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Etgar Keret al Quadrangolare Internazionale del Fantareale

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Stasera parleremo di scrittura per il cinema e di scrittura narrativa. Ma prima lasciate che vi racconti la mia storia. Etgar Keret sorride, da dietro il tavolo, ha gesti felpati e lo sguardo intenso, a tratti malinconico.

“Stasera parleremo di scrittura per il cinema e di scrittura narrativa. Ma prima lasciate che vi racconti la mia storia.”

Etgar Keret sorride, da dietro il tavolo, ha gesti felpati e lo sguardo intenso, a tratti malinconico.

Il tono di voce è basso, monocorde, come se la storia che ha da raccontare venisse da molto lontano e non fosse, per ora, altro che un suono sordo e cupo di sottofondo.

E’ la storia dei suoi genitori,  sopravvissuti all’Olocausto: sua madre ha perso la famiglia nel ghetto di Varsavia, suo padre la sorella, e non disponendo, i due, di un’infanzia o di un’esperienza a cui rifarsi per crescere i loro bambini: Etgar, un fratello e una sorella, capitava spesso che facessero cose strane: alla fine di ogni mese, ad esempio, suo padre infilava lo stipendio in contanti in un cassetto della cucina, una cassa comune a cui i bambini erano liberi di attingere come volevano, e a cui, anche, sentivano il bisogno di contribuire procurandosi sin da piccoli lavoretti di ogni sorta.

Durante la guerra, suo padre era vissuto in un buco sottoterra con i genitori, ed il suo sogno era che ognuno dei suoi figli avesse una stanza tutta per sé. Un giorno, dopo anni di inutili ricerche, aveva trovato finalmente il grande appartamento dei suoi sogni, ma non c’erano più soldi per fare il pavimento.

“Ero piccolo, ma lo ricordo bene: noi seduti per terra sulla sabbia e mia madre che urlava contro mio padre”.

Che, infine, messo alle strette, aveva accettato l’offerta di una ditta di mattonelle: la quale avrebbe provveduto ai rivestimenti e in cambio, per tre anni, avrebbe usato la casa come showroom per i clienti. Al piccolo Etgar capitava spesso di incrociarli, entrando ed uscendo dalla doccia, tutti intenti ad ammirare le piastrelle.

Tra le varie stranezze dei due sopravvissuti c’erano anche le storie che raccontavano ai figli al momento di andare a letto. Nessuno dei due aveva dimestichezza con i libri per ragazzi, così, in mancanza di favole, i due sopravvissuti, la sera raccontavano le storie della loro vita.

La voce di Keret si è arricchita di vibrazioni. Il suono cupo lentamente si è trasformato in un flusso che ammalia pur non sapendo dove porti.

Le storie di suo padre, tra i due il narratore migliore, erano sempre ambientate nei bar e popolate di ubriaconi e prostitute. Personaggi sconosciuti ad Etgar bambino a cui suo padre spiegava che l’ubriaco è persona affetta da una condizione medica, per cui più beve e più è felice, mentre la prostituta è la persona più incline ad ascoltare i problemi altrui. All’età di otto anni, Etgar Keret voleva diventare prostituta e ubriacone. Più tardi, crescendo, i suoi propositi sono cambiati ma le storie di suo padre sono rimaste, hanno impresso in lui un segno profondo. Con la loro misteriosa commistione tra  una vitalità ingenua ed ottimista e la violenza oscura della tragedia. Storie dove l’ironia mostra un rovescio buio.

“Comunque mio padre e mia madre sono ancora vivi… mio padre ha una piccola parte in Meduse” (il film girato insieme alla moglie) dice Keret come svegliandosi da un sogno, come se la voce di suo padre avesse appena finito di raccontare una delle sue vecchie storie.

Anche il pubblico sembra scuotersi da una visione e prepararsi a parlare di cinema, eppure il narratore indugia: sembra che ci sia ancora bisogno di storie. Della storia, ad esempio, di come suo padre incontrò sua madre. Da giovane suo padre era elettricista: per un mese installava impianti elettrici nei nuovi edifici poi, ricevuta la paga, si dedicava ai festeggiamenti di fine lavori con  settimane di baldoria. La sera, il padre e i suoi compari, si riunivano a bere nel ristorante di un amico, al suono di musiche gitane, fino a quando, traballanti sulle gambe, venivano messi alla porta. Una sera suo padre non ha  voluto sentire ragioni: alla chiusura del locale, ha pagato di tasca propria i musicisti perché lo seguissero per le strade e quando si fosse fermato a pisciare, suonassero per lui una musica adatta all’occasione. Tutto andava per il meglio finché, d’un tratto, erano arrivate due pattuglie della polizia a sirene spiegate. Suo padre, a quanto pare, si stava liberando contro il muro dell’Ambasciata francese, e i diplomatici, all’interno, avevano avuto da ridire. Suo padre era troppo ubriaco per reagire, ma i musicisti si erano opposti strenuamente all’arresto del loro mecenate, richiamando una gran folla uscita dai vicini locali al suono delle grida. Tra la folla c’era sua madre di cui suo padre sgattaiolato fuori dalla macchina, nella disattenzione dei poliziotti, si era immediatamente, perdutamente innamorato.

