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Medici in Prima Tv

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Le porte scorrevoli si aprono. Di corsa una barella viene portata in sala operatoria. Un gruppo di chirurghi attorno che deve decidere cosa fare.

Le porte scorrevoli si aprono. Di corsa una barella viene portata in sala operatoria. Un gruppo di chirurghi attorno che deve decidere cosa fare.

Scena clou di un qualunque medical drama.

La stagione televisiva appena iniziata ci propone un ampia scelta di fiction ambientate tra le corsie di un ospedale. Il primo debutto importante riguarda Canale 5 con la messa in onda di “Crimini bianchi” (mercoledì 24 settembre). La serie, prodotta dalla Taodue, vuole raccontare gli abusi e gli errori del sistema sanitario, dalle diagnosi superficiali ai ricatti in corsia, dai medici senza scrupoli ai casi più forti di malasanità.

Proprio l’annuncio di questa fiction ha prodotto una serie di critiche da parte del mondo dei medici e degli infermieri che dichiarano di non riconoscersi nelle storie; secondo loro del tutto inventate e distorte. La loro presa di posizione può anche essere condivisa, non tanto perché l’argomento trattato è sempre di grande impatto, ma soprattutto per il modo in cui viene rappresentata la sanità in Italia: è vero che una visita ambulatoriale, se non viene fatta dal Dr. House, non è molto accattivante per il pubblico televisivo, ma ci vorrebbe un taglio meno drammatico e stereotipato nella rappresentazione dei ruoli.

Il problema reale è rappresentato dal fatto che questo tipo di fiction appare ancora fortemente legato a strutture narrative tipiche della serialità americana. Ma i serial americani sono diversi per linguaggio narrativo e tecnica di regia e montaggio. La loro capacità sta nel narrare storie finte che sembrano reali. Allo spettatore non interessa tanto sapere o credere che ciò vede sia vero, ma che sia coinvolgente.

Mentre per altri prodotti fictional il sistema italiano è stato in grado di costruire una propria autorialità, nel settore medical-drama questo non è avvenuto pienamente.

Se si vuole dare dignità a questo tipo di racconti si deve essere in grado di conciliare le caratteristiche esportabili dei serial americani con il nostro modo di essere e di vederci rappresentati e coinvolti.

Le carenze purtroppo si avvertono. Fiction lontane dal realismo, prive di ritmo e dinamicità, senza impatto visivo ed emotivo.

Prendiamo la categoria degli infermieri. Il luogo comune li vede sempre come i più frustrati e i meno disponibili. E così che vengono presentati. Sospesi tra la falsa realtà e dialoghi sopra le righe.

A tutto ciò si deve aggiungere che, secondo uno studio pubblicato da “Lancet” e condotto da Brendan Kelly dell’University College di Dublino, le fiction in corsia enfatizzano troppo gli inesistenti amori tra medici, tra infermieri e tra medici e infermieri. Secondo un gruppo di ricercatori belgi, poi, i medical drama possono nuocere alla salute, trasformando i telespettatori in malati immaginari.

Bene. Condivido la necessità di offrire racconti vicini alla quotidianità ma non dobbiamo dimenticare che la fiction, in quanto tale, deve peccare di veridicità. Essa deve sempre parlare di emozioni e sentimenti universali, raccontando storie reali non stereotipate, improntate alla modernità, con poche concessioni al buonismo e soprattutto garantite nella loro attendibilità dalla collaborazione in fase di scrittura e revisione delle sceneggiature, di un autorevole staff di consulenti medici e scientifici.

Se invece vogliamo fiction che siano riflesso incondizionato della realtà, la soluzione è molto semplice: basta prendere una videocamera ed entrare in un qualsiasi ospedale italiano… In tal caso, però, temo che la telecamera sarebbe inclemente nei confronti di molti medici italiani.

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