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Obama, Doris Lessing e la Pop Political Art

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Non molto tempo fa leggevo sul Corsera un’intervista a Doris Lessing, scrittrice sublime (chiunque ami la scrittura legga il suo capolavoro, Il Taccuino d’oro).

Non molto tempo fa leggevo sul Corsera un’intervista a Doris Lessing, scrittrice sublime (chiunque ami la scrittura legga il suo capolavoro, Il Taccuino d’oro). Tra le tante cose intelligenti che diceva, vi era un’affermazione amara che più o meno – ricordo a memoria – recitava così: “spero davvero che Obama vinca, ma vincerà McCain”.

Erano mesi in cui ancora c’era la lotta tra la Clinton e Obama per la guida del partito democratico. Un uomo di colore contro una donna, semplificando molto, esprimeva una certa originalità.

La Lessing aveva predetto che sarebbe stato Obama a guidare il partito democratico. Così è stato.

Ora vedremo se la parte finale del suo verdetto sarà confermata o meno, dopo questa campagna elettorale nella quale Obama ha ottenuto un grandissimo interesse mediatico e una incursione in innumerevoli ambiti che travalicano la politica, dallo star system holliwoodiano, all’editoria con i suoi scritti, ai blog, ai video musicali. Dimostrando, oltre alla bravura e all’indubbio fascino personale, che tutti questi ambiti sono di fatto politici, o meglio altamente politicizzabili. Obama è diventato un’icona. Tant’è che è presente anche nell’ambito artistico, avvampando un furore raffigurativo.

L’arte sembra far parte della sua campagna elettorale. Ed è fatta, americanamente, in grande.

Grandi sono le immagini che lo ritraggono e spaziano dalla street art a quella tradizionale. Si tratta indubbiamente di Pop Art. O di Pop Political Art. O, per tornare a termini desueti, di propaganda. O meglio POPaganda.

Gli artisti di solito vanno contro qualcosa. E’ un mondo nuovo quello che propongono attraverso le loro opere, oppure una mimesi del mondo ma fatta in modo critico: parlano a specchio del mondo in cui siamo per poterne evidenziare le storture e le aberrazioni. E questo lo fa ad esempio la narrativa contemporanea americana, quella che molti di noi amiamo per il coraggio e per la scomodità. Leggere narrativa americana contemporanea ha sempre l’effetto destabilizzante di farci capire dove andremo, è in qualche modo apocalitticamente avveniristica nel suo essere iper reale.

Facendo un confronto azzardato, è come per i negozi: gli scrittori europei sono negozietti bellini e al centro, nei quali si scambiano due chiacchiere con i negozianti che propongono oggetti di valore e scelti con cura; gli scrittori americani sono ipermercati con luci violente e claustrofobici nella loro grandezza e onnipotenza dell’anonimato, ma danno l’impressione incontestabile che il futuro stia lì; seppure si tratta di scrittori di nicchia, la nicchia americana sarà sempre più grande e piena di energia magnetica rispetto a quella europea, perché è nel presente o nel futuro, nel passato mai.

E anche se il futuro ha un sapore orripilante, guardarsi indietro, volgere lo sguardo alla storia e al passato, ha un gusto polveroso e mortifero. Altrimenti non si spiega perché dalla storia non si impara nulla, perché i grandi insegnamenti sono ignorati e perché esiste il conservatorismo. Se si conoscesse davvero la storia, non si potrebbe essere conservatori: talmente tante sono le lezioni che, se applicate, il mondo dovrebbe essere un luogo bellissimo, un paradiso in terra, evoluto e originale, con l’intelligenza umana a servizio del bene e della felicità.

E invece non è così.

E qui si pone Obama. Il bisogno di cambiamento e di un leader capace di incarnare ideali positivi e di riportare speranza, in tempi cupi di recessione globale e di venti di guerra che soffiano da tutte le parti, è posto nel candidato al Paese leader dell’ordine (o disordine, a seconda del punto di vista) mondiale.

Obama incarna questa speranza, tanto che una scrittrice esperta come la Lessing che sa fin troppo bene come gira il mondo e conosce la storia, aveva anche detto (cito sempre a memoria): “Se Obama venisse eletto, sarebbe di sicuro assassinato”.

Il bisogno della speranza, un bisogno spirituale e quasi religioso, è espresso alla mostra realizzata in occasione della convention di Denver e si chiama appunto Manifest Hope (Qui c’è il video realizzato dal Guardian).

Ciò che colpisce, tra le varie affermazioni, è quella che in America Obama è appoggiato in modo fortissimo dai giovani. Da ragazzi che vanno dai 14 ai 20 anni, generalmente scettici e disimpegnati. Sono stati loro, spesso, a convincere i loro genitori a sostenere il bel Barack. E i genitori, stupiti e impressionati dall’entusiasmo politico dei loro pargoli, si sono a loro volta entusiasmati. Vedere gioventù nei giovani è una cosa talmente strana da destare gli animi e far credere che il mondo possa davvero cambiare.

Qui si può vedere e sentire lo street artist Frank Shepard Fairey  autore dell’immagine che è diventata emblema della campagna:

Dice che la cosa importante per lui è stato supportare la campagna di un uomo idealista. L’immagine si è diffusa in modo talmente forte e veloce che lo stesso Obama si è personalmente complimentato con il giovane artista per aver creato l’icona che ne riassumeva lo spirito.

Obama è sentito come il primo candidato presidenziale ad avere una vera e propria politica dell’arte, e questo ha spronato ovviamente la comunità artistica, che ha sentito per la prima volta di potere avere una propria voce. Le quotazioni delle opere obamiane stanno raggiungendo cifre importanti. Per chi volesse dare un’occhiata, basta cliccare sul sito ObamaArtReport.com

E qui si trova, a questo proposito, un esaustivo articolo:

Ma la più audace e operazione artistica è stata fatta da un artista polacco, Peter Fuss, che è come se avesse ripreso le parole della Lessing, che ormai sono diventate luogo comune, non smentito dai fatti ma avallato dall’attentato che si è già verificato e – ironia della sorte – proprio da ragazzi giovanissimi e sballati, il risvolto di quelli impegnati a una riforma civile e morale dell’America.

Peter Fuss (www.peterfuss.com) ha raffigurato una paura, una convinzione o, forse, il fatto che di speranze non è che ce ne siano parecchie.

E lo ha fatto in occasione della mostra Out of sth (www.outofsth.art.pl), che ha presentato dal 18 luglio per un mese le opere dei più importanti 20 urban artists europei e polacchi.

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