Dario Fo: “La disinformazione è un progetto”

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Attore, scrittore, premio nobel per la letteratura, scenografo, pittore, Dario Fo è al momento, il protagonista che non ti aspetti della vita culturale della Roma di Gianni Alemanno, sindaco...

Attore, scrittore, premio nobel per la letteratura, scenografo, pittore, Dario Fo è al momento, il protagonista che non ti aspetti della vita culturale della Roma di Gianni Alemanno, sindaco di colore politico decisamente diverso dal suo. Torna in questi giorni, dopo otto anni di assenza, su un palcoscenico capitolino, quello del teatro Valle, come regista del suo “Sottopaga?Non si paga!” e occupa gli spazi della Casa dei Teatri con una mostra bellissima: “Pupazzi con rabbia e sentimento”.


Perchè “con rabbia e sentimento”?

È un modo di dire storpiato dal linguaggio della musica, dall’espressione “con forza e sentimento”, ma per le mie opere ho pensato di sostituire la forza con la rabbia che ha una grande valenza creativa. La satira, lo sghignazzo, nasce sempre dal risentimento per le ingiustizie, la mancanza di libertà e di rispetto per quelli che non hanno “voce in capitolo”. Io con il mio lavoro ho sempre cercato di dar voce a chi non ce l’ha. Non solo voce, ma per quel che posso anche conoscenza, informazione.


Trova che non ce ne sia abbastanza?

Non ce n’è proprio. Prima la disinformazione era un incidente, oggi è chiaramente un progetto. Sono reduce da due esperienze che mi confermano questa idea. Penso all’immenso lavoro che avevamo fatto con Albertazzi, per raccontare la storia del teatro per la Rai, o al mio programma dell’anno scorso in cui parlavo di alcune grandi figure della pittura italiana. Una fatica enorme bruciata dal fatto di essere piazzata nei palinsesti in un orario proibitivo: andavano entrambe dopo la mezzanotte. Eppure in tutti e due i casi abbiamo superato il milione di contatti. Vuol dire che la gente ha fame di prodotti culturali, che diano informazioni. E invece si ritrova con una televisione che propone prodotti indegni ma spettacolari dando un servizio pessimo alla nazione. E d’altronde non si può pretendere di più da una televisione data in appalto permanente ai politici che la usano a loro piacimento. Basta vedere quante bugie ci stanno raccontando in questi giorni sulla crisi finanziaria.


Quale sarebbe la verità sulla crisi finanziaria?

La verità è che c’è stata una truffa organizzata che è andata avanti per dieci anni. Perchè non ce lo raccontano? Qualcuno deve dire che è stata fatta una rapina al popolo degli Stati Uniti e quelli che hanno goduto i frutti di questa rapina sono i 35 milioni di speculatori che ora se la ridono mentre tutto questo tsunami finanziario si sta spostando dalle nostre parti. Nello spettacolo che sto dirigendo, tutto il secondo atto è dedicato a questi temi. Si parla, ad esempio, del dramma di tre milioni e mezzo di persone che si portano sulle spalle un mutuo di tasso variabile e che per questo, dopo aver pagato per anni, sono finite in mezzo ad una strada, con le loro case sequestrate dalle banche che nella maggior parte dei casi sono riuscite a rientrare del prestito che avevano fatto e si sono ritrovate pure con immobili presi “gratis”. Nel MedioEvo queste azioni criminali venivano pagate con la gogna, oggi nessuno ce le racconta, tutti zitti a guardare perchè, dicono, l’informazione non è produttiva. Quella non strutturale al potere, s’intende. Perciò queste verità bisogna dirle almeno in palcoscenico.


Ci salverà il teatro?

Il teatro se non è ancora del tutto morto, è in fin di vita e il motivo principale di questo disastro è che il rapporto tra pubblico e rappresentazione è ormai routinario, senza scosse. Non esce più nessuno dalla sala arrabbiato per quello che ha visto o sentito, non c’è più alcuno scontro in teatro. Bisogna tornare a testi che raccontino la lotta, la fatica, la rabbia della quotidianità. Che provochino, muovano alla reazione lo spettatore, lo indignino. Il teatro deve attualizzarsi altrimenti è destinato a morire.


A parte i contenuti, il teatro rischia di morire per mancanza di fondi
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È vero, la situazione in Italia oggi è tragica. Prima c’erano compagnie che riuscivano a fare stagioni di nove mesi. Il tanto criticato governo democristiano, sulla spinta di un’opposizione a cui interessava alimentare la cultura, creava scuole di recitazione, compagnie. Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 sono nati in Italia una trentina di teatri stabili. Grazie a questo sostegno, a questa intelligenza, siamo diventati il teatro d’avanguardia per eccellenza in Europa. Ora il nostro mestiere in Italia, si basa sull’ostinazione dei giovani che fanno altri mille lavori per permettersi di continuare a fare teatro o si rifugiano in televisione, dove vengono pagati ma dove tutto è vietato e si riducono a fare sfottò, l’aspetto più vuoto della satira.


Qualcuno potrebbe obbiettare che non ci sono più soldi pubblici per fare niente, e allora perchè lo stato dovrebbe ritenere la cultura una priorità?

Non servono troppi soldi. Basterebbe sacrificare uno solo dei dieci caccia bombardieri recentemente ordinati per la flotta militare, vale a dire un miliardo di dollari e il teatro, finanziariamente, starebbe a posto per un bel pezzo. Altrimenti continueremo a vedere quello che vediamo oggi: compagnie che saltano.In Spagna, in Francia, in Inghilterra, nonostante la crisi c’è ancora fermento, sostegno alla cultura invece qui, se c’è da tagliare, si tagliano i fondi per la scuola.

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