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Sulla via per Beijing

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Partire per un Olimpiade è sempre un’esperienza particolare. Arrivo a Fiumicino in preda alla solita ansia che mi prende quando devo prendere un aereo per un lungo viaggio. All’ingresso, trovo già...

Partire per un Olimpiade è sempre un’esperienza particolare.
Arrivo a Fiumicino in preda alla solita ansia che mi prende quando devo prendere un aereo per un lungo viaggio.
All’ingresso, trovo già un bel gruppetto di persone: abbracci, baci, sorrisi, pacche sulle spalle.
Questa è la mia quinta Olimpiade, e conosco bene certe dinamiche.
Ad esempio, quando ci si ritrova al check in il giorno della partenza per i Giochi, ci si saluta in un clima che non so definire con esattezza, ma che mi rimanda a un mix di complicità e di cameratismo: un po’ come se ci si sentisse esponenti di una specie di razza eletta, pronti a partire per una spedizione avventurosa.
I viaggiatori comuni notano le nostre divise olimpiche, i bagagli con la scritta Italia, e gli atleti più famosi: alcuni ci osservano con curiosità, e ci fotografano.
Le ragazze guardano in adorazione Aldo Montano, e a frotte gli chiedono di essere fotografate con lui, che si presta volentieri: è uno che non se la tira, in queste situazioni.
Arriva un giovanotto sulla trentina e gli chiede: “Scusami, Aldo, ma mi devi fare un favore, sennò lei non la smette: potresti fare una foto con mia moglie?”
La situazione mi appare quasi da club privee, e mi fa sorridere: mi viene in mente l’immagine di questa giovane donna che si immola al bell’adone mentre il maritino osserva compiaciuto.
Mi siedo in un fast food con Valentina, che è allegra e sembra meno nervosa del solito.
Lei ordina una pizza, ma io ho solo sete, e mi bevo una lemonsoda.
Faccio un video col telefonino, e le atlete lì presenti si prestano volentieri a sorridere alla telecamera.
Passa Giovanna e sorride, imperscrutabile come sempre: sarà gelosa?
Valentina, poi, mi chiede di accompagnarla da Feltrinelli per consigliarle un libro da acquistare, e lì troviamo altri atleti, che sono alla ricerca di qualcosa da leggere per il viaggio.
Le faccio prendere un libro a sfondo umoristico, sostenendo di conoscerlo: mento spudoratamente, però sono convinto che vada bene per lei.
Finalmente imbarchiamo.
Per una volta mi dice bene.
Mi assegnano, infatti, il posto di corridoio proprio di fronte al pannello divisorio tra ‘economy’ e ‘first class’: posso stendere le mie gambe a piacimento, perciò, e non è poco per un volo di una decina di ore.
L’atmosfera generale è buona.
Tutti sembrano sereni, e qualcuno ostenta perfino un’allegria che mi appare talora sopra le righe.
Capito vicino al capo-delegazione, il quale sembra sovreccitato: si muove senza tregua, grida e scherza con tutti, mi prende in giro di continuo, e non accenna ad assopirsi nemmeno quando vengono spente le luci e tutti chiudono gli occhi.
Non tocco nemmeno il libro che mi sono portato da casa – un giallaccio senza pretese – perché non mi va di leggere.
Chissà perché, preferisco rimuginare sulla serie di problemi che lascio insoluti e che ritroverò, amplificati, al mio ritorno in Italia tra un mese.
Ho come dei presentimenti, poi, e il mio intuito mi dice che si tratterà di una trasferta difficile.
Le persone in genere si aspettano da me la perfezione assoluta e la soluzione di ogni loro problema di salute.
Per fortuna i miei capelli bianchi mi danno oramai un’autorevolezza e un carisma che in passato non riuscivo ad avere, soffrendone: aspetti positivi dell’invecchiamento.
Tutti, insomma, cercano sicurezze in me: io, invece, mi sento inadeguato e pieno di dubbi.
Mi chiedo per l’ennesima volta, da quando mi sono laureato quasi trent’anni fa: ce la farò?
Ciò che mi conforta maggiormente, e allevia un po’ le mie preoccupazioni e la mia solitudine, sono soprattutto i pochi, veri amici che ho nel gruppo, gli unici compagni fidati: i due fisioterapisti – Maurizio e Stefano – e il mio collega e ‘figlioccio’ – Alessandro – il quale mi aiuterà a svolgere le varie mansioni e a gestire le innumerevoli rogne che di sicuro si verificheranno.
E poi, c’è lei nella mia mente.
La penso con dolcezza e mi manca già molto, malgrado sia appena partito.
Eppure, talora mi sento in ansia anche per lei.
Riuscirò a renderla felice?
La mia tendenza a essere oblativo e sempre impegnato a risolvere i bisogni altrui, si trasforma in un peso eccessivo nei rapporti affettivi: ho sempre l’impressione, infatti, di non riuscire a dare alla mia compagna ciò di cui necessita, ciò che desidera, ciò che le spetta di diritto, e mi sento in colpa.
Mi addormento per un paio d’ore, e mi risveglio di botto, guardandomi intorno.
L’essere umano perde ogni dignità quando si abbandona al sonno profondo, e intorno a me vedo bocche aperte e deformate, respiri ronfanti, colli piegati in posizioni innaturali negli spazi angusti dei sedili.
Poco alla volta tutti si risvegliano e arriva il momento della colazione.
Ci portano il solito vassoietto con una terrificante omelette – che mi suscita conati di vomito al solo odore – e un dolcetto alla frutta che butto giù per pura fame.
Le hostess cinesi sono gentili, servizievoli, sorridenti, e si prodigano in ampi inchini, ma sono sicuro che nella vita reale siano come tutte le donne, e in qualche modo me lo auguro.
Atterriamo.
Mi aspetto con un po’ di apprensione le solite lungaggini burocratiche tipiche dei paesi orientali, ma devo ricredermi: tutto, infatti, è incredibilmente rapido ed efficiente.
Di sicuro influirà il fatto che siamo una squadra olimpica, ma rimango sorpreso quando perfino al controllo passaporti la poliziotta impiega non più di venti secondi a farmi passare.
Usciamo dall’aereoporto e proviamo il primo impatto con l’afosa, pesante atmosfera pechinese, densa di idrocarburi, particolati e umidità.
Riesco a infilare i miei bagagli nella navetta, e salgo su.
Siamo tutti stanchi, e guardiamo attraverso i finestrini alla scoperta di qualche immagine che colpisca la nostra immaginazione tutta occupata dalla Grande Muraglia, ma lungo la strada vediamo solo edifici a una decina di piani, in genere di architettura postmoderna.
La Beijing University ci accoglie dopo circa un’oretta di viaggio: sarà la mia casa per i prossimi dieci giorni.
Poi, si vedrà.

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