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Piante rare e preziose (terza parte)

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Caminante, son tus 
huellas el camino y nada màs; caminante, no hay 
camino, 
 se hace camino al andar. 


Leggi:
Piante rare e preziose (prima parte)
Piante rare e preziose (seconda parte)

Caminante, son tus 
huellas

el camino y nada màs; 


caminante, no hay 
camino, 


se hace camino al andar. 


Al andar se hace el camino 


y al volver la vista atràs 


se ve la senda que nunca 


se ha de volver a pisar. 


Caminante, no hay 
camino, 


sino estelas en la mar.  

 

Viandante, son le tue orme 
la via, e nulla più;
viandante, non c’è via, la via si fa con l’andare. Con l’andare si fa la via e nel voltare indietro lo sguardo 
si vede il sentiero che mai 
si tornerà a calcare. Viandante, non c’è 
via,
ma scie nel mare.

[Antonio Machado (1875 -1939) – Proverbios y cantares XXIX, da: Campos de Castilla, 1912]

– Dopo tanti piccoli viaggi, in Italia e dintorni, è venuto il tempo del salto verso il grande mondo. Perché questa distinzione? Non è sempre, il viaggio, un’esperienza di cambiamento, quale che sia la destinazione?

Il grande viaggio è stato per me fare l’esperienza del futuro come un buco nero. Fin dal primo, in Africa, Somalia 1978; quando ancora quel paese esisteva come entità geografica e politica.

Cominciava qualche giorno prima di partire, l’esperienza insieme angosciosa ed eccitante di non sapere niente dei giorni successivi; su che sfondo mi sarei mosso, quali cose avrei fatto detto sentito. Il futuro finiva all’aeroporto, ultima meta conosciuta; di lì in poi, il buio. Da allora questa sensazione l’ho associata ai viaggi più impegnativi, quelli che mi avrebbero portato veramente fuori da ogni riferimento noto, dagli ancoraggi abituali.

Le prime volte prevaleva l’angoscia; poi imparai ad apprezzare l’eccitazione. L’aeroporto del paese sconosciuto, poi la strada che mi si apriva davanti, mai conosciuta, neanche immaginata; l’aria, odori e colori di una grana nuova, da scoprire.

– Certo l’Africa è grande, un intero continente, cui non è possibile ‘soltanto accennare’. Qui vorremmo rimanere alle esperienze che hanno riguardato le piante…

In Africa rimasi colpito da quanto tutto fosse grande; il cielo e gli orizzonti soprattutto, e poi le formiche, i ragni, le lumache, le piante. Gli odori forti e penetranti, la luce accecante, l’intensità dei colori. Non è un paese per vecchi, l’Africa. Tiene tutti i sensi all’erta; mette continuamente alla prova [Vedi su “O”: Piante e storie dall’Africa (prima e seconda parte) del 19.08 e 27.08.2007].

– Dev’essere un ecosistema condizionato dalla scarsità d’acqua..!

Non ero nella fascia desertica e non ho avuto lì esperienza di vero deserto. All’interno c’era una vegetazione riarsa, adattata a precipitazioni scarse, che chiamavano ‘boscaglia’. Comunque di acqua non ce n’era molta e quella poca era colonizzata da sterminate estensioni di giglio d’acqua, che notavo allora per la prima volta.

– Una pianta di cui si è molto parlato per i danni che arreca!

Lasciata a se stessa può diventare un flagello; come il problema dei conigli in Australia e altre dissennate manipolazioni dell’ambiente da parte dell’uomo, famoso apprendista stregone. Sì, l’Eichhornia crassipes (Eichhornia dal piede rigonfio) è invasiva, ritenuta causa di un impoverimento di ossigeno delle acque e di interferenze con la sopravvivenza di pesci; e anche perché favorisce la proliferazione delle zanzare. Inoltre le masse di piante morte e putrefatte creano ulteriori problemi. Usata con criterio costituisce invece un sistema di chiarificazione delle acque nere.

