

Io sono steso di fianco, raccolto in posizione quasi fetale, la guancia immersa nel cuscino, incapace di muovermi e di rispondere. Dovrei dirle: Anna, io non sono tornato e non tornerò più. Dovrei fermarla. Ma in effetti sono dentro il letto che abbiamo comprato insieme da Semeraro Arredamenti non più di tre anni fa, e questo alla pareti è il desert fire, e questa è la nostra stanza.

–       Ti prometto che adesso canterò anch’io. Ogni volta che saliremo in macchina canterò sulle canzoni insieme a te. Imparerò a farlo, vedrai, – dice Anna, con gli occhi ignari, colmi di gioia, l’alito di dentifricio.

Vorrei prenderle la mano e dirle: no Anna, non devi. A te la musica piace ascoltarla in silenzio. Ti prego, resta come sei, non serve a nulla che cambi. Io non tornerò più. Sto con un’altra, avremo un figlio. Sono frasi che aspettano solo di essere pronunciate, ma io sono paralizzato sotto le coperte, la pressione che dilata le vene del cervello, il dolore che cementa rapido panetti di argilla nel petto.

–       Adesso ho visto come si fa. Ho capito quanto ti piace e proverò a farlo anch’io. Ce la metterò tutta, – dice lei, accarezzandomi la spalla.

E io la guardo senza essere capace di emettere un suono, cercando di frenarla almeno con gli occhi, di rallentarne lo slancio, di attutirne la caduta. Ma Anna adesso canta. Comincia esitando sulle prime note di una canzone che non conosco, canta con un filo di voce, eppure, dopo pochi istanti, nell’occhio destro le scoppia un capillare. Due rametti vermigli incastonati nella sclera, e lei sussurra piano, con la fronte un po’ aggrottata come si difendesse dall’imbarazzo. È tutta rossa ora, la pelle lucida, il collo cosparso di macchie.

–       Fermati, ti prego, – riesco  a dire, mentre l’occhio le si riempie di sangue.

Dico solo questo. Poi mi sveglio.

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