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Robin Robertson: Esitazioni

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Avevo parcheggiato. Ma non potevo uscire. Chiusa in macchina, ho alzato il volume della radio. Era tardi, ero in ritardo ma non potevo andare. Ero intrappolata nell’ascolto.

Avevo parcheggiato. Ma non potevo uscire. Chiusa in macchina, ho alzato il volume della radio. Era tardi, ero in ritardo ma non potevo andare. Ero intrappolata nell’ascolto. In macchina ascolto spesso Radio Tre.  Quella sera c’era la voce di un poeta. Non mi piacciono molto i poeti contemporanei, anche se leggo parecchia poesia. Ma è dei grandi. La poesia, per me, è come se si fosse fermata. Anche con la musica in fondo ho la stessa impressione. Ce n’è tanta e di bellissima, ma non contemporanea.
A volte temo di diventare poco informata, poco attenta a quello che accade, troppo immersa nel cercare indietro. Il fatto è che cercando indietro trovo sempre qualcosa che mi meraviglia. I poeti nuovi mi pare dicano le stesse cose, ma in modo peggiore. E a volte anche il loro pensiero è stantio o banale.
Non so parlare di poesia. Non ho strumenti critici per descriverla. Ho solo un buon orecchio.
Con la musica mi succede lo stesso. E mi aggrappo ai versi che mi piacciono per un intuito e una reminiscenza di studi fatti da adolescente, quando i miei professori di italiano, inglese e tedesco erano tacitamente alleati nell’insegnare la bellezza della lingua attraverso i poeti.
Montale è il poeta più grande per me. Ma non riesco ad argomentare perché. E’ semplicemente evidente.
Continuo a rileggere i suoi versi, trovandoci ogni volta delle rivelazioni e dei suoni e delle immagini che mi creano un piacere profondissimo, pur nella loro inesorabilità. Mi capitava spesso e mi capita ancora adesso di far girare in bocca delle sue parole. Non è edificante essere guardata per strada mentre sussurro Schiocchi di merli, frusci di serpi, lo so. Ma non ci posso fare niente. Oppure mi è spesso capitato di fermarmi davanti a statue, alle nuvole o di inseguire il volo di un uccello e di comprendere i versi di Spesso il male di vivere ho incontrato.
Sono una lettrice ingenua di poesia.
E ingenuamente stavo chiusa in macchina, dicendo no a chi pensava che uscissi dal parcheggio, vedendo la gente passeggiare sul marciapiede con i loro sguardi interrogativi sul perché una ragazza stesse lì da sola ed ero in ritardo, mi aspettavano lo sapevo, ma non potevo scendere.
Dalla radio mi arrivavano le parole di un poeta contemporaneo che mi ha sorpresa. I suoi versi erano letti sia in inglese dalla sua stessa voce, sia in italiano, in voce femminile. In entrambi i casi, magnifici.
Interveniva anche il traduttore di questi versi, che spiegava e approfondiva il percorso di un poeta meticoloso e austero ma anche capace di grande sensualità.
Allitterazioni, uso di parole ricercate ma radicate in una moderna violenza, legame con i miti greci e un grande, grande amore per Montale. Non potevo scendere.
Ho preso un foglietto e ho appuntato il suo nome: Robin Robertson. E il nome della raccolta poetica Esitazione, pubblicata da Guanda con la traduzione a cura di Massimo Bacigalupo.
In realtà si tratta della seconda pubblicazione di questo autore. La prima è La camera obscura.
Robertson è scozzese di nascita (1955) ma vive a Londra. Ha iniziato a pubblicare abbastanza tardi, nel 1997. Però il suo esordio ha ottenuto da subito grandi riconoscimenti e apprezzamenti nei più importanti premi letterari internazionali.
Esitazione è la traduzione dell’intraducibile parola scozzese che dà il titolo alla raccolta: Swithering, che vuol dire incertezza, volatilità. Robertson sonda questo stato d’animo in tutta la raccolta, è uno stato oscillante e di indecisione che crea indeterminatezza e che caratterizza anche il rendersi conto di una maturità che chiude le porte al tentare della giovinezza:

Donegal

Gioiosa sulla spiaggia a Rossnowlagh
l’ultimo giorno dell’estate,
correvi sul bagnasciuga
gettando scarpe, camicetta e asciugamano
come stagioni e anni di città,
e io li raccoglievo
mentre incespicavo dietro, custode
di abiti asciutti, di un piccolo cuore
non ancora tredicenne,
che sfidava le onde
e incitava il ritardatario
a raggiungerti, per nuotare nell’Atlantico
l’ultimo giorno dell’estate.
Vidi un uomo sul bagnasciuga
con le mani impedite da vestiti, impedite da
tutti gli anni,
e sua figlia che correva
dove lui sapeva di non poterla seguire.

La stessa indeterminatezza si fa violenza feroce e malessere in una poesia che rende con parole atroci l’ambiente cittadino, di una metropoli come Londra:

Entropia

Non prego, copro solo gli occhi dall’abbaglio
delle strade, la zuffa della città: folla
in moto browniano, otto milioni di calamite
che respingono e attraggono, acuminate come cani
da lotta
o cortocircuitate a questa sbavatura di luce e
velocità,
pestando l’acceleratore. Un’emulsione di desiderio,
una rissosa accesa cacofonia di immondizia.
La ruota prismatica gira finché è bianca.
Nastri della polizia sferzano e sbattono nel vento
come prendendo fuoco; mulinelli rotolano cartacce
sotto palazzi di cemento, dentro canali stagnanti
iridescenti di nafta. La città ha visto i tagli incerti sui
miei polsi,
ha trovato la mia vena, e ha strappato. La notte
frusta
con le sirene, il lampione al sodio barra
la parete interna. Chiudo gli occhi;
non prego, sto solo in ginocchio nel buio.

Corrono per tutta la raccolta immagini di animali, simboli di ancestrale natura che si sprigiona in tutta la sua carnale forza:

Penetrazione

Una poiana esplora i campi
seguendo la mietitura:
la freccia slanciata del suo corpo
tenuta in equilibrio nel vento
da ali e coda, sospesa
sopra lame meccaniche
e la carne tenera tanto più sotto
– un coniglio
esposto tra le stoppie –
e aspetta immobile,
aspetta ancora
finché le ali non si chiudono in picchiata,
come ardesia che strapiomba nella neve.
Le ferite si spandono nel coniglio come piume
gettando un sottile velo di incarnazione,
annunciazione nel campo spigato,
e lei irrompe,
fa saltare le fibbie
della schiena, apre il cassetto rosso
del petto, saccheggiando il cuore.

Una sorpresa, poi, in parole che si leggono in inglese:

(…)

And then, you will walk, sun-blinded,
into the slow and bitter understanding
that all this life and all its heart-sick wonder
is just the following of a wall
ridged with bright shards of broken glass.

Che suonano così:

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

E sì, oltre a Meriggiare pallido e assorto, di Montale Robertson riscrive nella sua lingua – quindi se ne appropria – anche L’anguilla e La casa dei doganieri. 
Senza esitazione sono finalmente uscita dalla macchina. Il giorno dopo mi sono fiondata in libreria.

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