Giglio d’acqua, ‘water lily’ (Eichhornia crassipes – Fam. Pontederiaceae). È una pianta acquatica galleggiante, che cresce sulla superficie di stagni, laghi e canali. È originaria dell’Amazzonia, ma è divenuta invasiva in tutte le regioni tropicali. I suoi bulbi hanno una struttura spugnosa, adatta al galleggiamento
Il fiore dell’Eichhornia crassipes o giglio d’acqua, Se, con tutti i problemi che la pianta pone, si ha ancora voglia di pensare al fiore, esso è molto bello e fiorisce anche nello stagno di casa, o in un mastello sul terrazzo; ma nelle stagioni fredde la pianta non sopravvive e andrà sostituita in primavera

In Africa e nei paesi della fascia equatoriale alcune piante hanno caratteristiche di forme e colori incomparabili. Tra queste le bouganvillee, gli ibischi e gli Adenium; le prime due diffuse anche ai nostri climi.

Gli Adenium sono il tipico esempio di un meccanismo messo in atto da molte piante – di  varie famiglie, anche diverse tra loro – degli ambienti poveri d’acqua, di incamerarne un’abbondante riserva nel tronco. Dal baobab a varie altre piante, dette in modo aspecifico ‘alberi bottiglia’: i Pachypodium e gli Adenium appunto, la Chorisia speciosa, Brachychiton e altre.

Gli ibischi (Hibiscus spp. – Fam. Malvaceae) sono caratteristici dei paesi tropicali. Di modeste pretese e adattabili dovunque, manifestano ai tropici la maggiore varietà di forme e colori. A sin. nella foto, Hybiscus schyzopetalus (dai petali divisi). I petali di un altro ibisco (Hibiscus subdariffa) si usano in infusione per la bevanda nota come karkadè

Diverse forme e colori del fiore di Adenium obesum – Fam. Apocynaceae. La pianta – originaria dell’Africa (desert rose) – si è poi diffusa in tutti i paesi tropicali (è conosciuta in Oriente con il nome di Pride of Japan). Non supera di solito i 70 cm – 1 m. di altezza; alcune varietà sono invece alberi maestosi, come gli alberi bottiglia di Socotra – Adenium obesum var. socotranum [Vedi su “O”: Piante di Socotra. L’erbario di Atlantide 
del 13.01.08]
Certo che l’Africa resta nel cuore; i suoi grandi alberi, le savane a perdita d’occhio, i branchi di animali che corrono verso il nulla. Una mescolanza di cose viste di persona e al cinema o lette sui libri, che si confondono e si sovrappongono. Mi sorprendo a volte a ripensarci con un senso di perdita, senza neanche sapere perché…

– Allora è vera questa storia del mal d’Africa?

Su questo argomento ognuno parla per sé; io potrei parlare a lungo del mal d’Oriente. Ci sono luoghi che inspiegabilmente attirano; certi altri, sempre senza un motivo definito, respingono. Ho bei ricordi di un viaggio in Centro America, tra Costarica e Guatemala, ma è in Oriente che continuo a tornare. Non trovo una spiegazione accettabile; è qualcosa nell’aria, nelle persone, che fa sentire a casa…

– Non vorrai tirare in ballo le vite precedenti..?!

Certo che no! Sai che sono un tipo razionale, ma non ho ipotesi convincenti al riguardo. È stata un’esperienza reiterata, nel corso degli anni, quella di trovarmi a mio agio in alcuni posti e non in altri…

– Seguo meglio quando parli di piante. Cos’hai trovato di particolare in Centro America?

Il Costarica è ricchissimo! “Un laboratorio della biodiversità” era lo slogan che girava a quei tempi. Ma davvero ha un cospicuo numero di parchi naturali e una diffusa attenzione per la preservazione dell’ambiente.

–  Ne hai riportato impressioni o, più praticamente, semi e piante?

Il viaggio è stato indimenticabile; su e giù per montagne avvolte nelle nebbie, vulcani in quota e vegetazione tropicale più in basso; un’umidità tale che letteralmente gli alberi stillano acqua. Lì ho fatto la conoscenza col vasto mondo delle felci, quelle arboree – fern tree – piante antichissime, sopravvissute all’epoca in cui da sole ricoprivano il pianeta.

In quell’atmosfera umida e calda, prosperano anche le piante epifite, aggrappate le altre per semplice appoggio, mentre le radici sono libere nell’aria.

