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Paolo Cognetti: “Si potrebbe passare tutta una vita a scrivere libri sull’adolescenza”

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Paolo Cognetti è nato nel 1978 a Milano. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura, ha realizzato diversi documentari tra i quali Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore...

Paolo Cognetti è nato nel 1978 a Milano. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura, ha realizzato diversi documentari tra i quali Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo e Il lato sbagliato del ponte, quest’ultimo dedicato agli scrittori contemporanei di Brooklyn. Nel 2004 ha pubblicato per minimum fax Manuale per ragazze di successo, il suo primo libro di racconti e l’anno scorso è uscito, per la stessa casa editrice, Una cosa piccola che sta per esplodere, quest’anno finalista al premio Chiara.

Ormai sei considerato lo scrittore dell’adolescenza. Ti piace questa definizione o ti sta stretta?
Intanto sono molto felice di essere considerato uno scrittore. È stato il mio desiderio più grande per così tanto tempo che ancora non ci credo: davvero sono uno scrittore? Se è un sogno non svegliatemi, vi prego. Poi ho scritto due libri di racconti: il primo era pieno di donne, e allora ero lo scrittore della femminilità. Il secondo è pieno di ragazzi, e così adesso sono lo scrittore dell’adolescenza. Non è un problema. Come tutti gli altri, vorrei essere solo lo scrittore della vita umana. Ma comunque mi piace, è un argomento di cui amo parlare: secondo me si potrebbe passare tutta una vita a scrivere libri sull’adolescenza.

Oltre al tema dell’adolescenza, mi interessano dei tuoi racconti le ambientazioni. La clinica svizzera per anoressiche ricche, il rifugio della banda in un capannone di periferia, il campeggio e la provincia. Nel terzo racconto ci sono molti luoghi immaginari accorpabili a questi. Mi sembra appunto che questi luoghi non siano solo lo spazio dell’adolescenza ma dei veri e propri simboli letterari. Non rimandano a un immaginario preciso?
Il fatto è che la mia scrittura dipende molto dai luoghi. Prima di pensare alla storia ho bisogno di vedere tutta la scenografia, proprio come se fosse un teatro, e allora tiro su il palco e costruisco le quinte, riempio la scena di oggetti, sistemo le comparse. Poi ci metto un personaggio al centro e sto a vedere che cosa succede. Mi piace costruire questi ambienti chiusi, dei piccoli mondi con i loro linguaggi e le loro regole. Ed è vero che è il mio immaginario, forse anche un po’ pop, perché è formato da quello che ho visto da piccolo ma anche dalla letteratura e dal cinema americani. Così c’è la clinica delle anoressiche ma anche il campeggio di roulotte, il centro commerciale, la cascina o le case popolari, e nel primo libro altri posti come l’autogrill, l’agriturismo o l’aeroporto. Sono come le palle di vetro con dentro la neve finta. Sono i miei luoghi dell’immaginazione, il mondo parallelo in cui un bambino trasforma il cortile di casa: e la scrittura è il mio gioco solitario (adesso che ci penso, il titolo che avevo proposto io per il libro era proprio l’arte di giocare da soli. Però a minimum fax quei geniali editori hanno detto che era un titolo triste e non si sarebbe mai venduto. E poi è arrivato Paolo Giordano e il suo milione di copie).

Dalle interviste che ho letto mi colpiscono molto le influenze che citi della letteratura americana (in larga parte femminile) del sud. Mi sembra che ci siano tanti temi classici legati al genere dell’avventura. La fuga di casa, la scoperta, il rapporto con la natura. Che cosa vuol dire per te l’avventura e, soprattutto, è possibile ancora oggi?
Scrivendo questi racconti avevo in testa tanti personaggi della narrativa classica: Tom Sawyer e Huck Finn ma anche Alice e Dorothy, e poi Holden Caulfield del Giovane Holden, Jim Hawkins dell’Isola del Tesoro, Bastian della Storia Infinita. Un passaggio ricorrente di questi romanzi – e anche dei miei cinque racconti adesso che ci penso, e ti ringrazio di avermelo fatto notare – è la fuga di casa, reale o immaginaria. Il distacco temporaneo dai genitori e dalla casa è una specie di prova di vita adulta, un momento chiave dell’adolescenza. In questo senso è possibile, anzi necessario, in qualsiasi epoca. È il momento in cui uno comincia ad assaggiare quello che lo aspetta, e poi decide di dargli un secondo morso, e poi si accorge che non può più tornare indietro.

