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Ora come ieri, Hunter S. Thompson

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Di tutti gli scrittori americani che invecchiando sono passati da posizioni liberali a reazionarie (come Jack London), Hunter S. Thompson è stato uno dei più originali.

In verità tremo per il mio Paese, quando penso che Dio è giusto.
Thomas Jefferson
(citazione contenuta in Hell’s Angels di Hunter S. Thompson)

Di tutti gli scrittori americani che invecchiando sono passati da posizioni liberali a reazionarie (come Jack London), Hunter S. Thompson è stato uno dei più originali. Nell’ultima parte della sua vita si era messo in testa di diventare sceriffo, ma ci vogliono delle regolari elezioni democratiche negli Stati Uniti per potersi attaccare la stelletta alla camicia, non è così semplice. Quando riuscì a racimolare pochi voti e il suo sogno svanì, si piazzò fuori dalla porta di casa sua e si mise a sparare contro chiunque salisse il vialetto di casa sua in macchina. Pure contro amici e parenti. Del resto amava molto le armi e ne collezionava di tutti i tipi.

Questa è una delle tante storie che circolano su Thompson (e non so se sia proprio vera). Come quella che la sua morte (il 20 febbraio di tre anni fa) non sia un vero suicidio, ma un omicidio perché stava per scrivere roba bollente sull’11 settembre. Oppure quella che venne abbandonato nel deserto del Mojave con la gola tagliata da alcuni Gypsy Jokers (una banda di motociclisti fuorilegge) e che sopravvisse. O ancora che le sue ceneri furono sparate con un cannone sopra Las Vegas e tutto a spese di Johnny Depp! Quando si ha a che fare con Thompson non si sa mai se si tratti di verità o finzione: e tutto questo per colpa sua. Perché Hunter S. Thompson è l’inventore di quel genere di giornalismo per cui vale la pena diventare giornalisti, il giornalismo che prende per i fondelli il giornalismo con la G maiuscola, il giornalismo che nega il giornalismo: il gonzo journalism, un miscuglio di giornalismo tradizionale, impressioni personali e artifici narrativi. Quindi ogni notizia giornalistica su Thompson stesso, è assolutamente inattendibile. Le storie vere o inventate che circolano su di lui sono seconde solo ai soprannomi con cui è conosciuto: “Raoul Duke”, “Dr. Gonzo” o “Dr. Duke”. Il suo personaggio ha ispirato fumetti (come il personaggio Zio Duke delle strisce di Doonesbury di Garry Trudeau), cartoni, attori (il modo di recitare di Depp dopo il film Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam) e stili di vita post-beatnik, post-fricchettoni, anti-eroici, ironici fino all’estremo. Con la sigaretta in bocca attaccata al bocchino, il cappello da cacciatore, le camicie hawaiane, gli occhiali da sole e le movenze da vecchio consumatore di LSD, Hunter Thompson non è diventato solo un’icona, ma un mito.

Tra il 1964 e il 1965, mentre nell’università di Berkeley iniziavano le proteste contro la guerra in Vietnam e nel sud le lotte per i diritti civili degli afroamericani, Thompson seguì, per nove mesi, la banda di motociclisti fuorilegge, accusata di un numero impressionante di reati, che sconvolse le strade e la morale perbenista della California: la terribile Hell’s Angels Motorcycle Club. Il frutto di questa convivenza è un lungo romanzo-inchiesta, Hell’s Angels, forse il suo capolavoro, ora ripubblicato con la traduzione di Stefano Travagli. Quello che Thompson traccia è un ritratto dei fuorilegge in moto, “un fenomeno tipicamente americano come il jazz”, lontano dagli stereotipi e dalle mistificazioni dei media, della polizia e dei politici, finalizzate a creare un facile e riconoscibile mostro o capro espiatorio per il pubblico. Né motociclisti alla Marlon Brando de Il selvaggio, né sbandati alla Easy rider, gli Hell’s Angels raccontati da Thompson sono degli emarginati di origine proletaria, discriminati dalla società, che si incontrano in raduni dove si dedicano solo alle loro moto Harley-Davidson, alla birra, alle orge e alle droghe. In fin dei conti niente di male o immorale. Come nel più famoso Paura e disgusto a Las Vegas (Bompiani) o nei meno conosciuti Cronache del rum e Screwjack  (pubblicati in questi ultimi anni dalla Baldini Castaldi Dalai), Thompson allarga il suo sguardo dal particolare per arrivare a fare osservazioni puntuali sulla società e previsioni disincantate di “questa metà discendente di XX secolo” in cui si trovava a vivere. Così, nonostante il fascino che gli suscitano, il suo giudizio sui  motociclisti fuorilegge è assolutamente disilluso: gli Hell’s Angels non sono “i depositari della vecchia tradizione individualista che ha reso grande questa nazione”, ma solo delle avanguardie, dei prototipi, “la prima ondata di un futuro che nulla nella nostra storia ci ha preparato ad affrontare”.

Hell’s Angels di Hunter S. Thompson non è solo uno dei più bei reportage scritti negli anni sessanta, ma anche un manuale di stile e un esempio di inchiesta moderna. In questo il vecchio Hunter è un maestro di sconcertante attualità per tutti i giovani giornalisti.   

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