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Etgar Keret e Nathan Englander

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È sabato sera e alla Casa dell’Architettura, alla prima edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica, Etgar Keret e Nathan Englander, seduti su un divano rosso al centro...

È sabato sera e alla Casa dell’Architettura, alla prima edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica, Etgar Keret e Nathan Englander, seduti su un divano rosso al centro del palco, sembrano stringersi uno all’altro non certo per paura del pubblico che si riversa in sala con sguardi curiosi e avidi, né delle domande che verranno dal moderatore che, accomodato su una poltrona anch’essa rossa, quasi dà loro le spalle. C’è piuttosto, in quella vicinanza, un’allegria, una dimestichezza di amici, Englander più alto, più scuro e possente e Keret con una timidezza, una  levità sorridente, negli occhi, nella postura.

Ma sarà solo dopo, dalla voce, dalle risposte, che emergerà la diversità tra i due.

“E allora da dove nasce in voi lo scrittore?” Chiede l’uomo sulla poltrona rossa.

Etgar Keret, cresciuto a Tel Aviv,  parla lentamente e lentamente spiega che lo scrittore è nato durante il servizio militare obbligatorio, che in Israele dura dai 18 ai 21 anni. Fino ad allora lo avevano sempre interessato le scienze esatte, la matematica e la fisica, voleva diventare ingegnere, poi sotto le armi ha cambiato idea.

“Ho fatto il servizio militare insieme al mio migliore amico” riprende dopo una pausa, gli occhi vivi e una voce calda “un giorno il mio amico si è ucciso, ma prima del suo suicidio abbiamo avuto tanto tempo per parlare della vita, mi ero assunto il compito di convincerlo a vivere ed evidentemente non ci sono riuscito. Nella settimana della sua morte ho scritto la mia prima storia forse per cercare di spiegare perché io invece continuavo a vivere”.

Englander non aspetta che il pubblico si riprenda dalla sorpresa. Americano di  New York, il suo inglese non conosce le esitazioni, le pause che addolciscono e rallentano l’eloquio di Keret, è una cascata tumultuosa, possente che spazza via il silenzio sceso in sala. “Sono cresciuto in un mondo in  bianco e nero mentre io sono ossessionato dalla presenza del grigio. Sono cresciuto in una famiglia molto religiosa, dove tutto veniva comunicato attraverso le storie. Il rabbino raccontava un’infinità di storie, tutto ciò che ascoltavamo erano storie. Un’educazione che per un verso mi avvicinava al racconto, e dall’altro me ne allontanava, mi frustrava. Per oppormi alla frustrazione mi immergevo nei libri e dalla lettura ossessiva sono passato alla scrittura.”

E qual è stato il ruolo dell’ebraismo nella loro scrittura?

Englander si erge sul palco via, via più possente. Sebbene se ne stia con le spalle abbandonate sul divano, qualcosa trasborda dalla sua persona “Questa è la grande domanda”. Sospira. “Personalmente mi sento più vicino a Isaac Bashevis Singer. Amo Philip Roth e Saul Bellow, ma evidentemente loro appartengono ad una generazione di ebrei allevati e cresciuti per diventare americani. Io sono stato allevato per sentirmi un ebreo, non per mischiarmi all’America. Sono un ebreo americano della quarta generazione. È stato quando, per ragioni di studio, sono andato a Gerusalemme che per la prima volta nella mia vita non mi sono sentito ebreo.” Risate in sala. “In America ebreo, in Israele americano, comunque sempre diverso. E se sei uno scrittore sei sempre qualcosa d’altro. Alle feste la gente ti si avvicina e ti chiede: allora scriverai di ciò che stai vedendo?”.

Etgar Keret sorride, niente affatto turbato dalla possanza travolgente di Englander al suo fianco. La sua forza è di natura diversa, una forza silenziosa che pulsa da dentro. Per lui l’essenza dell’identità ebraica è fondata sul dubbio, sull’eterna messa in discussione. Gi ebrei sono famosi per discutere con tutti, persino con Dio. Quando si ritrovano, anche solo in due,  per studiare un testo sacro, inevitabilmente finiscono per accapigliarsi sul senso del testo. La ricerca costante del significato è un elemento centrale dell’identità ebraica. Lo è per l’ebreo e per lo scrittore, un tentativo costante di avvicinarsi a qualcosa che non si troverà mai. Una vocazione, una chiamata al dubbio.

L’uomo sulla poltrona rossa passa ad una disamina di parole che in ebraico hanno la stessa radice della parola ebreo. Tra queste vi è la parola trasgressione. L’uomo alto riferisce di alcuni brani dei due autori dove più evidente è la loro trasgressione. Cosa è per loro la trasgressione?

