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Fermare il tempo (seconda parte)

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Tra le immagini più viste della nostra epoca – quasi un archetipo tra le rappresentazioni del tempo del mondo occidentale – c’è questo dipinto di Salvador Dalì.

Leggi qui Fermare il tempo (prima parte).  La scrittura del 01.09.08

 

Tra le immagini più viste della nostra epoca – quasi un archetipo tra le rappresentazioni del tempo del mondo occidentale – c’è questo dipinto di Salvador Dalì.

‘Persistenza della memoria’ di Salvador Dalì (1931), attualmente al Museum of Modern Art di New York.

L’autore raccontò, in una delle sue autobiografie, le circostanze in cui il dipinto venne concepito: c’entrava anche del formaggio Camembert che si scioglieva. Ma sappiamo che le spiegazioni dei surrealisti – come i titoli dei loro dipinti – non vanno presi sul serio; solo come ulteriori provocazioni. Le immagini però hanno il loro significato. Ci sono tre ‘orologi molli’, deformati come dallo sguardo di un sogno: quello dell’artista simboleggiato da una specie di lenzuolo dotato di lunghe ciglia (un occhio dormiente?). Un quarto orologio, chiuso, da taschino, di color arancio, mantiene la sua integrità, ma appare ricoperto di formiche. Sullo sfondo un paesaggio costiero dei dintorni di Port Lligat, sulla Costa Brava.

Esiste – per Dalì – un tempo soggettivo o della memoria, in cui passato-presente-futuro sono fusi e senza coordinate; e un tempo oggettivo, misurabile con i mezzi della tecnica (l’orologio integro) ma logorato e corrotto (la presenza delle formiche, come altrove in Dalì).

 

In termini grossolani possiamo prendere in prestito questa distinzione, per approfondirne gli aspetti.

Il tempo soggettivo – a parte gli stati para-fisiologici del sonno e del sogno e gli ‘attimi dilatati’ di alcune circostanze particolari – può essere alterato in altri modi, per esempio per l’effetto di ‘droghe’.

Nel linguaggio comune sono così denominate delle sostanze attive in primo luogo sul sistema nervoso centrale, ma anche su altri organi e sistemi, utilizzate fin dagli albori dell’umanità per finalità diverse – mistico-religiose, distacco dal dolore e dalle cure del mondo, accesso ad uno stato dissociativo-sognante, per ottenere un’ebbrezza o aumentare le prestazioni e la resistenza alla fatica – in generale tutte riconducibili ad un effetto edonistico.

Non ci si vuole qui dilungare sull’uso delle droghe, che non a caso sono definite ‘d’abuso’ in quanto il loro consumo cessa presto di essere una scelta per diventare compulsivo. Va sottolineato come il loro impiego, delicato e potenzialmente pericoloso, fosse considerato in passato nell’ambito di un cammino iniziatico che necessitava di maestri, guru o sciamani, mentre è ai nostri tempi sottratto a tali meccanismi di apprendimento o peggio, condizionato dalle mode e manipolato in base al profitto commerciale di produttori e distributori.

 

La percezione soggettiva del tempo, pur senza essere l’obbiettivo primario dell’uso delle droghe, ne è peraltro influenzata come effetto collaterale:

– nel senso di un acceleramento (cocaina, amfetamine, extasy);

– di un rallentamento (alcoolici, sostanze oppioidi);

– in senso dissociativo (allucinogeni, extasy, cannabinoidi – V. su “O”: Piante tossiche, medicamentose, allucinogene del 24.06.07).

 

Un altro modo per ottenere una deconnessione temporale soggettiva è  derivato dagli studi sulla ‘deprivazione sensoriale’ di John Lilly (1915-2001), medico e psicoanalista, peculiare figura della cultura americana anni 60-70, a metà tra uno scienziato, un mistico e uno scrittore.

I suoi studi fecero chiarezza sull’ipotesi che in assenza di stimoli sensoriali la mente umana smetta di funzionare. All’opposto Lilly dimostrò che svincolata dagli stimoli esterni ‘la mente pensa se stessa’ e l’individuo raggiunge un grado di introspezione e di rilassamento che sconfina in uno stato allucinatorio, con un completo sovvertimento dei rapporti temporali. L’intuizione di Lilly fu di ricreare condizioni amniotiche per cui il corpo era immerso in una soluzione salina della stessa densità dei liquidi corporei, a temperatura controllata e in assenza di stimoli luminosi, acustici e olfattivi.

