Ieri sera sono uscito con Tomec

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Ieri sera sono uscito con Tomec, uno dei tanti immigrati clandestini in Italia. E’ arrivato quattro ani fa dalla Polonia assieme alla madre ed alla sorella.

Ieri sera sono uscito con Tomec, uno dei tanti immigrati clandestini in Italia. E’ arrivato quattro anni fa dalla Polonia assieme alla madre ed alla sorella. Il miraggio è sempre quello: l’Italia è il paese del Papa, ci troveremo bene. Se potesse tornare indietro, credo ci penserebbe due volte. Per lui è cominciata subito una trafila di lavori in nero sottopagati ed un gioco psicologico dei suoi datori di lavoro: Tu pensa a lavorare che poi ti mettiamo in regola, e Tomec, lavorava come una bestia, tagliava ferro ed alluminio senza nessuna protezione. I suoi colleghi erano tutti clandestini come lui. Se lo avesse conosciuto, avrebbe pensato ironicamente che la sua vita era come quella dei bambini nei romanzi di Dickens. Ma Tomec non conosce Dickens, ed è troppo impegnato a pensare a quanti soldi mandare in Polonia ogni fine mese per fermarsi a riflettere che, quei presunti “datori di lavoro” (ora che ve li ho presentati per quello che sono il virgolettato è obbligatorio), gli stavano rubando la giovinezza. I fine settimana i polacchi li passavano tutti assieme, qualche birra e milioni di sigarette. Non si integrano molto nel tessuto sociale, ma almeno non vengono guardati con diffidenza. Verso di loro la gente mostra all’inizio una moderata curiosità, poi li lascia perdere, fino a farli diventare pezzi dell’arredo urbano. Se è una (dis) integrazione è una (dis) integrazione molto soft (per fortuna).
Tomec ha deciso che tornerà a casa, mentre scrivo e questa domenica è oramai alla fine, starà salendo le scalette del bus. Sigarette in tasca ed una busta di panini. Trenta ore di viaggio e poi di nuovo Polonia. Racconterà qualcosa dell’Italia una volta tornato nella sua città, i suoi amici d’infanzia faranno cerchio attorno a lui e gli chiederanno una copia dei cd di Eros Ramazzotti. Il pullman sarà pieno di altri polacchi che, per un attimo (più o meno lungo) hanno creduto di farcela. Io Tomec l’ho conosciuto giusto un po’, le barriere linguistiche erano difficili da superare ma il pallone ci permetteva di parlare senza dirci niente: lui è proprio un buon giocatore, di quelli che non vorresti mai avere contro, tiro potente e pochi fronzoli. Un gioco molto anni sessanta, quando il calcio non era roba per modelli Dolce & Gabbana. Un calcio fisico e mai felice, come se avesse sempre un’ombra di tristezza da sfuggire. Ieri mi ha confidato che non tornerà più in Italia, che anche se non parla bene l’italiano ha imparato qualche lezioncina, la più importante recita: non fidarti di chi ti dice che avere il permesso di soggiorno sia un problema. Poi mi ha sorriso ed ha detto: Vuoi birra da me? Grazie Tom ho risposto io, ma si dice: vuoi bere una birra con me? E’ rimasto un attimo perplesso e ha detto: Tanto ormai Italiano non mi serve ad un c####, mica devo insegnare in scuola. Ed ha proprio ragione.

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