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In morte di D. F. W.

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Oggi è difficile scrivere qualunque cosa. Semplicemente si potrebbe dire che è morta la scrittura,perché David Foster Wallace era (è) la scrittura.

Oggi è difficile scrivere qualunque cosa. Semplicemente si potrebbe dire che è morta la scrittura,perché David Foster Wallace era (è) la scrittura. Si potrebbe dire che il genio non ha la stessa percezione del “normale” di bene e male, ma poi si dovrebbe cominciare una disanima sul significato profondo di Bene e di Male.

Detto questo stamattina mi ha chiamato il mio amico Andrea e mi ha detto: “Si è ammazzato D.F.W, da pazzi è?”. Non sono riuscito a rispondere nulla e mi sono lanciato in una ricerca spericolata sul web. Pochissimi trafiletti, una certezza granitica nel parlare di suicidio e a me dava quasi fastidio l’invadenza di alcuni dei suddetti trafiletti: Wallace non è roba per voi, pensavo, tornate alla vostra terza pagina di Repubblica e sperate che replichino i “Cesaroni”, cosi in inverno avrete qualcosa da fare.

Quando mi avvicinai per la prima volta ad un racconto di Foster Wallace rimasi scottato, il racconto si trovava appunto in una antologia della MinimumFax chiamata “Burned Children Of America”. Dopo quel racconto per me fu chiaro: dovevo diventare uno scrittore, e se prima di Wallace i miei modelli di riferimento erano stati i realisti ed i post-minimalisti, con la lettura di “Oblio”, il modello unico divenne lui: il ragazzo schivo dell’Illinois. Una volta a Roma Enrico (Valenzi) e Paolo (Restuccia) mi rassicurarono: avrei scritto anche io qualcosa, ma in fondo i modelli sono fatti per essere superati. Mi smarcai con il tempo dalla sua ombra ingombrante e dalle sue pagine fitte di parole, ed in realtà continuavo a vederlo ovunque: nelle tabaccherie che esponevano in vetrina il tabacco da masticare (una sua, presumibilmente, stomachevole abitudine), nei cineforum che trasmettevano film di David Lynch e nelle interviste rare e bellissime che concedeva. No, non era Salinger e non era Pynchon. La sua ritrosia ad apparire era dettata da motivi diversi. Insegnava scrittura creativa in una piccola università di provincia e girava per le fiere dell’Illinois accompagnato da ex fidanzate troppo petulanti. Questo significa essere felice, io con una mia ex non andrei nemmeno a prendere un gelato, altro che Illinois!

Ho sempre pensato che il suo destino fosse il suicidio, non perché si portasse appresso una particolare tragedia, solamente perché è difficile vivere con quel cervello in un mondo così stupido. Lo immagino, nei suoi ultimi giorni, che gira per casa annoiato e senza voglia di scrivere. Risponde male alla moglie e rifiuta di parlare al suo editor per telefono. Qualcosa si è rotto dentro e lui non vuole, o non sa, ricomporla. Come i protagonisti dei suoi racconti: ha perso la strada per la realtà. Come il protagonista del suo capolavoro, Infinite Jest, non riesce a smaltire un acido fortissimo e questa cosa lo fa star male. Come gli uomini schifosi dei suoi racconti si sente estraneo al mondo perché lo rappresenta così bene. Detta così sembra già un successo che abbia tirato avanti fino a Venerdì. Che peccato. Penso che se il dolore fosse paragonabile (il dolore del fan intendo, quello dei familiari è una cosa privata che necessita di grande rispetto), il mio ora sarebbe pari a quello degli adolescenti amanti dei Nirvana nel 1993. Per fortuna all’epoca ero un bambino, oggi me lo becco tutto. E Per giunta piove.

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