La tecnica fu poi ulteriormente perfezionata ed è attualmente usata con finalità diverse, per indurre uno stato di introspezione e di rilassamento, o al contrario come strumento di tortura (!); dal momento che la stessa situazione di deprivazione sensoriale può essere vissuta, in condizioni diverse, con totale fiducia o con assoluta angoscia.

Foto di gruppo del 1991 di tre ragazzi terribili degli anni ‘60 (da Wikipedia). Da sinistra: Allen Ginsberg, poeta e guru della beat generation, Timothy Leary, padre del movimento hippie e teorico dell’LSD e delle “consciousness expanding drugs” e John Lilly.

Lo slogan di Leary di quegli anni: Turn on, tune in, drop out!  – Accenditi, sintonizzati, abbandonati!” si situa all’esatto opposto del “Credere, Obbedire, Combattere!”, di buona memoria

 

Lilly fece una completa esperienza di quella che chiamò ‘vasca di isolamento’ (isolation tank), da solo e in compagnia, ed anche in associazione con droghe ‘psichedeliche’, tipo LSD e ketamina.

Annota Lilly nel suo libro:

La prima cosa che si ottiene è il riposo fisiologico. Si è liberi dalla gravità; di quei calcoli che, senza accorgercene, facciamo per tutto il giorno. Trovare dov’è la gravità, in quale direzione, e calcolare come ci possiamo muovere senza cadere, richiede circa il 90% dell’attività neurale. Appena si inizia a galleggiare, siamo liberati da tutti questi problemi; scopriamo di avere a disposizione una vasta porzione di cervello su cui non facevamo conto. Possiamo ora usarlo per altri scopi. (…)

Tutto quello che la persona deve fare è entrare nella vasca, nel buio e nel silenzio, e galleggiare fino a quando non si accorge che riesce a seguire tutto quello che sta succedendo all’interno della propria mente. A quel punto è libera dal mondo fisico; qualunque cosa può accadere all’interno della mente, poiché tutto è governato dalle leggi del pensiero, piuttosto che dalle leggi del mondo esterno.

[Da: ‘Tanks for the Memories’, di John Lilly e E.J. Gold – 1997 Gateways Books & Tapes]

La copertina del libro di Lilly (1997), dal geniale titolo, giocato sull’assonanza tra tank (vasca) e thank (grazie)
‘Stati di Allucinazione’. Film di Ken Russell (1980) con William Hurt al suo esordio, ispirato agli esperimenti del Dr. Lilly (con un’ampia deriva fantastica, dal romanzo ‘Altered states’ di Paddy Chayefsky): “Il dottor Jessup galleggia nudo, nello scantinato della Scuola di Medicina, nella totale oscurità. L’esperimento più terrificante nella storia della scienza è fuori controllo… e lo scienziato e la cavia sono la stessa persona.”
Un tema simile – la deprivazione sensoriale come fonte di allucinazioni e deconnessione spazio-temporale – è trattato in altri film, tra cui ‘The Jacket’, di John Maybury (2005) con Adrien Brody (the jacket è la ‘camicia di forza’ che viene applicata, in associazione a droghe, prima di immettere il soggetto in un cubicolo). Nel film il personaggio, capace di volgere il pensiero verso se stesso e affrancato dal tempo, si muove e agisce in un’altra realtà