Englander ha ascoltato paziente e d’un tratto salta su, o meglio sembra saltar su, sebbene le sue spalle rimangano abbandonate sul divano: “Facciamo attenzione…” grida “le parole hanno un significato letterale, e a me piace usarle nel loro significato letterale, che poi le parole si prestino a mille metafore è vero, e mi piace scrivere anche per l’infinita gamma di sensi che si possono attribuire alle cose, ma prima viene il senso letterale. Il fatto che la Bibbia sia stata usata nei secoli per fare la guerra la dice lunga…”

Etgar Keret sorride sornione all’ombra impetuosa del suo amico. “Viviamo la vita in uno spazio limitato che chiamiamo mondo”. Dice.  “Viviamo come se la vita consistesse nelle quattro risposte possibili per ogni domanda di un multiple choice. Ma non è così. Ora noi parliamo seduti sul divano e voi state zitti e noi questo lo usiamo a nostro beneficio, ma se qualcuno di voi d’un tratto si alzasse e intonasse la sua aria preferita si schiuderebbero altre possibilità. La vera arte è sempre trasgressione altrimenti non farebbe altro che ripetere cose note. Si può trasgredire in mille modi, attraverso il senso, l’intreccio, lo stile, trasgredire vuol dire ampliare la visione del mondo.”

Englander rappacificato, dopo lo sfogo appassionato sul senso letterale, aggiunge con voce piena di saggezza che, da quando ha scritto il primo libro e per presentarlo in giro per il mondo è salito su molti aerei, ha cominciato a guardare il mondo dall’alto del finestrino. E si è accorto d’un tratto che il mondo è diviso in quadrati, in infiniti reticolati creati dall’uomo con la sua urgenza innata di creare strutture che lo circoscrivano, lo racchiudano, lo facciano sentire al sicuro. Qualcuno però, ogni tanto,  sente anche il bisogno di fuggire.

Etgar Keret, sempre più comodo sul divano, più sorridente, racconta allora di suo figlio di due anni e mezzo: una settimana fa non si sentiva molto bene, niente di grave, solo un leggero malessere. Lui e la moglie, regista e scrittrice, gli hanno detto: ci sono due possibilità: puoi scegliere di andare all’asilo oppure di restare a casa. Il bimbo ci ha pensato un po’ su e poi ha chiesto: E non ci sarebbe un’altra opzione? Da quando è nato speravamo crescesse con certezze solide, speravamo di farne un ragioniere, ma temo che dentro casa abbiamo un’altro artista”

L’uomo sulla poltrona rossa chiede ora ai due amici di dire ognuno qualcosa sull’altro.

I due restano incerti un istante, stretti sul divano.

Englander dice: “Con lui è come al liceo: quando ci vediamo non facciamo altro che ridere,  per me è un grande piacere averlo conosciuto, però poi quando siamo in pubblico lui ci tiene che io lo chiami Mr Keret…”

Sogghigna sornione Keret: “Mi è capitato a volte di aver letto un libro che non mi è piaciuto molto, poi ho incontrato la persona che lo ha scritto e mi è piaciuta a tal punto che, ad una seconda lettura, il libro mi è piaciuto di più, o mi è dispiaciuto di meno, altre volte ho amato tantissimo un libro e mi sono maledetto per aver conosciuto chi lo aveva scritto. Con Nathan sono andato sul sicuro: i suoi libri mi sono piaciuti prima e dopo averlo conosciuto”.

Nathan Englander ed Etgar Keret annuiscono sul loro divano, soddisfatti delle reciproche  parole di stima, soddisfatti di aver riempito il tempo ed eluso la domanda, l’uomo alto dice che ora, se i gentili signori si prestano, è arrivato il momento dei giochi, delle libere associazioni: lui dirà una parola e gli scrittori diranno cosa viene loro in mente, ovviamente sarebbe auspicabile che dalla singola parola si arrivasse magari ad un racconto, allora pronti? I due scrittori annuiscono un po’ sgomenti, un po’ eccitati come due liceali.

“Casa” dice l’uomo.

“Sicurezza” dice Keret, “New York” dice Englander e ridono contenti.

L’uomo aspetta in silenzio. “Potete anche deliziarci con dei brevi racconti” commenta, i due scrittori vorrebbero aiutare l’uomo alto, gli dispiace vederlo deluso, nathan dice che casa per lui è associata all’idea del sapone. Tornare a casa vuol dire sempre riempire la valigia di sapone. Me ne sono accorto durante gli anni a Gerusalemme, ogni volta che tornavo a New York mettevo il sapone in valigia, lo shock è stato quando, tornato a New York, seduto in cucina con mia madre, lei mi ha chiesto: “e ora quando vai a casa?”

 

“Paura” dice l’uomo alto. “Qualunque cosa” risponde placido Englander. “Pietrificato” dice Keret. “Pietrificato?” chiede incuriosito l’uomo. “Ora sono pietrificato dalla paura e non riesco a dire nulla” spiega Keret.

“Allora proviamo con questa” dice l’uomo: “Donne”.

