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Sempre i furiosi del calcio

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La prima (e ultima) volta che andai in trasferta con i tifosi della Roma a Firenze, pensavo che sarebbe stata una piacevole scampagnata con una partita serale, che avrei avuto tempo di visitare la città prima della partita, che avrei potuto leggere sul pullman e che, tutto sommato, mi sarei divertito.

La prima (e ultima) volta che andai in trasferta con i tifosi della Roma a Firenze, pensavo che sarebbe stata una piacevole scampagnata con una partita serale, che avrei avuto tempo di visitare la città prima della partita, che avrei potuto leggere sul pullman e che, tutto sommato, mi sarei divertito. Ben presto mi accorsi che tutte le mie previsioni erano veramente lontane dalla realtà. La partita era un’insignificante Fiorentina-Roma del girone di ritorno. Vinse la Roma, ma di tutta quella folle giornata la partita ebbe solo un ruolo marginale. Non vidi bene neanche i gol. Il viaggio fu un inferno: durò cinque ore perché i pullman dei tifosi vennero fatti impilare dalla polizia sull’autostrada e scortati fin dentro gli autogrill. Non solo. Per tutto il viaggio i tifosi fumarono, si ubriacarono, si drogarono, insultarono l’autista e distrussero il distruggibile (i sedili, la moquette del pavimento, le tendine dei finestrini, gli sportelli dei vani porta-valigie). Le soste all’autogrill si trasformavano in una razzia di biscotti, giocattoli e occhiali da sole e si riusciva a ripartire solo dopo una carica della polizia a cui i tifosi tirarono pure le palle di neve. Vicino Firenze aveva iniziato pure a nevicare. Il peggio, però, fu allo stadio: venimmo ammassati nel “settore ospiti”, una porzione di gradinate completamente ricoperte di reti e filo spinato altissime, che non impedivano ai tifosi della Fiorentina di farci arrivare dall’alto dei fumogeni o, peggio, dei candelotti di petardi. Alla fine della partita, senza una ragione, i tifosi della Roma incominciarono a premere contro i cancelli, dietro i quali c’era un dispiegamento di guardie e celerini. Anch’io scesi dalle gradinate, anche se sapevo benissimo che non ci avrebbero fatti uscire prima che i tifosi viola se ne fossero andati dallo stadio. Per disperderci, la polizia sparò due o tre lacrimogeni a altezza d’uomo, un ragazzo venne ferito a uno zigomo e i tifosi risalirono sugli spalti. La mia sensazione fu quella di essere trattati come bestie, ingabbiati, maltrattati, trasportati, convogliati e, alle brutte, malmenati. E un po’ la folla dei tifosi aveva una caratteristica bestiale: non pensava, agiva come un corpo unico, irrazionale e distruttivo. Per miracolo riuscimmo a risalire sul pullman e a tornare a casa. Durante il viaggio di ritorno, molto più tranquillo, capii che quelli che mi circondavano non erano animali senza cervello. Non erano ultras violenti e organizzati, né sballati, né criminali. La maggior parte era composta da lavoratori. Molti, come intuii dalle telefonate che facevano, avevano figli, una famiglia, la mattina dopo sarebbero andati a lavoro e per tutta la settimana avrebbero condotto una vita regolare, fatta di una quotidianità normale e rispettabile.

Questa brutta avventura mi è ritornata in mente l’ultimo giorno di agosto quando, in occasione della partita Roma-Napoli, prima giornata di campionato, i tifosi partenopei in trasferta hanno occupato e devastato diversi treni per raggiungere la capitale. Molti erano senza biglietto e sono riusciti a vedere comunque la partita. Altri, si è scoperto dopo, avevano precedenti gravi con la polizia. Nonostante gli scontri, le devastazioni, i disagi e il pericolo scampato di un esito ben più grave, la sera stessa del 31 agosto il presidente del Napoli ha difeso i suoi tifosi e ha fatto loro pubbliche scuse. Dall’altra parte le istituzioni, nella figura del Ministero degli Interni, ha preso la palla al balzo per dare vita a una serie di misure restrittive, repressive e strozzanti per il tifo. Da un certo punto di vista si può dire che il campionato dei tifosi, e non solo quelli napoletani, sia finito alla prima giornata. Il segreto di Pulcinella sul tifo è sempre lo stesso e sempre non detto: è risaputo che nella massa fioriscono gruppi neo-fascisti e cammoristici (e in generale criminali).

Proprio quest’estate è uscito nelle librerie il reportage del grande giornalista statunitense Bill Buford, Tra i furiosi del calcio, pubblicato da Fandango. Buford, che per anni è stato direttore della rivista letteraria Granta prima di trasferirsi in Inghilterra, visse, verso l’inizio degli anni ottanta, un episodio simile a quello che molti passeggeri degli intercity italiani hanno subito due domeniche fa: il suo treno venne assalito e distrutto dagli hooligans del West Ham. Da allora decise di scrivere una inchiesta sul fenomeno del tifo violento e fino al 1990, anno dei mondiali in Italia, seguì i tifosi del Manchester United e del West Ham nelle loro scorribande in Inghilterra e nelle loro trasferte in Europa. Quello documentato da Buford è “il canto del cigno” del fenomeno hooligans inglese, ormai completamente debellato. Un fenomeno complesso, centenario (le prime cronache sugli scontri tra hooligans risalgono al 1890), che Buford scandaglia scoprendo un mondo fatto di fanatismo, xenofobia e nazionalismo. I tifosi che Buford incontra sono degli individui che si annullano in un contesto violento e, quasi vivessero una guerra sotterranea, arrecano danno a cose e persone per raggiungere uno stato di estasi e piacere. Buford si cala nelle atmosfere per capire “l’esperienza di massa” e studiare il comportamento della folla quando supera un limite immaginario, una soglia, per comprendere che cosa succede quando la violenza scoppia, che cosa è il terrore e che cosa significa prendervi parte.

Di tutte le cose dette in questi giorni, spesso a sproposito, sul tifo violento, non ho sentito neanche un’analisi che si avvicinasse per precisione e serietà alle riflessioni di Buford. La stessa contraddizione interna alle istituzioni, che da una parte proteggono e dall’altra reprimono, dimostra la più totale schizofrenia e la certezza che il problema non verrà mai risolto. E, come diceva Susan Sontag nell’Immaginazione pornografica del 1967, “per gli esseri umani la necessità di trascendere l’aspetto “personale” non è meno profonda della necessità di essere una persona, un individuo. Ma la nostra società non offre questo tipo di soddisfazione”.

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