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Matti per il calcio

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Direttori sportivi che chiudono gli arbitri negli spogliatoi, arbitri e giocatori intercettati, campionati addomesticati. Basta, se lo tenessero il loro calcio.

“Direttori sportivi che chiudono gli arbitri negli spogliatoi, arbitri e giocatori intercettati, campionati addomesticati. Basta, se lo tenessero il loro calcio. I malati sono loro, non noi. La gente dovrebbe spegnere i televisori e venirsi a vedere le nostre partite, perché è il nostro il calcio vero: la polvere, il fango, le porte con le reti tutte rotte. E soprattutto la voglia di stare insieme. Un calcio sano, sanissimo, anzi terapeutico. Perché a me il calcio m’ha salvato la vita. Nel vero senso della parola” – Carlo Strappaghetti, capitano del Gabbiano.
Il “Gabbiano” è la squadra di calcio del Dipartimento di Sanità Mentale della Asl Rm A. Si allena due volte a settimana sul campo sterrato della Polisportiva Bufalotta, a Roma Nord ed è la squadra da battere del campionato nazionale dei D.S.M.
I suoi giocatori sono tutti matti o malati psichiatrici, fate voi.
Le loro gesta sono state seguite e filmate da Volfango De Blasi nel docu-film “Matti per il calcio” che, uscito nel 2007, continua a riscuotere successo, a ritirare premi e ad incuriosire la stampa nazionale e non. Dei ragazzi del “Gabbiano” hanno scritto, tra gli altri, il “Guardian”, “Newsweek”,”El Paìs”.
“Matti per il calcio” commuove e fa sorridere continuando a passare per i circuiti alternativi. L’occasione per rivederlo è la manifestazione che si sta tenendo in questi giorni nel parco di Santa Maria della Pietà, l’ex-manicomio di Roma, per festeggiare i 30 anni della legge Basaglia che permise il superamento dei manicomi e l’inizio di ricerche alternative per la cura delle malattie mentali.
Secondo il dottor Mauro Raffaeli, psichiatra, animatore dell ‘iniziativa ludico-terapeutica,una di queste alternative puo’ essere il pallone. E così, nel lontano 1993 , è nata il “Gabbiano”.
Il progetto che vede il calcio come terapia per le malattie psichiatriche, ha coinvolto in tutta Italia finora circa 700 pazienti, con ottimi risultati.
I ragazzi in cura scoprono, giocando, di potersi pian piano riaprire agli altri, sono costretti a prendersi delle responsabilità nei confronti del gruppo, consolidano amicizie, si sforzano di condividere regole e disciplina.
D’altro canto il fatto di uscire nel mondo come squadra di calcio facilita il loro reinserimento nella realtà che li circonda.”In un paese in cui il calcio fa parte della realtà quotidiana quanto la pasta”, scrive il “Guardian”, quello del football è un linguaggio rassicurante. Così la domenica gli spalti della Polisportiva Bufalotta sono riempiti non solo da famigliari, medici e infermieri ma anche da curiosi del quartiere che, con la scusa della partita, guardano con occhio meno impaurito i matti che corrono sul campo. E ci danno dentro. Perchè il campionato è una cosa seria.
Guardate il film e capirete. Quell’ anno i ragazzi del “Gabbiano” avevano un unico obbietivo: vincere il campionato battendo gli avversari di sempre, quelli del “Tucano” che li avevano umiliati l’anno prima, soffiandogli il titolo all’ultima giornata.
E così eccoli lì’ che si allenano, sudano, si impegnano, raccontano le loro storie.
Valerio è un ragazzo alto e silenzioso che combatte contro la droga e la schizofrenia. E fa progressi tutti i giorni. Dopo un anno di partite e allenamenti ha iniziato a lavorare nel negozio di parrucchiere dei suoi genitori. E’ un portiere attento e scattante. Un gatto tra i pali. Di lì non passa niente.
