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Borgo Amigò, una speranza per i ragazzi di Casal del Marmo

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Incontro con Padre Gaetano, cappellano del carcere e direttore del centro a Casalotti. A Borgo Amigò la porta è sempre aperta. Accoglie ogni anno decine e decine di ragazzi, provenienti...

Incontro con Padre Gaetano, cappellano del carcere e direttore del centro a Casalotti.


A Borgo Amigò la porta è sempre aperta. Accoglie ogni anno decine e decine di ragazzi, provenienti dal Carcere minorile di Casal del Marmo, e dà loro speranza di una vita migliore. Una casa piena di ragazzi, un’altra in costruzione, e sullo sfondo il rumore delle pentole e dei bicchieri della colazione: tutto è in movimento nella struttura in via di Boccea. Il progetto nasce 15 anni fa come servizio sociale del carcere, cui affidare i ragazzi dopo la detenzione. Negli anni il Borgo, ideato e realizzato dai frati Cappuccini dell’Addolorata, diventa più ambizioso, e prende la forme di un vero centro di accoglienza, con il clima allegro di un oratorio e l’amore di una casa-famiglia. Borgo Amigò è in continua crescita, avvicina i ragazzi a una vita onesta e Padre Gaetano Greco è l’artefice di questo difficile cammino. Pugliese, 60 anni, modi decisi e paterni, è cappellano del carcere minorile da 26 anni,  e da sempre, ogni giorno, apre la porta a chi è in difficoltà. Secondo padre Gaetano, i ragazzi non possono essere educati o formati solo “in cattività; occorre dare risposte dopo il carcere e in situazioni diverse dal carcere; la realtà del disagio dei giovani è davvero complessa, e bisogna intervenire per recuperarli in maniera altrettanto complessa”.

 

Lei segue i ragazzi di Casal del Marmo da 26 anni, e da 15 li conduce a Borgo Amigò. Come nasce nei ragazzi l’idea di avvicinarsi a questa realtà? È una scelta o una ricerca da parte vostra?

Non c’è una vera e propria ricerca, in realtà basta aprire la porta e facilmente si trovano situazioni di disagio e di bisogno. Il primo incontro con i ragazzi avviene nel carcere minorile, anzi  potremo dire che Borgo Amigò è stata una risposta, prima non ufficiale e poi ufficiale, a un bisogno urgente di aiuto che chiedono i ragazzi, che per un motivo o nell’altro si trovano nel carcere.

 

Cosa fanno i ragazzi all’interno del Borgo?

Da qualche mese, i ragazzi sono tutti impegnati in attività lavorative. Alla base del progetto c’è sicuramente l’accoglienza, cerchiamo di rendere i rapporti più familiari possibile, facendo in modo che il ragazzo possa sentirsi accolto come a casa sua. In questo clima, cerchiamo di costruire un programma educativo che serva per utilizzare il tempo e le attività nel modo migliore.

 

Il centro aiuta i ragazzi a trovare lavoro all’esterno, oppure le attività sono limitate all’interno della struttura?

In una prima fase, puntiamo ad una dimensione di lavoro interna, che poi consiste nella gestione del quotidiano, dalle pulizie della casa alla cura delle aree verdi. Ad esempio, Giovanni si dedica alla coltivazione dell’orto, e quest’anno abbiamo mangiato insalata fresca  e pomodori in abbondanza. Nel secondo periodo si punta alla formazione, alla scolarizzazione. E per tutti loro che non hanno completato un ciclo di studi, procediamo al recupero scolastico, e si può accedere anche a scuole professionali o di altro tipo. Quest’anno Albert è il primo diplomato odontotecnico. In ogni caso, si tratta di ragazzi piccoli di età, ma pieni di esperienze negative,  e per loro il lavoro, il vivere onestamente, diventa una sfida, una scommessa di vita.

 

Per quanto tempo ospita i ragazzi nella struttura?

