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L’ombra del massaggiatore Phelps

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In queste settimane olimpiche bisogna trovare ispirazione dalla televisione che trasmette ore e ore, notturne e di prima mattina, di gare, agonismo e sport. Ben poca ne ho avuta, devo dire...

In queste settimane olimpiche bisogna trovare ispirazione dalla televisione che trasmette ore e ore, notturne e di prima mattina, di gare, agonismo e sport. Ben poca ne ho avuta, devo dire, dalla retorica e noiosa cerimonia d’apertura con la regia di Zang Zimou: in due parole una massa di schiavi. Nonostante gli spot della Coca Cola, i commentatori Rai e lo smog cinese, le Olimpiadi mantengono un fascino naturale a cui è difficile resistere. Non perché sono metafora della vita, per la fatica e i sacrifici delle imprese sportive, come ho sentito spesso ripetere, ma perché rimangono intrattenimento puro per la loro capacità di stupire con prove che sembrano sovraumane e superano ogni volta le aspettative e i record. Infatti quest’anno la disciplina che più sta suscitando interesse, togliendo attenzione anche all’atletica, è il nuoto nel quale a ogni finale vengono frantumati, o meglio affogati, i record recenti. E non solo per merito del fuoriclasse degli Usa Phelps che, come si sa, ha superato l’impresa di sette medaglie d’oro dell’altro nord-americano Spitz a Monaco nel 1972. Phelps è un gigante che sembra affrontare l’acqua come se fosse un altro elemento, quasi più leggero, ma in tutte le altre gare, maschili e femminili, i record crollano inesorabili, rappresentati sul video da una lineetta virtuale verde, sempre in ritardo e sempre più virtuale. Dicono che il merito dei ripetuti record stia nella vasca enorme dell’ormai celebre Water Cube, un nome più da navicella spaziale, oppure nel costume intero Speedo progettato, guarda caso, dalla Nasa, che trasforma gli atleti in un branco di delfini. La verità è che l’uomo nuota in questo modo da pochissimo e si può dire che siamo agli albori di una disciplina destinata a migliorarsi sempre di più. Dico questo non a caso e non dopo essermi documentato: la mia fonte principale è il libro L’ombra del massaggiatore nero dello studioso inglese e nuotatore dilettante Charles Sprawson, pubblicato in Italia da Adelphi. In questo libro Sprawson fa una carrellata del nuoto dalle sue origini ai giorni nostri non soffermandosi sulle recenti imprese sportive, ma constando l’unione che il nuoto moderno ha avuto con scrittori e letterati. Se è vero che già in antichità si nuotava, quella era una forma primitiva del nuoto che conosciamo oggi. Il nuoto era conosciuto dai romani, ma solo gli aristocratici e gli imperatori potevano permetterselo al mare, seguiti da una schiera di schiavi e di barche pronte a trarli in salvo. Il nuoto moderno nasce in Inghilterra con l’invenzione delle piscine artificiali alla fine del XIX secolo. Sprawson puntualizza che già dal 1600 in Giappone esisteva una tradizione di nuotatori professionisti che si allenavano nei laghi, sia per motivi bellici che per la pesca delle perle, e proprio le pescatrici di perle, con i loro petti nudi gonfiati da polmoni più grandi del normale, sono stati fotografati da Fosco Maraini nel suo viaggio nipponico, ma sarebbe troppo lungo soffermarsi su questo aspetto. Dall’Inghilterra quindi il nuoto si è diffuso in tutto il mondo e infatti i primi atleti maestri e inventori del free-style erano britannici. Due dei primi nuotatori moderni sono stati anche due scrittori inglesi: Byron e Shelley. Il secondo addirittura morì in mare in Italia,  a largo di La Spezia, mentre galleggiando leggeva l’Odissea di Omero. Byron, invece, si vantava di fare almeno una volta al giorno i 4 chilometri che separano Porto Venere da Lerici nelle Cinque Terre liguri, e ancora adesso si può visitare a Porto Venere la grotta dalla quale il poeta inglese si tuffava. Subito dopo gli inglesi, vengono gli americani che fecero del nuoto la loro disciplina preferita, e si vedono gli effetti anche adesso. In California, all’alba della sua colonizzazione, avere una piscina non solo era uno status symbol sociale, ma rappresentava avere una fonte d’acqua fresca sempre disponibile. Jack London se ne costruì una gigantesca nella sua villa poi andata a fuoco misteriosamente, all’apice della sua carriera, che significò l’inizio delle sue disgrazie. La costruì ispirandosi al paesaggio tropicale che aveva visitato nei suoi viaggi e ancora delle foto delle sue rovine si possono trovare su internet. Di tutti gli scrittori americani appassionati di nuoto, London fu certamente il più assiduo e quello che ne scrisse di più, anche nei suoi aspetti più cupi come gli annegamenti e le morti per acqua. Il death by water eliottiano ricorre molto spesso nell’opera di Sprawson che affronta l’aspetto sensuale del nuoto e quello mortifero: “Quando vedo un uomo che nuota penso che stia annegando” diceva appunto London. Il titolo del libro di Sprawson fa proprio riferimento a questa ambiguità del nuoto, sia gesto vitale che strada per l’oblio delle profondità. Nel nuoto si avverte infatti sia la pace dei sensi, dovuto all’elemento dell’acqua che porta quasi a uno stato di estasi psichica, che la paura incombente dell’annegamento, dello sprofondare. È come se nell’atto di nuotare nell’acqua ci sia addosso al corpo l’ombra di un immaginario massaggiatore che porta un sollievo anche letale.

Di queste Olimpiadi Phelps è il massaggiatore nero per eccellenza. Non tanto perché la sua ombra sta oscurando le imprese degli altri atleti: il suo modo di entrare nell’acqua, di aggredirla e di solcarla spaventa e intimorisce. Al termine di ogni gara, nelle quali festeggia raramente, sembra riemergere da un altro mondo, sembra essere appena sfuggito dalla morte.

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