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Tutti pazzi per… fiction

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Torniamo ancora una volta a parlare di medicina. Ma questa volta di un settore abbastanza delicato ed esclusivo: la psichiatria.

Torniamo ancora una volta a parlare di medicina. Ma questa volta di un settore abbastanza delicato ed esclusivo: la psichiatria.

La settimana scorsa ha debuttato sul canale satellitare Cult (canale 142 di Sky) la serie televisiva In Treatment prodotta da Hbo. Innovativa ed originale per i contenuti, la serie accompagna, passo dopo passo, lo spettatore attraverso le storie e le sedute di cinque pazienti e del loro psicoterapeuta.

Paul Weston (Gabriel Byrne) è uno psicoterapeuta apparentemente di successo con un matrimonio ormai fallito e qualche problema con l’etica professionale. Per quattro giorni a settimana svolge il suo lavoro, mentre il venerdì è lui ad andare dalla collega Gina Toll (Dianne Wiest). Ogni giorno il pubblico segue la terapia di un personaggio. E così si ritrovano il transfert di una anestesista, l’ostilità di un reduce di guerra, l’autolesionismo di una ginnasta, i problemi di una coppia e la crisi di mezza età di un affermato professionista.

Diretta e riadattata da Rodrigo Garcia (autore di Big Love e Six Feet Under), figlio del Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, In Treatment è tratta dalla serie israeliana BeTipul creata da Hagai Levi, che ha partecipato anche al progetto americano in veste di produttore esecutivo. Considerata come la più importante serie drammatica mai prodotta in Israele, BeTipul è diventata un fenomeno sociale e televisivo, osannata dai critici per i dialoghi raffinati e pungenti. La HBO ha creduto in questo format e dopo 5 episodi “sperimentali” ha dato il via libera ad altri 38.

Nelle narrazioni mediali del passato si è sempre fatta confluire la psichiatria in un poco chiaro ambito di discipline psicologiche, accostandola alla sociologia, alla pedagogia, alla sessuologia e persino alla pedagogia. Inoltre, è stata sottoposta a costanti, errate attribuzioni di ruoli, competenze e significati. In tal modo le storie televisive ci hanno presentato lo psichiatra o come interprete di sogni oppure come consulente e consigliere da salotto.

In questa serie, al contrario, si ritrovano dialoghi e strutture narrative ben fatte in grado di catturare l’attenzione del pubblico pur concentrandosi su un’unica scena. O meglio uno spazio fortemente delimitato; un angolo di una casa che non appare completamente. Sentiamo talvolta dei passi provenire dalle stanze al piano di sopra o delle voci; vediamo il giardino. Ma il confine è fissato: Paul e i suoi pazienti non vanno al di fuori dello studio. E’ l’unico posto in cui possiamo ascoltarli e osservarli.

Per quanto siano presenti molte approssimazioni, i trenta minuti (durata di ogni puntata) sono caratterizzati da un linguaggio che sembra voler disorientare, in modo creativo, lo spettatore. Ogni episodio, ad esempio, è redatto ogni settimana dallo stesso sceneggiatore per garantire e mantenere uniformità ai personaggi e alle vicende. In tal modo la serie risulta essere un unico, limpido quadro, senza episodi riempitivi.

Premesso che ogni rapporto terapeutico è unico, nella serie emergono aspetti propri di una seduta terapeutica, con eccessi di americanismo che, possono però essere perdonati, tenendo conto della complessità del plot narrativo.

Il vero elemento di originalità della serie consiste nella centralità che vengono ad avere i dialoghi; non esiste altra fiction che presenti due soli attori, praticamente immobili dall’inizio alla fine, con totale assenza di azione. Pertanto, gli attori possono usare solo il potere della parola e loro stessi. Da ciò deriva l’intensa teatralità del testo e dell’intera serie.

Nonostante vada in onda tutti i giorni, non è possibile equipararla ad una soap opera, al contrario In Treatment (come punta dell’iceberg della spettacolarizzazione mediale della psicologia) non è sostituto di nulla e va fruito così, con la curiosità relativa per una serie televisiva originale e ricca di simbolismo dove il vero paziente è proprio lo psichiatra.

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