Il primo obiettivo è far portare a termine ai ragazzi la misura penale per cui sono arrivati qui.. Anche qui, noi puntiamo a che i ragazzi facciano una scelta matura, e li invitiamo non affrontare il procedimento penale, ma a chiedere la messa alla prova. A quel punto, il Tribunale assegna al ragazzo un programma, ben cadenzato e controllabile, con incarichi ben precisi, che se portato a termine conduce alla cancellazione del reato. Il tempo che rimangono qui è spesso legato alla misura, ma alla scadenza offriamo l’opportunità, per non far crollare tutto ciò che si è costruito, di un accompagnamento verso l’autonomia, e quindi li facciamo stare anche molto più tempo di quello previsto. Il traguardo è una indipendenza formativa, lavorativa e spirituale.

 

Casal del marmo e Borgo Amigò sono esempi di assistenza continuativa ai ragazzi in difficoltà. Spesso però l’estate è un periodo di pausa, per vari motivi, anche delle attività assistenziali. In che modo risponde Borgo Amigò al rischio di disattenzione e di dispersione del lavoro nei mesi estivi?

Tutta l’azione si svolge in collaborazione con un gruppo di volontariato, giovani che mi accompagnano in questo esercizio pastorale. È anche con loro che attiviamo iniziative, per mantenere un certo interesse anche in questo periodo in cui gli operatori che sono all’interno, meritatamente, sono in. Tutti i sabati di luglio abbiamo offerto ai ragazzi piccoli laboratori di musica e sportivi. E poi ad agosto, momento da sempre più “vuoto”, abbiamo intensificato le attività e siamo stati presenti tutti i giorni, con un gruppo di volontari di Roma ed esterni.

 

Quali sono i motivi per cui un minorenne arriva qui? Quali sono le deviazioni, i reati maggiori con cui deve combattere?

I reati più tipici sono il furto e la rapina, perché speso i ragazzi vengono in Italia con l‘idea di fare in fretta i soldi senza molti scrupoli. Spesso, sono vittime di organizzazioni delinquenziali che li portano in Italia illudendoli in questo modo. Alcuni di loro hanno il coraggio di sganciarsi da questo cordone ombelicale con chi li porta e li gestisce, ma spesso è complicato. Accanto a questi reati, troviamo anche i reati connessi all’uso e l’abuso di sostanza stupefacenti, questo riguarda soprattutto i ragazzi italiani. E poi ovviamente, i casi di violenza.

 

A proposito di violenza. A Roma come nel resto del Paese si parla sempre più spesso di bullismo. Come si affronta, secondo lei, l’emergenza dei delitti del “branco”?

Tenga presente che i reati del cosiddetto “branco” vengono considerati ancora situazioni non gravissime, risolte con prese di posizione dei magistrati che cercano un percorso di tipo educativo, riaffidando i colpevoli alla famiglia e ai servizi. È chiaro che bisogna distinguere sul bullismo. Una cosa è l’atto goliardico, che è sempre esistito nelle scuole; altra cosa è l’atto di violenza, sempre più frequente e da reprimere senza sconti.  E qui la colpa non è tanto dei ragazzi ma del contesto sociale, al centro del mondo c’è l’idea che per andare avanti nella vita bisogna sgomitare per forza. È un’idea senza dubbio violenta, che porta a un sistema altrettanto violento.

 

Lei ha vissuto con diverse generazioni di ragazzi, tutti diversi ma accomunati dalle difficoltà e dagli errori commessi. Cosa è cambiato nei ragazzi dal 1982 ad oggi, e cosa invece hanno in comune ?

Tutti, da sempre, hanno interessi e aspirazioni, vogliono realizzare delle cose. Nei tempi, queste cose sono cambiate. Quello che mi rattrista oggi è vedere nei giovani la rassegnazione. L’idea che domina i ragazzi è: perché poter cambiare quando non posso fare niente, quando ormai le cose stanno così? La sfida è restare in contatto con loro, far percepire attraverso la nostra vita che le cose possono cambiare; e le cose cambiano nella misura in cui ciascuno si impegna con le proprie forze. Di solito ci aspettiamo che siano gli altri a cambiare, credo che ognuno di noi debba avere il coraggio di cambiare. E la mia missione è aiutare gli adolescenti a trovare quel coraggio.

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