Felci arboree, ‘fern tree’ (Pteridophytae: numerose famiglie) nel loro ambiente naturale, caldo-umido. Del periodo geologico (Carbonifero) in cui le felci erano l’esclusiva vegetazione del pianeta Terra residuano enormi giacimenti di carbon fossile
Nella foresta umida proliferano le piante epifite (v. nel testo). Nella foto un’orchidea e tillandsie di specie diverse
Diverse specie di Tillandsia – Fam. Bromeliaceae, tra cui Tillandsia usneoides (a sin.) che forma colonne pendenti dagli alberi o perfino dai fili dell’elettricità e Tillandsia cianea (in alto a dx). Prevalentemente senza radici, assorbono il loro nutrimento dall’umidità circostante
Fiore di Tillandsia cianea: piccoli elementi viola a tre petali che fioriscono dal basso verso l’alto su una spata di color rosa acceso. Può essere coltivata anche da noi, in ambiente idoneo
Diverse forme e colori di una tipica pianta tropicale, Heliconia, un genere di circa 200 specie – Fam. Heliconiaceae, già nella fam. delle Musaceae, come il comune banano
Diverse immagini di Strelitzia regina, ‘uccello del paradiso’ (Fam. Musaceae), una tropicale che si è acclimatata anche da noi. Il nome onora Sophia Carlotta di Mecklemburg-Strelitz, diventata regina di Gran Bretagna nel 1761, sposando Giorgio III

– Hai portato piante, da quel viaggio?

Mah! Al giorno d’oggi le piante e i semi si trovano dappertutto; ci sono vivai specializzati e vendite per corrispondenza. Direi che il lascito più importante dei viaggi – anche in campo botanico – sia aprire la mente al possibile: poi la curiosità fa il resto. Però la tendenza a raccogliere semi è quasi compulsiva, a volte. La jacaranda che prospera nel mio giardino, alta 7-8 metri, è venuta da un seme portato dal Costarica [V. su “O”: Piante clandestine in città 
del 23.06.08]

–  Dal Costarica al Guatemala, dicevi… Anche lì tante piante?

L’interesse di base era diverso: eravamo lì per le rovine Maya di Tikal, immerse e in parte ricoperte dalla foresta tropicale. Le piante erano tutt’intorno; se si vuole anche metafora della natura che ingloba e cancella le opere degli uomini…

–  Non siamo qui per filosofeggiare, né per parlare di rovine…

Giusto. Rimaniamo alle impressioni che mi sono rimaste più vive del viaggio. La giungla vista dall’alto di un tempio Maya e la possibilità che le alture dei dintorni fossero altrettanti templi a gradoni ricoperti dalla vegetazione. Poi una visione fuggente – un lampo smeraldo nel folto della vegetazione – dell’uccello mitico degli Incas, il Quetzal dalle piume preziose. Infine il mercato dei fiori di Chichicastenango; già ai miei tempi (1992) molto ad uso dei turisti, chissà adesso..! Un mercato povero, di gente povera e dignitosa, con la fatica di vivere negli occhi – come dovunque in Guatemala – ma i colori, i profumi… Un’atmosfera indimenticabile! E un viaggio irrepetibile, legato ad alcune persone che non ci sono più.

Il Quetzal (Pharomachrus mocinno) è l’uccello simbolo nazionale del Guatemala (…e anche il nome della moneta in uso); il maschio si distingue dalla femmina per la lunghissima coda, delle cui piume si adornavano già i re maya. A destra, scene dal mercato dei fiori di Chichicastenango; la donna della foto in basso vende tra l’altro delle tuberose
Il mercato dei fiori del giovedì e della domenica a Chichicastenango nella provincia di El Quiché, sui gradoni e intorno alla chiesa di Santo Tomás.

– Ecco, questo è un punto su cui volevo soffermarmi… C’è una differenza tra i viaggi fatti da soli e quelli in compagnia?

In compagnia di amici o in coppia?

–  Diciamo in coppia…

Ma non dovevamo rimanere stretti al tema delle piante?

– È che poi la vita riesce sempre a intrufolarsi, tra una pianta e l’altra…

Capisco. Beh, su questo punto sono preparato, per aver avuto esperienza di entrambi. In Somalia per esempio, sono stato da solo. Si può immaginare quanto fosse un altro mondo, per me che non avevo conosciuto altro che l’Europa, fino ad allora. Un soggiorno di tre mesi molto coinvolgente, per luce, colori, genti, modi di vita: odori e sensazioni che ancora oggi mi porto dentro e mi fanno sobbalzare, a volte. Ma è mancata a quel viaggio una dimensione: la presenza di una persona al fianco, con cui spartire quel che andavo vivendo. A volte un testimone serve a rendere più vera la realtà stessa; è la prova che quello che hai vissuto non e’ stato solo immaginazione. Vale anche a rievocare l’esperienza e a farla rivivere. Oggi, a distanza di tanti anni, potrei anche pensare di essermi sognato tutto.

