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Sterrati, chianine e acque termali

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Anche quest’anno devo andare in vacanza. Non ci sono santi. Altrimenti qualcuno mi potrebbe scambiare per un disadattato, un nemico della società dei consumi. Va bene… Ma dove vado?

Anche quest’anno devo andare in vacanza. Non ci sono santi. Altrimenti qualcuno mi potrebbe scambiare per un disadattato, un nemico della società dei consumi. Va bene… Ma dove vado? Una mia amica mi aveva proposto un viaggio in Giappone con Avventure nel Mondo. Quasi venti giorni di giro in tondo della nazione nipponica. Costo totale dell’operazione: tremila euro… Preferisco Ostia… Poi un mio amico mi dice: “Andiamo in un agriturismo in Toscana?”. Agriturismo e Toscana… si potrebbe fare. La Toscana non è così lontana da Roma, magari se scopro di essere veramente un disadattato lascio lì il mio amico e me ne torno in città. Io sono un animale metropolitano… Comunque, proviamo l’agriturismo… Partiamo in un pomeriggio assolato d’agosto. L’autostrada è libera, il bollino rosso e giallo accuratamente evitati. Destinazione Monticchiello, ridente paesino della Val d’Orcia, sistemato tra Pienza e Montepulciano. Mia madre mi ha spergiurato di mettermi sulla corsia di destra quando sono in autostrada e di non muovermi da lì. Madri come la mia non ne costruiscono più. La corsa in autostrada dura un’ora e mezzo. Usciamo a Chiusi. Da lì comincia la dolce salita verso le colline della Val d’Orcia. Il primo paese che attraversiamo è Chianciano Terme, la località termale dove tutti gli italiani, chi prima chi dopo, sono venuti a bere l’acqua per il mal di fegato. Il traffico è bello potente a Chianciano. Pullman turistici, gente che fa manovra, alberghi che si mettono di traverso. Per un attimo ho nostalgia di Fiuggi. Ma è un momento, il tempo di lasciare le ultime case del paese e di ricominciare a salire verso Montepulciano. Ci inoltriamo per il Parco naturale della Val d’Orcia. Non gira un’anima da queste parti. Abbiamo lasciato tutti a Chianciano. La strada attraversa un bosco fitto, poi all’improvviso si apre su una ripida discesa che porta a Monticchiello. Ammazza quant’è ripida ‘sta discesa! Non sono abituato a questi saliscendi. Preferirei la placida sonnolenza della Via Emilia. Ma ormai ci siamo, siamo quasi arrivati. Ci fermiamo ad un incrocio. Leggiamo le indicazioni. Su una c’è scritto il nome dell’agriturismo. Prendiamo per quella direzione. Dopo qualche metro la strada va in discesa che è una meraviglia e in più diventa pure sterrata. La domanda sorge all’improvviso con inaspettata potenza: “Ma dove cazzo siamo finiti?”. Pietre, pietraie, pietrine che stridono che è un piacere sotto le ruote della macchina. E se foro una gomma, mi chiedo, cosa faccio? Sostituirla io sarebbe come improvvisare su due piedi un remake di Tempi Moderni di Chaplin. Chiamo l’Aci? I vigili del fuoco? La protezione civile? Prego gli dei dell’Olimpo e vado avanti. Lo sterrato fa pure una curva sopraelevata, tipo autodromo di Monza. Sti’ toscani non si privano proprio di niente! Alla fine di questa infinita discesa, deviamo verso sinistra e dopo un centinaio di metri arriviamo all’agriturismo. Scendiamo dalla macchina che sembra essere passata per un autolavaggio di pietre bianche. Ci vengono incontro i due titolari dell’agriturismo, Maura e Virno. Ci offrono un caffè, una bibita. Si parla del più e del meno. Sono simpatici Maura e Virno, e per dirlo io vuol dire che lo sono proprio. Andiamo in camera e penso: “Come farò ad uscire di nuovo da questo sterrato con la macchina?”. Lo avrete capito, non sono certo un autista provetto… Il mio amico (a proposito, si chiama Michele) non ha di questi problemi, lui non guida più. Ha scelto, beato lui, di astenersi dalla lotta. L’autista sono soltanto io, e la cosa non mi esalta di certo. Vabbè, mi dico, restiamo qui inchiodati in questo splendido agriturismo otto giorni su otto. Mangiamo, beviamo e andiamo in piscina (nell’agriturismo c’è proprio una piccola splendida piscina). Ma c’è un problema… Qui non servono il pranzo. E anche la cena è un optional. Dipende dagli impegni di Maura. Quindi bisogna superare la bolgia dantesca dello sterrato per procurarsi del cibo. La cosa, al solo pensiero, mi fa sudare le mani. Ma come, non siamo in un agriturismo? A me basta pure un tozzo di pane, un po’ d’olio. Una mela. Eh, ma a Michele no: “Ah, io devo pranzare almeno con un piatto di pasta”. Certo a lui che gliene frega, sono io quello che si deve fare il culo con il Camel Trophy. I grandi crimini dell’umanità nascono sempre da futili motivi. Questo potrebbe essere uno di quelli. Cerco comunque di rilassarmi, di ricorrere alle pratiche yoga. Non pensiamo al domani, viviamo il presente. E il presente è un grido lancinante proveniente dal bagno e un rumore sordo di ciabatta sbattuta. Michele ritorna in camera, la faccia piegata in un ghigno di disgusto. In bagno c’era un enorme scarafaggio, un potente scarafaggio toscano. Gli scarafaggi toscani, soprattutto quelli di campagna, sono cresciuti a Fiorentina e vino di Montalcino. Sono bestie cazzute.  Lo yoga va a farsi benedire. Meglio prepararsi per la cena. Stasera Maura ha cucinato, che miracolo! Mentre mi cambio declamo i versi del sommo Poeta (sarà un caso ma pure lui era toscano): “Nel mezzo del cammin della nostra vita, mi ritrovai per uno sterrato oscuro che la diritta via era smarrita…”

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