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Lewis Crofts e Il Pornografo di Vienna

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Seduti attorno al tavolo delle interviste in un ristorante di Roma, sospeso nel cielo, aspettiamo Lewis Crofts autore di Il pornografo di Vienna biografia romanzata del pittore austriaco Egon Schiele.

Seduti attorno al tavolo delle interviste in un ristorante di Roma, sospeso nel cielo, aspettiamo Lewis Crofts autore di Il pornografo di Vienna biografia romanzata del pittore austriaco Egon Schiele. E mentre, nell’attesa, si parla delle intense, torbide e malinconiche atmosfere del libro, di un Impero Asburgico nell’imminenza della sua fine, uno sguardo, da un tavolo lontano, si insinua nella luce di settembre tra le linee dei corpi che emergono dagli abiti estivi, osserva gli scambi tra gli avventori, cattura l’ombra impercettibile che si allunga a tratti sui loro gesti, sui loro sorrisi.

Ora al nostro tavolo si parla di Napoli e della sua giunta, del vecchio impero della mondezza.

“Ma come sarà questo Lewis Crofts?” chiede qualcuno. Si sa che è inglese, nato nel 1977, e ora  è giornalista economico a Bruxelles.

Ma eccolo. Lewis Crofts è arrivato.

Un ragazzone alto, occhialuto, sorridente che esce trafelato e festoso dalla bocca dell’ascensore e avanza a grandi passi verso di noi brandendo all’estremità del lungo braccio una molto professionale borsa da viaggio.

Si siede, stringe mani e sorride con un’aria da giovane professore britannico, ordina acqua minerale, prontissimo a recuperare i pochi minuti di ritardo.

Dopo Roma proseguirà per Milano e poi Mantova, per il festival, è la sua seconda volta in Italia, spiega, in passato è stato a Verona ad ammirare l’estro di Shakespeare nel creare città italiane che non aveva mai visitato. Sorride, gioioso, dell’immensa libertà  del suo connazionale.

Il pornografo di Vienna è un libro documentatissimo in quanto ai luoghi e all’epoca, la libertà si riversa tutta nei dettagli della vita di Egon Schiele: una libertà che renda più reale il reale.

E all’incauta, ricorrente domanda su quanto ci sia di vero, e quanto di immaginato nella sua biografia Lewis Crofts sorride con una stretta di spalle. E la domanda cade lì. Il suo Egon è vivo e reale, figura vividissima che emerge dalle pagine.

“E perché esordire con un romanzo su un pittore così noto?” gli chiedono.

“Perché…” ripete assorto Lewis e racconta degli anni vissuti a Praga dove insegnava stilistica alla facoltà di letteratura angloamericana, della visita fortuita in Boemia al paese natale della madre dell’artista, della legenda, letta ad una mostra, che condensava in duecento parole la vita di Schiele.

È stato quel riassunto a folgorarlo: 28 anni di vita e dentro tutta la gamma dell’esperienza umana. Egon Schiele muore di ‘spagnola’ nel 1918, pochi giorni prima della fine della I Guerra Mondiale, tre giorni dopo la morte della moglie incinta di sei mesi, dopo aver conosciuto fama e oblio, povertà e benessere, prigione e libertà, onore e spregio.

“Ero in cerca di un personaggio e non potevo trovarne uno migliore”

Sorride Lewis Croft cadenzato nelle risposte, attentissimo alle domande. Eppure dal suo corpo magro e leggero, dalla borsa da viaggio ai suoi piedi, da ogni suo gesto emana un’energia ineffabile, una spinta di fuga e si ha l’impressione che a distogliere lo sguardo, distratti dalla luce, lui non sarà più lì.

Ma già altrove lungo nuove strade, attratto da nuove ricerche, da nuovi incarichi, mosso dallo stesso impeto, dal ritmo incalzante, vorticoso che trascina i personaggi nelle sue pagine.

