Condividi su facebook
Condividi su twitter

Sterrati, chianine e acque termali (seconda parte)

di

Data

Le cene da Maura e Virno sono veramente abbondanti. Per antipasto ti può capitare di mangiare la frittata, insieme ad una sfilza di...

Leggi qui la prima parte

Le cene da Maura e Virno sono veramente abbondanti. Per antipasto ti può capitare di mangiare la frittata, insieme ad una sfilza di affettati profumatissimi e di formaggi da abbinare con le confetture fatte in casa (quella di fichi è la fine del mondo). Poi si passa al primo: le paste (pappardelle, pici) con condimenti forti ed abbondanti. Poi si prosegue con il secondo, a base di carne (una volta ci è capitata la lepre che, a onor del vero, non era male). Poi il dolce: le splendide torte, pure queste fatte in casa da Maura. Il tutto innaffiato dai vini della zona, dalle grappe, vinsanto, dolcestilnovo, eccetera, eccetera. Insomma quando ci alziamo da tavola ci sembra di aver cenato alla corte medicea. La domanda che ci assilla è soltanto una: sapremo digerire il tutto durante la notte? A questa domanda ben presto se ne aggiunge un’altra: che metteremo sotto i denti domani a pranzo? L’agriturismo non offre il pranzo e anche le cene sono un’optional. Quindi c’è da scollinare il terribile sterrato, la madre di tutte le convergenze meccaniche. Con Michele si decide di adottare una tecnica a macchia di leopardo: un giorno sì e l’altro no si va a piedi per l’erta salita fino al ridente paese di Monticchiello. A cercar da mangiare. Una volta pranziamo al primo ristorante del paese. Una via di mezzo tra una trattoria e un ristorante di haute cuisine. I prezzi e la quantità di cibo servita appartengono decisamente alla haute cuisine (i ravioli nel mio piatto stavano morendo di solitudine per quanto eran pochi). Alla fine usciamo alleggeriti di all’incirca cinquanta euro. Di questo passo faremo diventare ricchi, se già non lo sono, tutti i ristoratori della Val d’Orcia. Un altro giorno ci muoviamo con la macchina e arriviamo a Pienza. La macchina soffre, povera stella, sotto il pietrisco infame dello sterrato, ma resiste, non mi abbandona al destino cinico e baro. Lì per fortuna si pranza in un ristorante economico. Io mi abbuffo con una pizza margherita. Michele prima aveva addirittura mangiato una bruschetta. Un altro giorno ancora si ritorna a Monticchiello. Scegliamo un nuovo ristorante. C’è una signora dall’accento francese che ci scorta fino al tavolo. Iniziamo a scorrere il menù. Dopo qualche minuto entra una coppia di signori di mezza età. Si siedono ad un tavolo non molto lontano dal nostro. La signora comincia a muovere la testa avanti e indietro, a destra e a sinistra. E inizia a commentare. L’accento non mente: è di Roma. L’uomo ha un abbigliamento da sportivo della domenica. Ha il menù attaccato agli occhi. Dev’essersi dimenticato gli occhiali. La signora oltre a commentare l’arredamento del ristorante, passa ad annunciare al marito tutte le specialità presenti nel menù. Il marito emette soltanto dei grugniti, sembra appena uscito dall’Era Pleistocenica. Evidentemente non ha ancora dimestichezza con la parola. Non c’è problema, fa la moglie per tutti e due. Da quando è entrata nel ristorante non ha mai smesso di parlare. Da quando poi vicino al loro tavolo si è seduta una famiglia con bambini al seguito la dialettica della signora tocca vertici epici. Fa i soliti discorsi idioti alla bambina: “Ma come si chiama questa bella bambina? Sei buona vero con la mamma, vero che non la fai arrabbiare?”. Il marito cerca di discernere qualcosa dal menù, ma i suoi grufolii aumentano. La signora ha preso a bombardare i suoi vicini di tavolo con notizie sul loro soggiorno. Sono stati a Chianciano per il weekend, se ho capito bene in una specie di centro benessere. Il marito smette per un momento di grugnire e dice, sì dice proprio così: “era come se stassimo in una prigione”. Come come? Faccio appello alla moviola. No, ho proprio sentito bene: STASSIMO. Meglio che il signore ritorni a grugnire. La moglie continua la descrizione della due giorni a Chianciano. La sua favella abbraccia le porte di Tannhauser delle cure termali. Fa una descrizione completa di ogni ora passata in quel centro benessere. Il marito, come un coro greco, infila nel mezzo del discorso della consorte altri “stassimo”. Ho pena per quell’uomo, la cui vita è stata devastata dalla ciclonica affabulazione verbale della consorte. Altro che uragano “Gustav”. La signora adesso si dedica ad esercizi verbali multipli: in contemporanea parla con la bambina, commenta il menù con il marito, accenna alle condizioni meteorologiche con la madre della bambina, discute del menù con la signora del ristorante, mentre si domanda a voce alta se Cammarelle ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il mio regno per una scatola di sonniferi da spararle dritto in bocca. Per fortuna arrivano i piatti che hanno ordinato, ma è tutto inutile. La signora mangia e continua a parlare, mentre il marito le risponde con i soliti grugniti. Io e Michele ci abbandoniamo al vino di Montalcino. Stordimento per stordimento! Usciamo dal ristorante dopo aver sborsato più di cinquanta euro. Ma non c’è una Coop da queste parti? Forse è meglio se a pranzo ci facciamo dei panini; i ristoratori della Val d’Orcia non sono certo dei filantropi. Per una delle strade di Monticchiello incrociamo il professor Alberto Asor Rosa, la zazzera e i baffi ancora più bianchi, che va a passeggio con un cane enorme. Sembra il Principe di Salina per quanto è altero. Forse starà pensando alle sorti progressive della letteratura italiana. Per un attimo sono indeciso se inchinarmi al suo passaggio, ma poi desisto. Siamo tutte e due dei comunisti, perbacco! Le cene da Maura e Virno si svolgono sotto un pergolato dove si trova una lunga tavolata rustica. Molto spesso insieme agli altri ospiti dell’agriturismo. E molto spesso questi ospiti parlano di cucina. Fanno il giro delle cantine vinicole della Val d’Orcia, vanno a gustare i piatti tipici della zona. Un signore di nome Tonino è fissato con la carne chianina. È buonissima dice, è la fine del mondo. Sembra che parli del Sacro Graal. Si soffermano a decantare le virtù del pecorino di Pienza. Io e Michele ci guardiamo imbarazzati: a noi basta pane olio e pomodoro, un piatto di pasta. Nella conversazione si passa a parlare di acque termali. Maura e Virno distruggono una delle mie ultime certezze della vita. Loro che sono della zona non sono mai andati a bere l’acqua di Chianciano! Loro due se si devono curare vanno alle terme di Bagno Vignoni o di Montepulciano, al limite a quelle di Bagni San Filippo. Ma a Chianciano no! Insomma, l’acqua che ha cercato di lenire il mal di fegato a quasi tutti gli italiani è un bluff? No, questo loro non lo dicono, ma se insomma devono curarsi… Be’, sarà contenta la signora romana del ristorante. Mi alzo da tavola con un’altra certezza in meno nella vita e vado a vedere se nella stanza ci sia qualche ospite indesiderato. Scarafaggi, grilli di campagna (sembrano mosche che zampettano), barracuda… Ritorno fuori. Guardo il cielo stellato sopra di me. È una mappa lucente straordinaria, unica. Un cielo così a Roma non esiste più… Altro che carne chianina!

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'