“Paura” dice Englander con la stessa flemma. In sala ridono, anche Keret ride e spiega che sua moglie è in arrivo a Roma e allora è meglio che lui si astenga da ogni commento.

“Semaforo” dice l’uomo alto in tono sconsolato. Il suo gioco non sta portando lontano.

Keret salta su “Gelato”.

“Gelato…” ripete avvilito l’uomo sulla poltrona rossa.

I due, sul divano, sono impacciati, francamente vorrebbero fare di meglio, e far felice l’uomo sulla sedia rossa. Ma la scrittura, forse, non funziona così, non basta una parola davanti ad un pubblico a far nascere un racconto.

Englander scuote la testa “Mi sa che non è andata…” dice “se c’era una proposta di lavoro è saltata…” Sembra intenzionato ad alzarsi ed andarsene non troppo avvilito poi per l’occasione mancata.

Ma Keret lo ferma, sorride e dice che se vogliono una storia allora lui racconterà come ha scritto il suo primo racconto e soprattutto come ha trovato il suo primo lettore.

L’uomo alto sorride goloso, in sala è tutto uno sporgersi in avanti sulle sedie.

E così Etgar Keret spiega che il suo primo racconto lo ha finito durante un turno di guardia, nel periodo del servizio militare. E i turni di guardia hanno l’inconveniente di essere molto solitari e se  scrivi un racconto durante un turno ti ritrovi ad aspettare anche 26 ore prima di incontrare il tuo primo potenziale lettore. È comprensibile quindi che lui smaniasse dal desiderio di sottoporre a qualcuno la sua opera. Si è rivolto al commilitone alto e mingherlino venuto a dargli il cambio. “Ho scritto una piccola storia mentre ero qui, vuoi leggerla?” ha detto allungando i fogli verso lo spilungone alle prime luci dell’alba. “Ma … ’fanculo…” è stata la risposta lapidaria. Lungo la strada si è detto: alla prima persona che mi viene incontro sorridente chiederò di leggerlo, ma non sembrava una buona decisione: chi è già in piedi all’alba non ha in genere molta voglia di perdersi in chiacchiere, così strada facendo si è ritrovato sotto casa del fratello, ha citofonato. Sono io ho appena scritto un racconto posso salire a leggertelo? A suo fratello non è sembrata una buona idea, il citofono aveva svegliato la sua ragazza, era meglio se scendeva lui, ne avrebbe approfittato per portare a spasso il cane e intanto avrebbe letto la sua storia. A suo fratello la storia piaceva molto, al cane invece no, perché ai cani si sa, quando vanno a spasso, piace fare certe cose da cani, e il suo padrone che leggeva tenendolo al guinzaglio gli faceva perdere l’equilibrio. Per fortuna del cane, Keret è uno scrittore di racconti molto brevi, suo fratello ha concluso la lettura in fretta e dopo qualche minuto di andatura incerta e tortuosa il cane ha potuto finalmente liberarsi in santa pace, senza più disperdere in giro le sue feci.

È una storia bellissima ripeteva suo fratello, ne hai altre copie o questa è l’unica? No lo ha rassicurato, l’esordiente scrittore, esistono copie del racconto. Bene ha detto suo fratello. È stato nel momento in cui ha visto suo fratello raccogliere la cacca del cane con la copia del racconto, che ha capito di voler diventare uno scrittore.

 

È tardi e prima del rinfresco che già riempie di profumi la sala, prima del concerto che concluderà la serata inaugurale del Festival è rimasto un breve spazio per le domande del pubblico. Subito si leva una voce e riprende una nota rimasta sottesa, che l’allegria dell’incontro, la leggerezza dei due compari affiancati sul divano non sono riuscite a cancellare. “Perché il suo amico si è suicidato?” chiede la voce dalla sala.

E Keret risponde. Dalla sua voce è scomparsa l’allegria di poco prima, ma è rimasta la dolcezza, l’ironia malinconica del narratore che racconta storie senza tempo.

“Di fronte ad un suicidio ci si chiede sempre perché sia successo. Si dice: si è suicidato per una delusione amorosa, per solitudine, per povertà, cerchiamo una risposta che ci dica perché lui si è ucciso e noi no, che ci faccia sentire al sicuro.”

Fa una lunga pausa Keret e poi riprende.

“Non so il perché. Il mio amico era più bello di me, più intelligente di me, aveva tutto ciò che io avevo, e se la sua vita non gli era sembrata sufficientemente buona perché invece per me la mia lo era? È stata l’incapacità di rispondere a questa domanda a farmi capire quanta pazienza avessi io nei confronti della vita. Ho capito solo che, a differenza di lui, io volevo vivere, non solo, volevo una vita che fosse degna di essere vissuta. Non sono riuscito a trasformare il mio desiderio di vita in un’argomentazione sufficiente a spiegare la differenza tra noi, ma l’ho trasformato in storie, allora e ancora adesso. Il mio amico è morto da più di vent’anni ed io continuo a desiderare di scrivere storie”.

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