Una cosa molto chiara nei tuoi racconti è che l’adolescenza non viene trattata come una condizione fine a se stessa, ma nasce con le relazioni, spesso conflittuali, con i genitori. Si potrebbe dire che i genitori sono i veri protagonisti del tuo libro: dal loro comportamento, dal rapporto che hanno con i figli, determinano le storie. Sono determinanti anche quando sono evanescenti e mi sembra che nell’ultimo racconto tu abbia tentato una certa riconciliazione. L’ultima adolescente è infatti una madre. Che ne dici?
Cazzo Nicola, è un anno che è uscito questo libro e sei il primo che mi fa questa domanda. Non ci speravo più. Hai proprio ragione: come gli uomini erano i protagonisti segreti di Manuale per ragazze di successo, così sono i genitori in queste storie. Sono le cause della sofferenza e gli obbiettivi delle vendette dei miei ragazzi, e quasi sempre vanno a finire male. Quanto al racconto di cui parli, Tutte le cose che non so di lei, è successo che quando ne avevo già scritti quattro, e ormai sapevo che quello sarebbe stato l’ultimo, ho pensato a mia madre. I primi quattro racconti sono molto cattivi verso i genitori. O forse non cattivi, ma vanno giù duri con le loro colpe. Sono spietati e ho pensato che non era giusto, o almeno non del tutto giusto, perché mia madre è una brava donna e merita pietà. Allora nell’ultimo racconto ho un po’ aggiustato il tiro, ci ho messo dentro quella frase: fare figli è una battaglia persa, ed è stato il mio modo per chiederle perdono.

Oltre a queste relazioni, sembra che tutti i tuoi personaggi siano molto fragili e retti da una rete, determinati dalle cose. In parte è dovuto a una tua specifica sensibilità, ma è anche un lavoro di artigianato: come riesci a costruirli?
È un lavoro lunghissimo. Certa gente si sorprende quando dico che per scrivere un racconto ci metto sei mesi, e a volte anche un anno, lavorando quasi tutti i giorni. Forse non ho mai trovato il modo per rendermi il mestiere più facile. Tutto il lavoro che faccio gira intorno al personaggio, alla sua vita quotidiana, ai suoi desideri e alle sue paure, ai suoi ricordi d’infanzia. Scrivo tante cose che non finiranno nemmeno nel racconto ma che servono a me per conoscerlo meglio, per poterlo raccontare. Intorno a lui c’è questo ambiente, il mondo di cui parlavo prima. E poi l’eroe comincia a vivere fuori dal mio controllo e allora scaturisce la storia: il più delle volte incontra un’altra persona, e l’incontro gli sconvolge la vita. I miei racconti sono un po’ tutti così. C’è uno che non sta bene nel posto dove sta, e un incontro gli dà il coraggio per tentare la fuga.

Quando ci siamo incontrati, hai parlato della fatica dello scrittore, di come non potresti fare solo questo lavoro nella vita perché ti ucciderebbe. Anche il fatto di scrivere la mattina si lega a questo quasi dolore fisico. A me questa cosa della estrema difficoltà dello scrittore piace molto, perché ristabilisce un principio di realtà su un mestiere che sembra facile e che tutti vogliono fare. Se tu potessi torneresti indietro?
Ti ucciderebbe è proprio l’espressione giusta. Credo sia quello che è successo a David Foster Wallace, e a tutti gli scrittori suicidi che l’hanno preceduto. Però Nicola, dove dovrei tornare? Indietro dove? Prima di pensare che volevo diventare uno scrittore non mi ricordo neanche più che desideri avevo, forse fare il pompiere. La scrittura, e anche il dolore della scrittura, e la mia convinzione che lo scrittore sia una persona per forza di cose infelice, perché passa una vita a cercare di dire quello che non riesce a dire, queste sono le cose più belle che ho. Quelle per cui faccio uno sforzo e mi alzo la mattina, invece di girarmi dall’altra parte del letto. Poi è vero che è un mestiere duro. Ne ho fatti altri e ti posso dire che questo è davvero duro. Non ti lascia mai in pace, non finisce mai. Non c’è un giorno in cui io possa pensare ad altro, nemmeno se sono su un sentiero di montagna o in una strada di New York. E te lo dico sinceramente, mi fa stare male. Scrivere mi fa stare male, non scrivere mi fa stare ancora peggio, e il dolore peggiore è sentire che quello che hai appena scritto fa schifo: eppure, una volta che hai cominciato, non credo che tu possa trovare altre cose da fare nella vita.

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