– Già… Ma come disse il Profeta, i compagni vanno e vengono… 

Appunto! Si può rischiare di investire a senso unico, tutto su una sola persona? Ho fatto molti viaggi in coppia, quindi parlo in concreto. Aver vissuto tanta vita con un’altra persona la rende un testimone che entra per forza di cose in tutto quello che si farà in seguito. Quasi insensibilmente si arriva a guardare attraverso lo sguardo dell’altra/o. E allora, le cose che si vedono, le decisioni che si prendono, sono una scelta autonoma o si è, senza accorgersene, reciprocamente condizionati?

– Come rispondi?

Uno se ne rende conto al primo viaggio da solo, quando si trova a fare a meno di quella che è diventata un’abitudine. All’inizio si è spaesati, non solo in senso geografico, ma mentale, emotivo. Si ha come compagno di viaggio un fantasma e si continua a portarlo con sé. Poi…

– Poi?

Si riprendono le misure. Non che sia facile, ma ci si arriva, nel giro di qualche anno.

Preferenze?

Sono due modi diversi di viaggiare. Parlo per me: per sfuggire a questa trappola, all’inizio si prova a dare un’accelerazione alla propria vita, fino a diluire, moltiplicare e sommergere tutto quel che si è vissuto prima. Non che non funzioni! Ma e’ dura …e richiede anche una buona dose di fortuna. Poi, col tempo, si ritrova un centro…

– Sarebbe?

Un centro che è esattamente se stessi; il piacere del viaggio vissuto ‘al momento’; la strada che non esisteva prima e che si dissolve dietro di noi, come ‘scie nel mare’

– Quelle di Machado, in epigrafe?

Sì. Alcune parole si leggono senza capirle veramente; poi ritornano alla mente dopo molta strada e molta vita…

– Così ci sono differenze tra i primi viaggi e quelli attuali?

Si, un fattore per così dire ‘esterno’ si è inserito nel gioco: la possibilità di essere in collegamento tramite internet con gli amici restati a casa e con altre persone che hanno fatto o stanno facendo lo stesso viaggio. Ne accadono delle belle, ed è un’ulteriore dimensione di interesse…

Varie forme e colori di Passiflora (Fam. Passifloraceae), una rigogliosa rampicante originaria dell’America centro-meridionale, con un fiore dalla complessa simbologia (Fotocomposizione di diverse immagini di Maurizio Vecchia – http://www.passiflora.it/)

Passiflora quadrangularis è tra le passiflore dai fiori più grandi; deve il suo nome al fusto di sezione quadrata
Alcune passiflore (P. edulis, P. ligularis, P. quadrangularis) producono frutti commestibili (maracuja, granadilla) costituiti da una mucillagine dolce-acidula in cui sono immersi i semi. Dal profumo e sapore molto intensi, sono anche usati per succhi e bevande

Visto che siamo in tema di passioni, ricordo la storia di due mie amiche, rispettivamente biologa e chimica nel laboratorio di analisi cliniche di una struttura privata. Furono irretite dal direttore amministrativo – un piacione, fama di grand viveur – che faceva il grandioso con i dipendenti ma (al solito) sotto sotto tirava a fregarli.

– Che c’entra questo con le piante?

Aspetta… Beh! Le due signore furono invitate ad una cena dal tipo, della qual cosa erano innegabilmente lusingate… Solo che il suo fine era proporre loro un notevole aumento dell’impegno di lavoro, per soli quattro soldi in più… Indubbiamente ci sapeva fare!

Il giorno dopo le due erano ancora frastornate e mi raccontavano della cena in un locale di fama del litorale: – Una cena raffinatissima… Pensa che alla fine ci ha offerto un sorbetto al frutto della passione, facendo delle battute maliziose sulle sue proprietà afrodisiache…

Veramente … – ho detto io – si chiama così dalla ‘passione’ di nostro Signore! Era una storiella inventata dai Gesuiti nel ‘600, per colpire la fantasia dei nativi da convertire: i viticci erano la frusta della flagellazione; i tre stili i chiodi; gli stami il martello; la corolla a raggiera la corona di spine.

– Ach!

Ma ormai il danno era fatto! Avevano accettato l’aggravio di lavoro!

– Come dire: le conoscenze botaniche non sono indispensabili nella vita… Ma aiutano!

 

(Piante rare e preziose. 3. Continua)

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