E intanto racconta della sua vita in Germania, del suo lavoro di traduttore presso uno studio legale, lavoro noiosissimo “ma bisogna pur vederla l’altra faccia della lingua, quella tecnica, burocratica,” della sua conoscenza del ceco, del francese, del tedesco, studiate all’università, della sua passione per il russo, delle letture di Zweig e Schnitzler e dei tanti autori mitteleuropei che gli hanno offerto il materiale di cui aveva bisogno.

Dalla Vienna di inizio secolo si leva una polifonia di voci: Freud, Mahler, Klimt, un’infinità di voci, di premonizioni di morte, che lui ha dovuto tenere a bada perché il romanzo non gli sfuggisse di mano.

 

Ora che la grande sala, terminata la pausa pranzo, lentamente si svuota lo sguardo al tavolo lontano sembra farsi più vicino e quando Lewis esita in una pausa, lascia sospesa una risposta, allora alle sue spalle, dietro il suo viso, si intravedono i tratti, lo sguardo buio e assorto dell’osservatore immobile che segue il mutare dell’ombra nella sala, le variazioni infinitesimali, impercettibili, dei luoghi e della vita, che coglie solo chi si costringe o è costretto all’immobilità.

E che, a saperlo guardare, sembrano dire gli occhi dell’uomo, contengono tutto ciò che c’è da vedere.

 

“È stata l’esperienza della prigione a segnarlo radicalmente”

Risponde Lewis Crofts a chi gli chiede quale evento, a suo giudizio, abbia segnato il cambiamento di Schiele.

In prigione Egon Schiele osservava ossessivamente il moto delle scarpe, e le variazioni nell’orlo dei pantaloni che passavano davanti alla stretta inferriata della sua cella, così come, da uomo libero,  quando non riusciva a dipingere corpi umani, ritraeva sempre gli stessi paesaggi: panni stesi ad asciugare, alberi spogli, girasoli rivolti verso il buio. Per poi tornare ossessivamente a ritrarre le sue modelle, prostitute che arrivavano a notte fonda, e simulavano la masturbazione da trasporre sulla sua tela, la disperazione negli occhi, prima che lui le possedesse.

Un’ossessività nel libro che contrasta con l’apparente fluidità, una leggerezza di acque chiare, un’ironia infantile nello sguardo di Lewis Crofts che racconta della mania tutta britannica di circoscrivere alla Parigi di inizio secolo il condensato delle luci e delle ombre che si appressavano. “Io credo che invece a Vienna succedesse molto di più: qualcosa di più vero, più profondo e più universale”

Certo, gli fanno notare, a Vienna c’erano luci e ombre. Ma allora perché Schiele sembra vedere solo l’ombra, perché il suo sguardo è sempre impresso sul lato scuro?

 

Per un istante Lewis e l’uomo immobile alle sue spalle si fermano nella stessa posa, sui loro visi appare la stessa malinconia incredula, avvilita.

“È vero sono pochissime le immagini in cui Egon sorride, toglie i veli, raschia via l’oro di Klimt a cui pure era legatissimo, e vede il marcio che resta…” Lewis rimane un istante pensieroso in silenzio. Poi salta su, ritrova il suo piglio, il suo corpo mobile nasconde l’uomo che, alle sue spalle, continua a fissare il vuoto. E racconta di Schiele che, all’inizio, si ribella al padre, all’autorità austriaca, all’Accademia, dissacra ogni cosa tanto che  ancora nel 1964 Kokoscha, il suo amico, lo definiva un mero pornografo. Pensiero poco edificante da parte di un amico.

Poi ad un certo punto decide di cambiare vita, contrae un matrimonio borghese, lascia Wally, la donna dello scandalo, la donna che lo amava, e che Klimt, suo protettore e maestro,  gli aveva, a suo tempo, ceduto.

Non solo accetta i finanziamenti dei borghesi, peccato ancora accettabile, ma ne sposa anche la causa.