Da bravo elettricista aveva sempre un taccuino in tasca e una matita dietro l’orecchio. Si è presentato in veste di detective incaricato di raccogliere le testimonianze dei presenti. Sua madre aveva visto ben poco e quel poco ha raccontato specificando poi generalità e indirizzo. Giusto in tempo, prima che la polizia, lo ributtasse in macchina e si allontanasse sgommando davanti allo sguardo colmo di orrore della ragazza convinta di aver dato i suoi dati ad un serial killer.

Uscito di prigione non è stato facile avere un primo appuntamento, però alla fine sua madre ha accettato e da allora sono ancora insieme.

Sorride Etgar Keret della sua storia, reale e insieme fantastica, del suo inglese pieno dei suoni aspri dell’ebraico. Forse è una storia diversa da quella altre volte raccontata. E forse è questo il suo segreto: come un narratore d’oriente modifica ogni volta la sua storia, che nella sua mutata versione, gli appare ogni volta più vera.

Deve esserci qualcosa di sopravvalutato nel realismo, dice Keret, perché l’esperienza soggettiva della vita non è mai realistica: quando ci si innamora, ad esempio, si cammina sospesi da terra e la vita non sembra più rispondere alle mere leggi della fisica. Il realismo è una forma di riduzione dell’esperienza umana: ci accontentiamo di qualcosa di meno purché sia qualcosa su cui siamo tutti d’accordo.

“Come scrittore mi interessa ciò che è sincero ed autentico. A volte sono il primo a dirmi: ma questo che hai scritto non potrebbe mai essere successo, eppure se mi accorgo che c’è verità per me va bene”

Come nel racconto, che stiamo per leggere, Il trucco nel cilindro tratto dalla raccolta Abram Kadabram, una metafora sulla scrittura come i tanti racconti di Keret dove il protagonista è un prestigiatore: l’uomo della magia e, insieme, l’impostore che inganna con i suoi trucchi. Al pari dello scrittore che, nello svelare un mondo diverso, lo manipola con le sue trame.

Ma la vera magia esiste, e arriva il momento in cui il prestigiatore e, con lui, lo scrittore, smettono di essere degli impostori: ed è quando il prestigiatore stesso non capisce più il suo trucco.

“Se inizio a scrivere sapendo già cosa voglio dire e, sviluppata la trama, arrivo esattamente dove volevo arrivare allora vuol dire che ho scritto una brutta storia. Le buone storie spiazzano sempre chi le scrive.”  Dice Keret.  Perché la mano di chi scrive affonda nel grande cilindro dell’inconscio, e talvolta pesca cose che uno neanche immagina vi siano: cose che sconvolgono e spaventano. Può capitare, come al prestigiatore della storia, di estrarre dal cilindro la testa mozza e sanguinante di un coniglio o un neonato morto. Può essere che uno, dopo, non abbia più voglia di fare il prestigiatore.

Dalla sala si leva un mormorio. Ma come… si dice sempre che bisogna già conoscerla la storia, averla ben chiara in testa prima di mettersi a scrivere. Così almeno insegnano a scuola, dice una voce dal pubblico, a cui invece capita spesso di mettersi a scrivere senza sapere dove la storia la sta portando.

Keret sorride e annuisce. Si può scrivere partendo dal cervello, dal cuore, dallo spirito o dalle viscere, come succede alla voce in sala. Come succede ad Etgar Keret. E non c’è un modo migliore di un altro. Per scrivere serve un’enorme energia, questo sì. Bisogna aver trovato qualcosa nella scrittura, altrimenti uno non resterebbe seduto tante ore alla scrivania, perché quello stare seduti lì a scrivere per ore, diciamolo, non è mica una cosa normale.

Etgar Keret scrive perché ha bisogno di leggere le sue storie e scrive perché, a differenza di molti, nelle pagine scritte gli è consentito perdere ogni controllo, ogni responsabilità. La sua infanzia, il passato dei suoi genitori, lo hanno spinto ad avere il massimo controllo sulla sua vita, dove tutto è calcolato, misurato, prevedibile.