I rapporti tra il tempo soggettivo e quello reale sono stati oggetto della originale ricerca di Oliver Sacks, un medico-scrittore, gran divulgatore di scienza e fautore di un approccio medico ‘umanistico’. Come neurologo egli si è trovato a confrontarsi con alcune patologie in cui il tempo è fortemente implicato; in particolare, quasi agli inizi della sua carriera, con i pazienti sopravvissuti all’epidemia di encefalite letargica. Fu questa una grande epidemia virale che per una diecina di anni, fra il 1917 e il 1927, si diffuse in tutto il mondo. Dai tre ai cinque milioni di persone furono colpite dal male; circa un terzo morirono nella fase acuta; molti dei sopravvissuti presentarono peculiari alterazioni definite ‘parkinsonismo post-encefalitico’. Si trattava di pazienti estremamente rallentati, coscienti e consapevoli ma non realmente svegli, che vivevano in una condizione sospesa, restando immobili tutto il giorno, in silenzio, privi di ogni iniziativa, indifferenti a tutto ciò che accadeva intorno. Alcuni dei pazienti con cui si trovò a lavorare il dott. Sacks continuavano ad avere movimenti accelerati e uno, E. M., era accelerato da un lato del corpo e rallentato dall’altro.

I neurologi, nel descrivere il parkinsonismo, utilizzano una gamma di termini per indicare la velocità del movimento: se è rallentato parlano di ‘bradicinesia’, se bloccato di ‘acinesia’, se eccessivamente rapido di ‘tachicinesia’. Così descrive il dott. Sacks tale ‘rallentamento’:

“Vedevo spesso il mio paziente Miron V. seduto nel corridoio fuori dal mio studio. Sembrava immobile, con il braccio destro sollevato talvolta di un paio di centimetri sopra il ginocchio talvolta accanto al volto. Quando lo interrogai su queste posizioni ‘congelate’ mi disse indignato: «Che cosa intende per posizioni congelate? Mi stavo soffiando il naso». Mi chiesi se mi stesse prendendo in giro. Una mattina, nell’arco di ore, scattai una serie di circa venti foto e le assemblai in modo da realizzare una sequenza animata; così riuscii a vedere che Miron si stava davvero soffiando il naso, ma lo faceva mille volte più lentamente del normale.

(…) Agli occhi di un osservatore i movimenti di un parkinsoniano saranno rallentati, ma «il paziente dirà: – I miei movimenti mi sembrano normali finché non guardo l’orologio e vedo quanto tempo richiedono.”

I risultati del trattamento con L-Dopa, sperimentata da Sacks per la prima volta (1969) in alcuni pazienti sopravvissuti all’encefalite letargica, furono strabilianti, anche se di breve durata, e sono descritti nel suo libro “Risvegli”, da cui è stato successivamente tratto un film.

Locandina del film ‘Risvegli’ della regista Penny Marshall (1990) con Robert De Niro e Robin Williams, tratto dal libro di Sacks, sull’esperienza dei primi trattamenti con L-Dopa nei pazienti post-encefalitici

Sul versante opposto dell’accelerazione del tempo, Sacks ha anche scritto di pazienti con ‘sindrome di De La Tourette’. Si tratta di una non tanto rara malattia neurologica (incidenza stimata circa seicentomila casi in Italia; frequenza quattro volte maggiore nei maschi che nelle femmine). La sindrome – dal nome del neurologo francese Gilles De La Tourette, che la descrisse per primo alla fine dell’Ottocento – è caratterizzata dalla presenza di tic motori semplici (strizzare gli occhi, muovere le spalle, scuotere il capo) o più complessi (saltelli, inchini, giravolte) e di tic vocali o sonori (tirare su con il naso, tossire, fino ad emettere urla, “abbaiare”, o alla ‘coprolalia’, cioè l’emissione involontaria di espressioni imbarazzanti o sconce).

La tipologia, la frequenza e la gravità di queste manifestazioni variano da una persona all’altra, nelle diverse età e in relazione alla situazione ambientale ad emotiva del soggetto. Fino a tempi molto recenti la sindrome di Tourette era diagnosticata pochissimo e spesso era sconosciuta perfino ai medici; i portatori ne erano fortemente penalizzati per vari aspetti della loro vita di relazione. Ancor oggi la maggior parte delle diagnosi non vengono poste dai medici, ma da altre persone che sono venute a conoscenza della sindrome in circostanze fortuite. Interessanti e belle le storie di vita vissuta riportate nel sito dell’‘Associazione Sindrome di Tourette – Siamo in Tanti’ (AST – SIT Onlus) http://www.sindromeditourette.it/larchivio/le-storie

