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Una giornata al Guggenheim

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Bilbao – Al centro c’è l’idea di una nave, armoniosa e monolitica, che si inserisca nel contesto della città navigando il suo fiume e traghettando il viaggiatore da una...

Bilbao – Al centro c’è l’idea di una nave, armoniosa e monolitica, che si inserisca nel contesto della città navigando il suo fiume e traghettando il viaggiatore da una riva all’altra. Soltanto dopo, e in via secondaria, vengono il progetto definitivo, la cura dei dettagli, la convergenza di elementi e soluzioni tecniche. Frank O’ Gehry, quando immagina il Museo Guggenheim di Bilbao, pensa ad un’opera in continuo divenire, lascia che la penna si posi da sola sul foglio, e fa in modo che partorisca immagini sconnesse. È l’arte che si fa da sé, è l’Opera architettonica a inserirsi nella città, ed è la città stessa a lasciarsi guidare dall’Opera.

E anche il viaggiatore, distratto per natura, viene guidato e rapito dalla struttura dell’edificio. Visto dall’alto, il Museo sembra un unico blocco, un tutto indivisibile. Riducendo la distanza, appare nella sua essenza caleidoscopica: vetrate favolose da cui si vede sempre il fiume, fontane a getto d’acqua improvviso, che zampilla in direzione contraria alle scale, ascensori che ricordano quelle lussuose e surreali delle navi da crociera.  Ma è dopo l’ingresso che il Gug (lo chiamano così, da queste parti) lascia intendere il suo significato, la sua ratio più profonda.

Già dall’entrata, su cui si affacciano tutti i piani di esposizione, è ben visibile l’elogio profondo della complessità che ispira il museo fin dalla nascita. L’edificio è un contenitore di opere che diventa esso stesso Opera, e quindi contenuto. E il suo interno, in ogni mostra permanente o periodica, ricorda e perpetua questo dualismo. Il Tutto attraverso il molteplice, l’unità attraverso la complessità, la stasi attraverso il movimento.

Ogni opera al museo rappresenta questa insanabile contraddizione. La Materia del Tempo, di Richard Serra, occupa la sala più grande. È una immensa installazione di sette sculture, incentrata sulla fisicità dello spazio. E qui una doppia ellisse e due cerchi concentrici, nella loro linearità, sono unite da un filo invisibile a una complessa spirale, al cui interno il viaggiatore ha la sensazione del labirinto. Unità e poliedricità, palpabili anche nelle collezioni surrealiste. Cosa unisce un abito da sera di Elsa Schiaparelli e una scenografia teatrale di De Chirico? Di sicuro, la magia del Guggenheim, e l’idea, tutta novecentesca, che le forme d’arte non vivono mai da sole, ma si plasmano con la realtà quotidiana, e da questa vengono stravolte e rimpastate. Allo stesso modo, Salvador Dalì può dividersi, in due sale attigue, tra un vestito teatrale e due gigantesche spille d’oro e diamanti, commissionate da nobildonne anziane e annoiate.

Il secondo piano ospita una retrospettiva dedicata a Juan Munoz. E qui il disegno di unità del molteplice trova il suo compimento più profondo. Un uomo, sorretto da un bastone, cerca di guardarsi allo specchio. Ma lo sforzo non viene ripagato, perché ciò che appare dall’altra parte del vetro è solo un rettangolo di pietra, che copre il suo volto e respinge, con forza e senza appello, la sua ricerca di se stesso. Poco più in là ventidue figure, uguali nel volto e nei vestimenti, sostano tutte, da sole o a gruppi di 3 o 4, e sembrano parlare. Ma tra i personaggi il dialogo non esiste: le sculture, infatti, non si guardano mai, e ognuna dà l’impressione di pensare a un proprio discorso, senza però renderlo partecipe all’altro. E la distanza tra i personaggi si trasmette anche all’osservatore: Munoz è il teorico della distanza tra lo spettatore e l’opera d’arte, e l’intento si percepisce camminando tra le figure umane, tutte colorate di un tenue grigio, scolpite dal geniale spagnolo. Più ci si avvicina agli umanoidi, meno si conoscono i loro sguardi, e si avverte invece un senso di sconfitta, di smarrimento, di oscura vicinanza con la morte.

Pensieri oscuri, tristi, tremendamente semplici, anche per i profani dell’arte contemporanea, vale a dire la maggior parte dei viaggiatori. Di questi e simili pensieri, uscendo dal Guggenheim, resta solo la maestosità, mentre scompare ogni traccia di tristezza appena gli occhi incrociano di nuovo lo splendido edificio di O’ Gehry. Sono passate più di 4 ore (tante ne chiede una visita degna di questo nome), il viaggiatore si guarda intorno in cerca di un gelato o di un panino. Trovato il bar fuori dal museo, ha appena il tempo di incrociare Puppy, il mosaico di fiori, a forma di gatto gigante, che troneggia a lato della struttura. Concepito come opera provvisoria, è piaciuto talmente tanto da diventare parte integrante dell’architettura del Gug, e oggi ne allunga la prospettiva visuale. Il gatto sembra sorridere sornione: a suo modo, del capolavoro fa parte anche lui.

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