Lewis estrae dalla sua borsa da viaggio un catalogo delle opere di Schiele, lo tiene aperto sul tavolo, sfoglia rapidamente, con precisione e piglio professorale le pagine, sa cosa cercare, con il dito punta ai colori, alle forme, alla carnalità intensa dei primi disegni e poi in un vorticare di figure, si arriva agli ultimi quadri dove gli abbracci, le forme hanno perso la loro oscenità, c’è un languore, piuttosto, un dolcezza, anche nella pastosità dei colori, nei volti dei bambini. Lewis apre una pagina, esulta, batte con il dito sulla gonna della donna raffigurata. E dice “È uno degli ultimi quadri, all’epoca della fama, quando Schiele esponeva nei Musei a nome dell’Imperatore. La gonna inizialmente era a fiori e intarsi, ma gli Asburgo la ritennero troppo sgargiante, troppo audace e Schiele accettò di cambiarla e la trasformò in una gonna dall’uniforme tonalità marrone.”

Esulta Lewis della prova documentale apportata alla sua risposta.

Poi una smorfia sottile gli piega le labbra, le sue dita scorrono leggere senza più foga sul bordo del foglio, basta questo a spiegare ogni cosa? sembrano chiedersi i suoi occhi, e quelli dell’uomo alle sue spalle che si soffermano tra i capelli della donna, il rosso di sempre, il rosso dei capelli dell’amata sorella, il rosso delle modelle che sono venute dopo di lei.  “Un’evoluzione incredibile nell’arco di poco tempo. Poi è sopravvenuta la morte a chiudergli gli occhi, a impedirgli di vedere ciò che lui vedeva, non sappiamo dove sarebbe arrivato altrimenti…”

Non aggiunge altro.

Nell’ evoluzione finale del pittore gli intervistatori colgono: chi un tradimento, chi un approdo alla serenità, chi un segno di sopravvivenza. Lewis annuisce ad ogni interpretazione e parla delle provocazioni dell’arte contemporanea: di Banksy, il writer che non espone nei musei, né mostra le sue opere su Internet, ma solo agli angoli delle strade, di Tracey Emin e del suo letto cosparso di preservativi e impregnato degli effluvi sessuali dei cento uomini con cui vi ha dormito.

Eppure, torna invariata la domanda, perché ora che il corpo e il sesso sono esposti ad ogni sguardo, i quadri di Schiele continuano a turbare? Cosa era che lui vedeva nel lato oscuro dell’Impero?

Il giornalista televisivo, che ora lo intervista, chiede di tagliare di poco l’immagine sullo sfondo che ritrae la copertina del libro.

E dallo schermo scompare la profondità tra le gambe aperte della modella, l’abisso dove annegava lo sguardo immobile, ossessivo di Schiele.

 

“E il suo nuovo romanzo, signor Crofts, di cosa parla?”

Lewis sorride con la reticenza e la timidezza di uno scolaro. “Parla di un dittatore e di una dittatura ma con gli strumenti della fiaba, dove i personaggi non hanno nomi reali, ma sono Cappuccetto rosso, il Lupo, la Nonna. Perché a scegliere nomi, si sceglie anche un paese ed io volevo parlare di ciò che è al cuore di una dittatura, di ogni dittatura.” Sorride, si schermisce, muove le mani in aria. “Non so mica se ci riuscirò…”

Lewis Crofts ringrazia, con un gesto veloce delle dita, si accarezza le guance per tirare via la cipria e il trucco dell’intervista televisiva. Lo aspettano le riunioni di Bruxelles,nella sua veste di giornalista, i consessi dove si discute di economia e finanza. La finanza dei nuovi mecenati, dei patroni della nuova arte.

Si allontana nel sole, con il suo sorriso, la sua energia incalzante, l’uomo, alle sue spalle, si alza e lo segue. Ci sono momenti, nelle ore intime della scrittura, in cui è il suo sguardo che prevale, i suoi occhi infossati sono gli unici a vedere,  per il resto del tempo, nella mondanità del giorno, lui arretra e aspetta, immobile ossessivo, nell’ombra.

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