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Stephen Stills: il cuore della West Coast

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Erano tre anni che non ti vedevo. Nel frattempo ci eravamo scambiati di tanto in tanto qualche mail che ci impediva ogni qual volta di dimenticarci l’uno dell’altro.

Erano tre anni che non ti vedevo. Nel frattempo ci eravamo scambiati di tanto in tanto qualche mail che ci impediva ogni qual volta di dimenticarci l’uno dell’altro. Un giorno mi scrivesti che saresti partita da San Francisco per venire a Roma, ad assistere al matrimonio di una delle tue care amiche. Saresti rimasta in città cinque giorni, il tempo di vedere gli altri amici. Mi chiedevi se potevo ospitarti per qualche giorno. Ti dissi di sì, anche se la mia casa, ti confessai, non era un modello d’ordine. Mi rispondesti di non preoccuparmi… la tua, forse, era anche peggio della mia. Ero contento di rivederti. Ero contento di rivedere quel tuo sorriso aperto e schietto, senza ombre, di risentire il tuo italiano addolcito dal sole della California. Ci siamo sentiti per telefono il giorno prima che venisti. Hai aspirato le tue prime parole, salutandomi, come se ti mancasse la voce dall’emozione. Io mi sono trincerato dietro la mia solita, misurata felicità. Odio manifestare subito i miei sentimenti. Ci siamo dati appuntamento per l’indomani… La sera ti sono andato a prendere alla stazione. Portavi il vestito indossato al matrimonio della tua amica (era stato quel giorno). Avevi dietro il tuo trolley sovraccarico di vestiti e lo zaino pesantissimo. Ci siamo abbracciati. Hai passato le tue mani sulla mia schiena e hai stretto forte. Siamo andati a casa mia. Abbiamo parlato. Ti ho preparato un tè. Mi hai fatto notare che mi ero molto dimagrito. Come al solito hai parlato quasi sempre tu. Mi hai raccontato com’è finita la storia con il tuo fidanzato italiano. Hai versato qualche lacrima. Era ancora troppo recente la cicatrice che ti aveva lasciato. L’anno scorso eri venuta a Roma per lui, ma non mi avevi chiamato. Soltanto ora me lo confessavi. Abbiamo mangiato qualcosa. Ti eri ingrassata in questi tre anni, ma non te l’avrei mai detto in faccia. La tua linea è stata sempre una fonte di sofferenza per te. Abbiamo parlato per ore. Alla fine ero stanco, gli occhi mi si chiudevano. Ci siamo dati la buonanotte. Ci siamo abbracciati. “Ho bisogno di coccole”, mi hai confessato con la tua dolcissima voce, con il tuo italiano pieno di vocali aperte. Accarezzavo i tuoi lunghissimi capelli castani, la tua schiena. Ti ho baciato sulla guancia, ti ho sorriso, poi sono andato nella mia stanza. Dopo qualche istante mi hai bussato alla porta. Mi hai chiesto se potevo farti ancora delle coccole. Ti ho abbracciato, ti ho accarezzato di nuovo i capelli, le mani. Poi le nostre labbra si sono toccate e ci siamo baciati. Ci siamo baciati a lungo, con trasporto. Siamo andati nella mia stanza, ci siamo sdraiati sul letto. Dopo qualche ora sei tornata di là, nella camera che avevo preparato per te. Prima di andartene ci siamo baciati ancora. Il giorno dopo sono rientrato dal lavoro e ho trovato una persona che mi aspettava. Non avrei mai pensato che aprire la porta di casa e vedere la luce accesa mi mettesse così di buon umore. Prima di cena ci siamo sdraiati sul letto, ci siamo abbracciati. Sospiravi. Mi hai confessato che non sapevi bene cos’era capitato la sera prima. Neanch’io lo so, ti ho confessato. Ho sospirato e mi sono stretto forte a te. Il giorno dopo siamo andati a cena fuori. Abbiamo camminato per il Centro, le nostre mani si cercavano, si toccavano, si volevano. Qualche volta, mentre eri assorta ad osservare una vetrina, ti baciavo i capelli. Mentre camminavamo mi prendevi in giro, dicendomi che non mi sforzavo di parlare in inglese con te. Stavo perdendomi la grande opportunità di esercitarmi. Facevo lo scemo. Gridavo “Oh my God”. Ridevi. Dicevi che ero un cretino. Ci siamo fermati a vedere i gatti di Largo Argentina. Tu li ami alla follia i gatti. Quelli che ti si avvicinavano li accarezzavi, gli parlavi con la tua solita generosità d’animo. Sull’autobus, mentre rientravamo a casa, hai fatto amicizia con una bambina. Gli hai chiesto come si chiamava, l’hai fatta ridire, le hai fatto dire come mi chiamavo io, “il ragazzo silenzioso”. Una persona come te non dovrebbe mai soffrire. È ingiusto che una persona bella come te debba soffrire. L’ultima notte che abbiamo passato insieme, le tue mani accarezzavano lente il mio petto pieno di peli. Mi hai confessato che i miei peli ti trasmettevano sicurezza. Avremmo voluto che quella notte non finisse mai. La mattina ci siamo alzati presto, abbiamo fatto colazione con le nostre mani che si toccavano continuamente. Ti ho accompagnata al treno per Fiumicino. Sulla banchina siamo restati abbracciati tutto il tempo. Ti ho accarezzato il viso, ci siamo baciati con un’avidità disperata. Sono rimasto lì anche quando sei salita. Finché il treno non partiva, aprivo le porte automatiche e ti baciavo ancora. Quando sei andata via, una specie di nausea ha invaso il mio corpo…

La sera sono andato a vedere all’Auditorium il concerto di Stephen Stills, questa volta orfano di Crosby e Nash. Stills è un’icona della musica rock, un genio. Ha scritto canzoni memorabili come Judy blue eyes, Love the one you’re with, Helplessly hoping, Wooden ships (quest’ultima composta insieme a David Crosby e Paul Kantner). Certo un po’ si sente la mancanza di Crosby e Nash, soprattutto il meraviglioso impasto sonoro delle loro voci, ma Stills anche da solo rende memorabile la serata. Basta che attacchi poche note e il suono meraviglioso della west coast invade il mio sangue, come lo hai invaso tu. Il timbro della voce di Stills è rimasto intatto nel corso di tutti questi anni. Muove le sue mani come un meraviglioso sciamano sulle innumerevoli chitarre che si è portato dietro. Canta Woodstock e c’è poco altro da dire. È libertà questo suono. È partecipazione questo suono. È voglia di divertirsi, di stare insieme il continuo muoversi di Stills sul palco. Questa musica parla direttamente ai sentimenti degli uomini, senza tanti complimenti, senza tante pippe mentali. Quanto attacca For what it’s worth il mio cuore è già schiantato. Mi sembra di correre sulle assolate highway californiane, con l’ombra delle palme a dar rifugio dal calore che esce dalla terra. Mi sembra di correre verso casa tua. Verso San Francisco. È la California questo suono. Sei tu questo suono…

Quando mi hai chiamato per dirmi che eri arrivata, mi hai confessato che ancora non sapevi bene quello che era successo tra noi, ma che era stato bello e che ti mancavo. Mi hai chiesto del concerto. “E’ stato bello”, ti ho risposto. Mi faceva pensare continuamente a te…

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