La sindrome sembra indurre una propensione all’attività indagativa e alla ritmica musicale; nella biografia di Mozart e di molti altri musicisti sono riscontrabili tratti tourettici. L’integrazione cognitiva delle informazioni è spesso rapida, intuitiva, poco adatta a seguire passaggi sequenziali, e questo talora mette in difficoltà i pazienti più giovani nelle attività scolastiche. La sindrome è spesso associata ad ansia, specie dopo un lungo periodo dei tic motori; il fatto che sia poco conosciuta accresce il disagio sociale di chi ne è affetto. In generale essa si caratterizza per una forte sensibilità emotiva, da molti utilizzata con vantaggio nelle attività artistiche. La grande capacità di coordinazione mente-corpo permette inoltre a molti tourettiani di eccellere nelle attività atletiche. Di particolare interesse per il tema che trattiamo è che molti soggetti ‘tourettiani’ sono straordinariamente veloci e precisi. Il soggetto descritto da Sacks, il dott. Carl Bennet, esercitava con successo la professione di chirurgo e guidava personalmente il suo aereo.

Precisa Sacks:

“La sindrome di Tourette non dovrebbe essere considerata come un disturbo psichiatrico, ma come un disturbo neurologico di tipo ‘iperfisiologico’, nel quale si può avere un’eccitazione subcorticale di molti centri cerebrali filogeneticamente primitivi. Si può osservare un’analoga stimolazione o ‘liberazione’ di comportamenti ‘primitivi’ nei casi delle attività eccitatore prodotte dall’encefalite letargica descritte in ‘Risvegli’: era spesso evidente nei primi giorni della malattia e  ridiventava pronunciata con la stimolazione della L- dopa

[Oliver Sacks: ‘Un antropologo su Marte. Sette racconti paradossali – Adelphi Ed. 1995]

 

Queste brevi note sul funzionamento del sistema nervoso centrale in condizioni particolari sono indicative delle potenzialità immense della mente umana, paradossalmente rivelate quando i normali meccanismi inibitori (o ‘frenanti’), utili e socialmente accettati, vengano per qualunque causa soppressi. “Un aspetto della sindrome di Tourette” – dice Sacks nella sua descrizione – “consiste nella liberazione di un impulso giocoso che negli individui normali di solito è inibito o addirittura perduto”.

 

Alla fine sembra proprio che il segreto del tempo risieda dentro la mente dell’uomo; che tempo soggettivo e oggettivo trovino in quella sede la loro ricomposizione. Per le neuroscienze la gamma delle possibilità e potenzialità della mente è un terreno quasi vergine, un mondo sconosciuto solo agli inizi dei tentativi di esplorazione.

 

Tra i (pochi) film che trattano della sindrome di Tourette, drammatica  testimonianza della scarsa conoscenza del problema da parte della società, c’è questo film del 1997, sulle vicende on the road di una giovane coppia in cui la ragazza è portatrice del disturbo:

Locandina del film ‘Niagara Niagara’ di Bob Gosse con Robin Tunney nel personaggio di Marcy, una ragazza affetta da sindrome di Tourette; interpretazione che le è valsa la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla 54a Mostra del cinema di Venezia (1997)

Film e tempo. Sterminato il numero dei film che trattano del tempo; l’argomento indubbiamente attrae e, come per la letteratura, l’andirivieni temporale si presta a plot intriganti e a molti voli di fantasia.

Per quelli di noi cresciuti in epoca pre-televisiva e a.N. (ante-Nutella) – pane e zucchero in una mano, un libro o un fumetto nell’altra – il più mitico dei film sul tempo, che ad alcuni ha fatto scoprire, nello stesso momento, la fantascienza, il tempo e il cinema, è un ‘corto’ del ’62: ‘La Jetée’, di Chris Marker, già apprezzato e recensito, ai tempi di Truffaut e Rivette, nei ‘Cahiers du cinéma’.

 

Le notizie, devastanti, vengono date già nelle prime frasi:
“Questa è la storia di un uomo ossessionato da un’immagine della sua infanzia.

La scena, che lo preoccupa per la sua violenza e il cui significato non comprenderà che molti anni dopo, ha avuto luogo ad Orly, qualche tempo prima dello scoppio della terza guerra mondiale.

