Io, le azalee e Giorgio Gaber

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Sono a casa nudo, con addosso soltanto le mutande. Questo è il grande vantaggio di essere single. Puoi fare quello che ti pare. Andare in giro per casa senza nessuno che ti dica che dovresti metterti addosso una maglietta o un paio di calzoncini carini

Sono a casa nudo, con addosso soltanto le mutande. Questo è il grande vantaggio di essere single. Puoi fare quello che ti pare. Andare in giro per casa senza nessuno che ti dica che dovresti metterti addosso una maglietta o un paio di calzoncini carini… ma vaffanculo. Squilla il telefono. Sono indeciso sul da farsi. E se fosse qualcuno che mi vuol vendere un’enciclopedia? O la nuova tariffa scontata dell’ADSL? Non sono pronto per interfacciarmi con questa manica di venditori esaltati. Mi faccio coraggio, comunque. Fabio!… E’ Luciano. Che sorpresa!, balbetto io. Forse era meglio non rispondere. Fabio, ti volevo raccontare una cosa. Dimmi Luciano. Ma lo sai Fabio che sono diventato un volontario di Save the Children? Ah sì Luciano. Sì… sai volevo dirti che magari ci potremmo incontrare alla metro della Stazione Tiburtina. Lì noi volontari abbiamo un banchetto; così potrai fare la tua donazione per la nostra associazione. Vuoi dire Luciano, gli chiedo, che tu sei uno di quei rompi… cioè di quei bravi ragazzi vestiti di rosso che si appostano fuori la fermata della metro e ti si avventano contro per farti sottoscrivere la donazione all’associazione? Esatto Fabio, dice Luciano, io sono uno di loro… Per me la metro della Stazione Tiburtina è diventata ormai una specie di percorso di guerra. Vedo questi volontari che aspettano i passeggeri all’uscita. Appena hanno individuato la preda gli si buttano addosso e sfoderano la mano destra, il loro artiglio, per presentarsi “Salve, mi chiamo…”. Sembrano usciti da un corso di Publitalia. Dopo la presentazione ti stordiscono con sfilze di dati, notizie… Possono star lì anche un’ora a farti lezioni di civiltà, buona condotta, rettitudine. Dopo questa tirata buonista non puoi che sottoscrivere la donazione in favore dell’associazione, altrimenti il senso di colpa ti divorerebbe tutta la notte. Un mio amico mi ha detto che queste sottoscrizioni non si fanno più con dei semplici bollettini postali. No, adesso la tua donazione può essere detratta, attraverso un Rid bancario, direttamente dal tuo conto corrente, senza che tu debba andare in un ufficio postale a fare la fila e perdere il tuo tempo prezioso. La bontà si fa sempre più arguta, sempre più sagace… Comunque stavo parlando della metro della Stazione Tiburtina. Io quando vedo questi ragazzi vestiti di rosso cerco di mimetizzarmi tra la folla, oppure di camminare dietro una persona che mi possa fare da scudo, da cavia per questa incommensurabile, trascendentale bontà. Se questo non mi riesce, allora cerco di apparire il più trafelato possibile come a dire: “scusate, mi fermerei volentieri ma ho mio padre, malato terminale, all’ospedale, mia madre è stata investita per strada da un Tir e mio fratello è appena stato rinchiuso in un centro di recupero per tossicodipendenti”.

Io appena vedo questi ragazzi vestiti di rosso penso allo straordinario monologo di Gaber, L’azalea:

“Io credo che non ci sia stato un altro periodo della storia in cui gli uomini siano arrivati al nostro livello di cattiveria e di egoismo. Un uomo oggi, non avendo remore di morale e di coscienza, tanto più gli conviene tanto più è carogna. È carogna coi più deboli, è carogna coi più forti… no, coi più forti è viscido… è carogna con la moglie, coi figli, con gli amici, è carogna con il mondo intero.
Però la domenica… un’azalea. Tutti che comprano un’azalea. Un’azalea per questo… per quest’altro… per quest’altro ancora… dato che non funziona niente si risolve tutto con le azalee.
E mi bussano alla porta, mi fermano per la strada, mi corrono dietro, col motorino, con la bicicletta, e io, stremato, che faccio? Compro un’azalea… per salvare bambini, animali, piante, ricerche varie, bacini idrici, le suore del Nicaragua, le foreste dell’Amazzonia… Devo fare tutto io!
L’azalea, oltre ad essere un arbusto ornamentale delle ericacee, è diventata il simbolo della purificazione. E siccome più uno più è sporco dentro, più ha bisogno di apparire buono, i più carogna hanno azalee dappertutto: nell’ingresso, in sala da pranzo, in camera da letto… vanno al cesso e… TRACK un’azalea. Che raffinati!
Secondo me a San Francesco non piacevano le azalee. Gli piacevano i lupi. Certo che anche avere una casa piena di lupi…
E Ghandi? E Madre Teresa di Calcutta? Ne han salvate di persone, eh! Oddio, se in India ci fosse stato un bravo statista anche un po’ meno buono forse ne avrebbe salvati di più. Ma che c’entra…
Non c’è niente da fare, la bontà vera commuove, rassicura… quella finta… mi fa vomitare. E se ci fosse un Dio io credo che la condannerebbe. Ma basta con queste finzioni, queste ipocrisie, queste esibizioni fatte per abbellire l’anima… e anche l’immagine. Ma dentro, dentro cosa siamo, eh? Ve lo dico io che cosa siamo: siamo delle caramelle di merda ricoperte di cioccolato.”

A me fanno vomitare tutti quelli che manifestano contro le impronte digitali per i bimbi rom, e poi quando vedono il campo degli zingari sotto casa gridano “Mamma, li’ Turchi!”. Mi fanno vomitare quelli  che urlano contro il divieto del Comune di Roma di rovistare nei cassonetti della spazzatura e poi girano la testa inorriditi quando vedono qualcuno cercare del cibo nella mondezza. Insomma la bontà deve essere una scelta consapevole, autentica del nostro essere, altrimenti è soltanto uno spot pubblicitario che facciamo a noi stessi per lavarci questa coscienza lercia che ci portiamo dietro… Luciano è una mezz’ora che parla. Lo interrompo un attimo. Scusa Luciano ti volevo soltanto dire che cosa siamo noi esseri umani. Dimmi pure Fabio. Siamo delle caramelle… Ecco, mi ha chiuso il telefono in faccia.

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