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Fitter Happier e strani impulsi

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Perché l’ho fatto? Ero alla Feltrinelli, vagando nel reparto dei dischi. Mi piace di più vagare tra i dischi che tra i libri ultimamente. Perché? In libreria vado a colpo sicuro, ormai.

Perché l’ho fatto?

Ero alla Feltrinelli, vagando nel reparto dei dischi. Mi piace di più vagare tra i dischi che tra i libri ultimamente. Perché? In libreria vado a colpo sicuro, ormai. Entro e so già cosa cerco, cosa ho bisogno di leggere. Non mi soffermo più sulle nuove uscite, sulle novità. Le salto a piè pari rifugiandomi tra i classici. Non solo le salto, ma mi fanno abbastanza schifo. Dei libri premiati poi non ne parliamo. Più hanno la fascetta con i vari premi conosciuti e ormai diventati sinonimo di indecenza, più li guardo con ribrezzo. Insomma, mi pare che ci sia solo la musica a saper esprimere il tempo corrente. Acqua corrente, acqua passata, torbida acqua.  Water, water everywhere, nor any drop to drink, come diceva Coleridge dei marinai maledetti in mezzo al mare.

Forse è pigrizia o stanchezza, mancanza di tempo. C’entra, di sicuro. E’ un atteggiamento pericoloso, me ne rendo conto. Snob e disfattista. Può anche essere considerato conservatore. Scrittori nuovi, dove siete? Sfogliando il magazine del La Repubblica ho strappato la pagina dove c’è l’intervista a Tom McCarthy, trentanovenne “scrittore, filosofo e artista”. Prima di leggere l’intervista, sono stata affascinata dalla foto di quest’uomo e dal suo sguardo. A trovarne in giro di sguardi così.

Ho poi letto l’intervista, McCarthy dice cose interessanti, mi paiono nuove perlomeno, o se non nuove, dette bene, il che è già qualcosa. Leggerò il suo romanzo, Déjà vu, appena pubblicato in Italia e vincitore nel 2007 (titolo originale Remainder) del Believer Book Award 2007. Ecco, comprendo: il problema che ho con i libri nuovi è con quelli italiani. E’ un problema di curiosità, non me la suscitano.

Per la musica non è che cambi molto. Ma perché l’ho fatto? Nel reparto dei dischi ho visto In Rainbows, ultima fatica dei Radiohead: Era uscito mesi fa su internet. Dal loro sito si potevano scaricare tutte le tracce del disco facendo un’offerta libera. Un’iniziativa originale e che poneva un’inquietante interrogativo sul valore dell’arte ai tempi di internet. Democratizzazione e fruizione ampia, senza prezzi imposti. Ognuno paghi quanto può. Io avevo speso un euro. E avevo scaricato.

Ma più sono facili le cose, più si dimenticano. Avevo ascoltato distrattamente e avevo detto: boh. Mi sembravano pezzi tutti uguali. Niente a che vedere con i loro dischi precedenti.  E poi è veramente democratico il fatto che per acquistare su internet bisogna avere una carta di credito?

La freddezza del gesto mi aveva portato a un ascolto freddo, disinteressato, nonostante si tratti di un gruppo importante.

E così, vedendo il cd in vendita sugli scaffali della Feltrinelli, non ho resistito. La copertina con un’esplosione di colori come in un Big Bang, con il titolo ripetuto a lettere cubitali e colorate, mi piaceva. Dal minimalismo dell’art direction dei loro dischi precedenti, a un coloratissimo cambiamento. Ma è apparente. Tutto il colore, anche dei testi sul libretto interno (cosa che per me è essenziale quando ascolto musica ed ecco spiegato il perché l’ho fatto, perché ho ceduto all’acquisto di una cosa che avevo già: le parole su carta, ho bisogno delle parole su carta) è poggiato sul nero. Il colore a macchie che ricorda un espressionismo astratto ospita parole a lettere bianche. Il nero su bianco delle parole, con i Radiohead si trasforma in bianco su nero. Era palese in Ok computer, dove c’è il pezzo che di solito si salta in quanto non ha musica. Solo parole e per di più dette non da una voce umana ma da una voce computerizzata. E’ Fitter Happier. Il pezzo, del 1997, anticipava quello che succede tuttora. Riascoltandolo e rileggendolo mi sono venuti i brividi: è una sorta di protocollo di come si vive, come è richiesto che si viva. Così si rischia di diventare, senza buoni libri che sovvertano. Come dice il bel McCarthy “Il fatto è che la letteratura è sempre un territorio scivoloso, ambiguo, in qualche modo difficile anche quando è facile da leggere. C’è qualcosa di intrinsecamente sovversivo nella letteratura, pure nel caso di autori politicamente reazionari come Céline, Hamsun. Gli editori, che odiano le difficoltà, vogliono cose mediocri ma ben scritte, che possono piazzare in una categoria o in un’altra, e poi venderle facilmente”.

E in In rainbows cos’è che c’è? Sentitevi la traccia numero 9. Il video è in bianco e nero, il gruppo ha un elmetto metallico mentre suona, è perno di tutte le inquadrature. Un disco mentale, come mentale è tutta la questione del computer, della tecnologia (pensate al semplice fatto dell’archiviazione e delle cartelle e dei programmi, non è roba mentale, psicologica?).

Ma stiamo sereni seguendo il protocollo di Fitter Happier, forse lo stiamo seguendo già da un po’

 

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