Ad Orly, di domenica, i genitori erano soliti portare i figli a vedere gli aerei che partivano. Di questa domenica particolare il ragazzo la cui storia stiamo raccontando avrebbe ricordato il sole immobile, gli arredi lungo il molo d’attracco e un viso di donna.

Non c’è niente a richiamare i ricordi degli altri momenti: solo più tardi si faranno riconoscere, per via delle cicatrici. Di quel viso, che sarebbe diventato la sola immagine dei tempi della pace ad attraversare i tempi della guerra, si chiedeva se mai l’avesse veduto veramente o se invece avesse creato quel momento di tenerezza per estraniarsi dal momento di follia che sarebbe arrivato, col boato improvviso, col gesto della donna, i corpi che oscillano, le urla lungo l’attracco confuse dalla paura. Più tardi comprese di aver visto morire un uomo.

E un po’ di tempo dopo arrivò la distruzione di Parigi. (…)”

La storia prosegue, raccontando di come un manipolo di sopravvissuti cerchi di forzare la barriera del tempo:

” (…) La razza umana era condannata, lo Spazio le era precluso; la sola speranza di salvezza stava nel Tempo. Un corridoio nel tempo attraverso cui sarebbe potuti arrivare cibo, medicinali, fonti di energia.

Era questo lo scopo degli esperimenti: inviare degli emissari nel Tempo, chiedere al passato e al futuro un aiuto per il presente…”

Un tema intrigante e denso di speculazioni; un film sulla memoria e sull’amore.

‘La Jetée’, di Chris Marker del 1962 è un ‘corto’ della durata di 28 min. (una sequenza di immagini, più che un vero film). La jetée è propriamente la pista da cui decollano gli aerei e lo spazio prospiciente, per i visitatori. Lo script del film è una lunga poesia; c’è chi l’ha imparato a memoria, dopo averlo visto dozzine di volte.
Locandina de ‘L’esercito delle 12 scimmie’, di Terry Gilliam (1996); non un remake ma una storia liberamente ispirata a ‘La Jetée’

Del Tempo molto abbiamo letto e visto; a lungo siamo stati a parlarne e a pensarci sopra. È un tema coinvolgente e irrisolto che ciascuno si accomoda secondo temperamento e sensibilità. C’è che ne parla tanto e chi non lo nomina mai; in entrambi i casi per fare un esorcismo; lo stesso che contribuisce, in modo più o meno cosciente, alla decisione di fare figli. Un tentativo di saltare il tempo, di ingannarlo…

Il tempo prende di sorpresa. Rifugge di solito da rivelazioni plateali. Le persone comuni ne scoprono segnali inapparenti tra le bollette da pagare, dal contenitore degli scovolini per le orecchie, nelle pile dei giornali che si sono accumulati, nei figli che parlano in un modo diverso; in alcune storie e volti che si sono sovrapposti e i cui contorni cominciano a sfumare.
Il tempo appare in pieno risalto solo sulle facce degli altri. Incontrare un conoscente, un amico, ad una certa distanza di tempo dall’ultima volta, fa notare sul suo volto una deformazione dei tratti, appena più slargati, le pieghe più incise, una espressione simile a quella che si ricordava, eppure trasformata…

Qualche settimana fa ho riconosciuto sul giornale una foto nota: la copertina del primo vinile di Bob Dylan. Non riuscivo a togliermele dalla mente, quelle due figurine dal volto giovane e sorridente, pieno di spensieratezza e gioia di vivere! Primi amori, castagne calde nelle tasche, mille cose da dirsi. Hanno scatenato una cascata di ricordi e di pensieri…

Bob Dylan in tre diverse età della sua vita: un ‘Dorian Gray’ al contrario.

Bob Dylan! Un mito per molti di noi… L’abbiamo eletto a nostro eroe per le sue doti migliori; ha genio e giovinezza, successo e ricchezza. Abbiamo vissuto parte della nostra storia con le sue canzoni come colonna sonora. Ed ecco come ci lavora sopra la vita!

La situazione è tanto tragica da non poter essere presa sul serio…

Da: ‘Tutto Mafalda’ by Quino; Ed. Bompiani, 1978)

Fermare il tempo. Scienza, cinema e varia umanità. 2. Fine

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