Una cosa divertente che faccio troppo spesso

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Quella di Santa Sofia è la festa più malinconica del mio paese. Proprio per questo, probabilmente, è la mia preferita.

Quella di Santa Sofia è la festa più malinconica del mio paese. Proprio per questo, probabilmente, è la mia preferita. Questa giornata segna la fine dell’estate e delle lunghe giornate trascorse in pantofole davanti al bar a guardare le donne scollate (per evitare accuse di maschilismo posso dirvi che anche le donne passano molte ore al bar, sorseggiando aperol e granita di limone e guardando i giovani balestrati). Proprio per questa malinconia di fondo che rende questa giornata così (inconsapevolmente) Leopardiana, io ed i miei compaesani ci accaniamo, durante la processione, in un consumo alcolico sfrenato. La processione si snoda per il paese e spesso la statua della Santa si arresta per consentire ai fedeli di appendere l’offerta. Lungo il corpo della Santa scendono due nastri di raso dove i devoti appendono i soldi. Giusto per rimpinguare le casse della Chiesa.
Pare che l’otto per mille non paghi più come una volta.
E’ bello guardare la metamorfosi dei partecipanti: ai blocchi di partenza in molti cantano l’inno della Santa e molto compiti ostentano un contegno Oxfordiano, dopo pochi “Pit Stop” (così con i miei amici chiamiamo le fermate della statua), tutti hanno le labbra viola per il vino e biascicano parole senza senso che secondo loro fanno parte dell’inno della Santa. Intanto si infilano in tasca taralli. I taralli sono buoni, perché fanno spugna e permettono alla gente di non incorrere in patetiche scene di vomito. Contegno: siamo alla processione della Patrona Del Paese, mica in “Cristiane F.: Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino”. Alla fine del percorso sono tutti stanchi ma felici, come al termine di un viaggio iniziatico. Una giornata in processione vale come sette anni in Tibet. Pomeriggio inoltrato ed un esercito di zombies, che domani torneranno ad essere buoni padri di famiglia e professionisti apprezzati. Ecco la “Liminalità” di cui parlava Victor Turner, la gente che esce dalla normalità ed entra nel caos organizzato della festa. Questa sera, dopo aver dormito (e vomitato) sono uscito per vedere che aria tirava in giro. Sulla porta del Bar c’era un vecchio con la testa fasciata: rientrando a casa è caduto dalle scale. Doveva essere talmente sbronzo da non aver visto affatto i gradini. Sul suo turbante improvvisato c’era una macchia marrone. “Sangue raggrumato” ho pensato io. All’ospedale non hanno avuto la mano leggera. Sai che gioia fasciare un vecchio che arriva ubriaco e sanguinante. Mi ha guardato, ha strizzato gli occhi e mi ha detto: “La vuoi una birra, è per la devozione della Santa”. Ho accettato subito, perché altrimenti si sarebbe offeso. Magari mi crollava lì per terra e quella birra poteva essergli fatale, ma ho imparato una cosa vivendo in paese abitato all’ottanta per cento da anziani: Mai dire no ad un vecchio, verrai altrimenti indicato come (non necessariamente in questo ordine): 1) Frocio (scusandomi per il politically uncorrect), 2) Astemio (che dalle mie parti è un insulto) 3) Forestiero (ed in tempi di Borghezio non è un affare). E poi, perché rovinarsi un giorno di festa?

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