E la sua scrittura viscerale, istintiva prevede molte stesure, o la prima è buona? chiede un’altra voce dalla sala.

Le viscere non regalano storie belle e pronte, sorride Keret, e i suoi racconti arrivano anche a  quindici stesure. A volte sono i personaggi minori a lasciarlo insoddisfatto: ad esempio nel caso di un poliziotto è probabile che nella prima stesura egli sia solo una macchietta, una caricatura che entra in scena per dire “smettetela o sparo”. E allora per conoscerlo meglio Etgar Keret scrive una piccola storia: che racconta di una moglie che lo tradisce, o del suo sogno segreto di suonare in un gruppo rock. E con la sua piccola storia alle spalle il poliziotto dirà la stessa battuta ma con molta più personalità. E’ una tecnica che Keret raccomanda caldamente: brevi storie, di cui spesso non resta traccia nel racconto principale, ma che trasformano i personaggi secondari in figure a tutto tondo. E a volte può capitare, perché no?, che la storia secondaria sia così interessante da scalzare  la prima.

La scrittura che nasce dalle viscere richiede molto lavoro in più: riguardando le tante pagine scritte per un breve racconto, uno si chiede se davvero servisse tanto materiale, tanta fatica. Ma sono cose che si possono pensare solo dopo, a racconto finito.

Una cosa Keret sa per certo, tra tante incertezze, ed è quando un racconto ha raggiunto la sua fine. Le ridondanze, eventualmente, sono sempre all’inizio: i primi paragrafi da eliminare nelle stesure successive. Ma la fine gli si rivela sempre, d’un tratto, con chiarezza cristallina. Anche questa naturalmente è una percezione soggettiva, perché i suoi critici invece, talvolta, parlano di conclusioni incomprensibili, immotivate.  Sorride Keret.

E l’innesco delle sue storie, qual è?

Il punto di partenza viene sempre dalla vita reale: un’immagine, una persona, una parola. Qualcosa che lo ha toccato, gli ha trasmesso una sensazione, triste, confusa, che in genere, a cercare di condividerla con qualcuno, non trova rispondenze.

Un esempio servirà a spiegare meglio e servirà forse a Keret per riprendere la strada delle sue storie, le storie sembrano il modo migliore per insegnare. Per dimostrare qualcosa.

E racconta, Keret,  di un giorno seduto in un caffé, e della voce di un uomo che parla al cellulare ad un tavolo vicino. Un flusso di parole indistinto dove d’un tratto si impone una frase: “Devo ammettere che ultimamente ho delle erezioni pazzesche”. Una frase che non lo abbandona, che gli torna in mente ossessiva. A colpirlo è stata la strana associazione tra erotismo e pragmatismo tra “erezione” e “devo ammettere”. La frase è cresciuta nella sua testa ed è diventata la storia di un uomo che ha una relazione con una collega. La sera può andare con lei al ristorante, a lume di candela, e scaricare poi anche la fattura come cena di lavoro. A casa l’uomo può sedersi accanto a sua moglie ed occuparsi di contabilità e amministrazione e intanto riandare con il pensiero alle sue cene romantiche detraibili dalle tasse. La storia di un rapporto passionale e burocratico nata da una frase colta in un caffé. Frasi, volti, situazioni di ogni giorno che, come il kit da campeggio, una volta aperti, crescono e si dilatano fino a diventare una grande tenda con dentro, talvolta, anche la Jacuzzi.

Il pubblico ha seguito attento, forse sconcertato, la nascita della storia dell’uomo e delle sue erezioni esentasse.

E nel silenzio che è seguito a qualcuno è tornata in mente una vecchia immagine: perché, chiede, il prestigiatore ha estratto dal cilindro proprio un bambino morto?

Keret si fa serio, capisce perfettamente la perplessità in sala: ma le immagini della sua scrittura sono come quelle dei suoi sogni, semplicemente arrivano.

Quando, mentre scriveva, è venuta fuori l’immagine del neonato morto lui stesso si è spaventato. Poteva essere un’immagine collegata a qualche aspetto della sua vita. Quando era incinta di lui, a seguito di alcune complicazioni, i medici hanno consigliato a sua madre di interrompere la gravidanza. Sua madre non ha voluto: lui è nato di sei mesi con un parto cesareo e i  dottori dicevano che non sarebbe sopravvissuto.

“Eccomi qua e non è da escludere che ci sia molto di me nel neonato morto estratto dal cilindro”.

I suoi racconti sono in genere molto brevi. E la lunghezza, in un racconto, è importante? E’ determinante?