Benedetto è un figlio di buona famiglia. Laureato in psicologia, sente le voci. Ama il calcio. Sa moltissime formazioni del passato a memoria. E’ l’ala destra, parte da centrocampo e si invola sulla fascia. Quello è il suo compito. Odiava il contatto fisico ma ora si lascia coinvolgere nell’abbraccio collettivo con i compagni dopo un goal. Perchè quello è un momento che va consacrato.
Mario è il bomber della squadra. E’ stato un viaggiatore instancabile. Ha visto il mondo. Ma un giorno è tornato dall’India che non era piu’ lo stesso. Una gravissima forma di schizofrenia ha iniziato a tormentarlo e lo ha costretto a diversi ricoveri. Ha un destro micidiale. Puo’ essere pericoloso già sulle punizioni da trenta metri ma ha anche i numeri per provare il cucchiaio. E’ un leader in campo e nello spogliatoio.
Sandro è un ex-poliziotto dei nuclei speciali anti-terrorismo. E’ stato per anni parte della scorta del Presidente Cossiga. Un giorno era in un bar del centro, prendeva un caffè. E’ arrivato improvviso e potente un attacco. Gravissimo. E si è rotto qualcosa. Oggi Sandro è poeta, pittore e ottimo difensore. L’hanno messo nelle retrovie per sfruttare il suo fisico imponente. Un muro.
E’ questo che racconta il film: partite contro gli avversari e battaglie contro la malattia. Domenica dopo domenica. Tra le mura amiche del campetto della Bufalotta o in trasferta, su e giu’ per l’Italia in altri impianti sgangherati contro altri matti che si dannano per far goal e liberarsi dei propri fantasmi.
Finché arriva la piu’ cruciale delle partite. Quella che vale una stagione. Come in tutte le grandi partite la situazione rimane in equilibrio fino all’ultimo: continui rivolgimenti di fronte, emozioni ,tra due squadre agguerrite e tecnicamente all’altezza una dell’altra. Ma passano i minuti e il risultato non si sblocca. Fino all’ultimo quarto d’ora, quando Sandro si stacca autoritario dalla linea difensiva per andarsi a prendere palla a centrocampo e avanzare entrando in area. Un tiro all’incrocio dei pali e il portiere del “Tucano” che rimane lì, impotente e battuto. E’ il titolo per il “Gabbiano”.
La gioia, gli abbracci, i festeggiamenti. Tutti eroi.
Basta poco per sentirsi “normali”: un campetto sterrato,due porte, un pallone, una quindicina di persone con cui giocare, confrontarsi, gioire. Un allenatore con cui polemizzare se ti mette troppo spesso fuori. Un avversario contro cui impegnarsi. Magari, qualcuno in tribuna a fare il tifo.
“Matti per il calcio” ha il merito di usare i codici famigliari del pallone per raccontare le sfide enormi che affronta ognuno dei matti calciatori. Mischia la voglia di riscatto e l’epica dei duelli all’ultimo rigore sui campetti di periferia, gli psicofarmaci e l’olio canforato, la lotta al proprio disagio e la poesia di un goal in rovesciata, la delusione di una sconfitta e la necessità di guardare avanti perchè c’è subito un’altra partita da giocare.
Guardando questo film ci si emoziona. E si sorride tantissimo. Perchè il tono della narrazione è quello dell’autoironia.
E anche il pallone, visto dal punto di vista dei matti, pare una cosa diversa. Antica e rinnovata allo stesso tempo. Il calcio che cura insegna a concentrarsi su se stessi ma sempre a servizio di un gruppo unito dall’obbiettivo elementare e imprescindibile di buttare la palla in rete.
Dribbling, cross, tiri da fuori, discese sulle fasce,parate, pali, traverse, punizioni, rigori, fuori-gioco. Poche semplici regole, 90 minuti e il coraggio di mettersi in gioco. Tutto qui.
E in tempi in cui il calcio “mainstream” sembra davvero impazzito e senza cuore, popolato di gente avida e capricciosa, con le “bandiere” che vendono le loro squadre alla camorra per pochi denari e le cronache delle domeniche pomeriggio che sembrano bollettini di guerra, non si puo’ non essere d’accordo con quel matto del capitano del “Gabbiano” quando dice: “E’ il nostro il calcio vero.”

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