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Questa terra è la tua terra, questa terra è la mia terra. Ho molto da dire su chi non la pensa così

Questa terra è la tua terra, questa terra è la mia terra. Ho molto da dire su chi non la pensa così. Ho molte storie, non poi così tante, ma se mi concentro escono fuori e sono pronte per essere raccontate fino alla fine. Sotto la pensilina il benzinaio ha in mano un pezzo di cartone smozzicato, dentro ci tiene i soldi, l’incasso della giornata. Ogni tre clienti tira fuori il blocchetto e stira le banconote, una per una.
Lungo la Flaminia due giorni fa un gruppo di Algerini e nord-africani hanno sfilato per chiedere asilo politico all’Italia. Arrivati a un certo punto si sono seduti sulla strada come un plotone di soldati e hanno bloccato il traffico. Portavano le magliette a mezze maniche, il sole è venuto fuori tardi quella mattina, e intorno alle undici il sudore ha iniziato a lucidare i muscoli.
La prima volante è intervenuta quando sono partiti dal centro di accoglienza per immigrati. Il vigile aveva lo stomaco fuori dai pantaloni e la cinta infilata e assicurata sull’ultimo foro. Da dietro gli occhiali da sole ha ordinato qualcosa, ma i negri hanno continuato la marcia senza starlo a sentire. Lungo la statale, con i musi che fissavano il pavimento asfaltato hanno proseguito per sette chilometri fino allo svincolo con la via Flaminia. Le macchine hanno rallentato, si sono fermate e sono iniziate a volare le bestemmie di un paio di uomini. Un gomito fuori dal finestrino e un braccio agitato verso il cielo come per chiedere la grazia. Un negro si è voltato e ha ripetuto qualcosa in una lingua che i due nella macchina non hanno capito.
Il benzinaio quando allunga le mani per darti il resto sembra che lo faccia perché gli è stato ordinato. Non ci trova nessun senso nel dare il resto alla gente, quei soldi se le cose andassero come dovrebbero, gli apparterrebbero. Il suo corpo ossuto cade dentro la tuta da lavoro che è almeno di due taglie in più; porta le maniche arrotolate fino ai polsi e una felpa annodata in vita.
“Sono solo negri”, ripete, “solo negri”.
Apre il tappo di un serbatoio, spinge due volte un tasto sulla pompa e infila l’ugello. Il display attacca a girare, i numeri corrono.
“Nel loro paese si mangiano tra di loro, gli dai una mano e quelli non l’accettano. Qui noi gli abbiamo dato una casa e forse, stanne pur certo, gli passiamo anche dei soldi. Trenta euro al giorno vuoi che non glieli danno”.
Il serbatoio è pieno. Il benzinaio sputa a terra e fa uno scatto con la testa come se lo infastidisse molto parlare di quella faccenda. Sotto il gozzo diparte una peluria che sale fino alle guance e gli rende il viso nero. Sfila le banconote dalle mani della signora e le infila nel cartoncino, bagna l’indice passandolo sulle labbra e sfila due pezzi da cinque.
“Poi non vuoi parlare contro i negri…”.
Il vecchio chino sul bastone si avvicina al benzinaio e gli stringe la mano facendo un sorriso sornione. Gli occhi sono inglobati dalla carne delle guance e la schiena ingobbita proietta sull’asfalto un’ombra aliena.
“Ho dato lavoro a uno di quelli… hanno lavorato e hanno mangiato al mio tavolo. Quando hanno finito il lavoro mi hanno chiesto il doppio dei soldi che avevamo pattuito… altrimenti mi facevano la vertenza”.
“Che sciacalli”.
“Ho preso una pala e gli sono corso dietro con tutto che sono un vecchio. Ancora stanno scappando”.
La polizia è arrivata quando la strada era bloccata con i negri sdraiati sull’asfalto. La prima rissa è scoppiata dal niente. Un tizio di nome Piero aveva colpito con un diretto allo stomaco un negro e lo aveva sdraiato, qualche suo amico non aveva gradito la storia e si era lanciato in sua difesa. La folla si è accalcata sulle prime automobili come un gruppo di poveri diavoli. Grida, urla, spinte.
Una Fiat grigia ha simulato di metterne sotto qualcuno. Il motore della vettura ha rombato, l’uomo al volante si è agitato in una serie di movimenti scomposti. I negri sdraiati hanno puntato le gambe sul paraurti e si sono detti qualcosa e sono rimasti dove erano. Qualcuno è arrivato e li ha strattonati, qualche donna ha cercato di spiegare come stavano le cose, ma nessuno dei due gruppi parlava una lingua comune.
Il comitato per il ritorno della manifestazione nei ranghi prevedeva una jeep dell’esercito, tre macchine dei carabinieri e due motociclette della polizia. Le sirene accese, il tizio di nome Piero fermato. I negri fatti alzare, una volante davanti e il resto della ciurma dietro, scortati a passo d’uomo fino al centro di accoglienza.
Verso le tredici le magliette sembravano uscite da una lavatrice, le portavano arrotolate sulle spalle come degli stracci. I visi accaldati e le braccia a ciondolare per battere il passo della ritirata. Le pianura della provincia si sono aperte dopo gli ultimi palazzi e i piedi pestavano la linea bianca che segnala la corsia di emergenza. Le macchine sfilavano alla loro sinistra e chi non guidava li fissava finchè non erano spariti dietro una curva. I muscoli tirati e possenti, gli occhi arrabbiati non si staccavano da terra.
Il vecchio riempie di benzina una tanica da cinque litri. Paga e se ne va per la sua strada con la sua ombra da alieno, il benzinaio non sembra accorgersene. Lecca il bordo del pollice e conta i soldi, li accarezza e li fa sfilare, muove appena le labbra e non perde il conto. Anche se qualcuno lo saluta non schioda la testa dal suo cartone smozzicato farcito di banconote.
“Sfilano ormai una volta a settimana e la polizia non fa niente. Secondo te succede la stessa cosa negli altri posti? Io dico di no. Perché qualcuno fa qualcosa. Qui nessuno fa più niente… diavolo sono solo negri”.

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