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Craccracriccrecr

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Il canarino lo seguiva sgolandosi. Gli alberi si sporgevano stupefatti, il telefono squillava. Alle pareti apparivano i quadri nella luce intensa del tramonto.

“Il canarino lo seguiva sgolandosi. Gli alberi si sporgevano stupefatti, il telefono squillava. Alle pareti apparivano i quadri nella luce intensa del tramonto. Le ville di San Siro, intorno, dormivano fra i giardini e le piante, sopra i loro tesori, custodite da cancelli e da allarmi elettronici, da guardiani muti, assopiti.
–    Non sono assopito io, come vorrebbe il professore!
Il canarino taceva, il capino di traverso ad ascoltare.
–    Un giorno dirò tutto, scriverò un memoriale, un libro bianco sui grandi dirigenti, sulle grandi politiche aziendali, la verità sulla ricerca e sullo sviluppo, sulle qualità produttive, sugli investimenti, sulle grandi novità tecnologiche, sui grandi, questi sì, altro che grandi, prelievi personali e soprusi, sulle mosche, sì, le mosche del capitale.
Si fermò su questa immagine, che gli pareva cogliesse esattamente la banda dei suoi nemici, tutti gli amministratori e i manager industriali di successo, fatti di voli e voletti, di ali e alette… azzurre come cravatte… tutti a modo, con gesti e accenti, aggiornamenti e riverenze, relazioni e riferimenti, le sapienti colorate voraci mosche del capitale, sì, le mosche… per di più svolazzano e ronzano dappertutto, in bell’inglese, per andare a succhiare e a sporcare.
Gli alberi sparirono nell’ombra e il canarino, sempre muto, rapidissimamente guardava in giro, come impressionato dalle mosche, come se ne temesse l’avvento.”

(Paolo Volponi, Le mosche del capitale, 1989)Il canarino lo seguiva sgolandosi. Gli alberi si sporgevano stupefatti, il telefono squillava. Alle pareti apparivano i quadri nella luce intensa del tramonto.

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