Keret sorride dell’eterno bisogno di regole, indicazioni, misure: lunghezza, lingua, stile vengono sempre dopo, la cosa più importante è la storia che si scrive. Keret non crede al sistema americano delle storie perfettamente costruite, dove lo scrittore rischia di trasformarsi in uno dei partecipanti al gioco televisivo che tanto impazza in Israele sulla scorta di un format americano. I concorrenti si sforzano di cantare al meglio le canzoni di cantanti famosi e neanche si accorgono di cosa stanno cantando. Bob Dylan non aveva forse una bella voce, forse non cantava neanche bene, ma di certo sapeva, e sentiva, ciò che cantava.

Magari gli scrittori migliori sopravvivono anche alla tecnica del racconto perfetto, ma in genere le storie diventano sterili, una bella lingua, il ritmo giusto, e niente anima. Uno scrittore non può prendere consigli altro che da se stesso: non ci sono regole universali e quello che vale in un caso, in un altro è irrilevante o non funziona. Non per screditare le scuole di scrittura creativa. “Io stesso insegno in Israele, ma non credo che la scrittura creativa sia una scienza esatta. La cosa importante è imparare a scrivere le proprie storie. Ai miei studenti impongo moltissime regole e moltissimi vincoli non perché apprendano un unico modo di scrivere, ma perché imparino a superare gli ostacoli. Inizio sempre con l’esempio della sigaretta. Se dico accendetevi una sigaretta tutti l’accendono allo stesso modo, ma se prima vi lego le mani dietro la schiena ognuno escogiterà la sua maniera per farlo: i più forti cercheranno di rompere le corde, i più socievoli e loquaci chiederanno a qualcuno di aiutarli. E’ nel modo di affrontare gli ostacoli che viene fuori il carattere di ognuno.”

“E nelle sue storie c’è un messaggio che lei vuole mandare?”

Keret ascolta sempre attento, e sorride sempre con dolcezza. “Le grandi storie non trasmettono mai dei messaggi, semplicemente si ha voglia di leggerle, toccano qualcosa che è difficile da articolare. Una storia vera mi fa sentire triste o felice, pieno di speranza o di altro che non so definire, ma che resta.”

E ora d’un tratto ci si accorge che è tardi: il tempo a disposizione è quasi finito, c’è il cortometraggio da vedere e di scrittura per il cinema non si è parlato. Keret sorride sconsolato e ripete che l’incontro assomiglia tanto alle sue storie.

In occasione del sessantesimo anniversario delle Nazioni Unite è stato chiesto a venti registi di venti diversi paesi di girare un corto sui diritti umani ambientandolo nel proprio contesto nazionale.

Il corto girato da Keret e da sua moglie, e che ora, in extremis, scorre davanti ai nostri occhi, è ambientato in un posto di blocco, uno dei luoghi emblematici di Israele, e dei racconti di Keret. Emblematico e insieme universale, perchè i posti di blocco, nelle storie di Keret, sono luoghi senza spazio e senza tempo.

Quando scriveva per vivere, racconta Keret, la scrittura gli offriva un’infinità di interazioni. Poi con il tempo è arrivato il successo e sono diminuite le interazioni, gli scambi si riducevano alle interviste con i giornalisti e alle lezioni con gli studenti. Chiuso in una bolla di egocentrismo non aveva più occasioni di ascoltare il mondo, né di incontrarlo. E’ stato il cinema a riaprirgli le porte: ad offrirgli il confronto e lo scontro, perché no?, con attori, scenografi, direttori di fotografia, per imparare qualcosa di nuovo: “Da quando lavoro anche per il cinema sono un narratore migliore”

Durante la lavorazione di Meduse, il suo interesse, si è accorto, andava al mondo interiore dei personaggi, ai dialoghi, alle parole, mentre l’attenzione del direttore della fotografia era tutta rivolta ai comportamenti fisici: i gesti nello spazio, il modo di sedersi, di alzarsi, di muoversi attorno ad un tavolo.

Nel racconto, gli ha rivelato il lavoro nel cinema, i personaggi si muovono guidati non solo dal loro mondo interiore, ma anche dalla geografia dei luoghi. E un’altra cosa importante gli ha mostrato: alcuni scrittori sono solo scrittori ed è il mezzo della scrittura a definirli, lui al contrario si è scoperto narratore più che scrittore. “In me prevale l’urgenza di narrare, di raccontare il mondo attraverso le storie, di qualunque tipo” E con le storie, come per suo padre, coprire il suono sordo e cupo della tragedia, della violenza passata ed attuale.

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