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Dr. House o Sherlock Holmes?

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Vale la pena spendere qualche parola sul fenomeno delle medical-fiction, uno dei tratti caratteristici della programmazione televisiva dell’ultimo decennio.

Vale la pena spendere qualche parola sul fenomeno delle medical-fiction, uno dei tratti caratteristici della programmazione televisiva dell’ultimo decennio. Sulla strada aperta da E.R. (serie non a caso ideata da Michael Crichton, medico prima che regista e romanziere), i palinsesti americani ed italiani si sono, un po’ alla volta, riempiti di serie ambientate in ospedali o centri medici, i cui protagonisti sono quasi esclusivamente operatori medici.
Fiction in cui si schiudono le porte di sale chirurgiche e di rianimazione; che trattano sì temi anche istruttivi per i profani, ma pervasi da una costante drammaticità. E per la buona qualità del prodotto, ci si sente sicuramente coinvolti e interessati. In ciascuna di queste serie viene tematizzato un approccio diverso rispetto al mondo della sanità con implicite conseguenze sulla percezione della malattia e della cura. Il retroscena dell’ospedale, il rapporto medico-paziente, la difficoltà della diagnosi, la gestione delle risorse vengono analizzati spesso con più attenzione che non in programmi di approfondimento giornalistico.
La novità, rispetto a fiction del passato, sta nella centralità narrativa di quello che, in precedenza, era sfondo o contesto: al cuore della storia si trova l’aspetto medico. Il successo di pubblico sembra denotare, al di là degli aspetti puramente tecnici come sceneggiature ben scritte, personaggi convincenti e complessi, regie non banali, attori di spessore, aperture al sociale non occasionali né strumentali, narrazioni avvincenti, l’avvenuta assimilazione di quel processo di medicalizzazione del corpo e della società che è stato profondamente indagato da Michel Foucault.
Emblema del successo di questo genere di fiction è, senza ombra di dubbio, Dr. House (House Medical Division), colui che da tre d’anni a questa parte appassiona cinque milioni di italiani con i suoi modi brutali e le sue intuizioni geniali. Un protagonista niente affatto negativo, come traspare seguendo il filone orizzontale della serie.
Il successo di questa serie sembra consistere tutto nella dimensione narrativa costruita intorno al personaggio un po’ investigatore, come Holmes, e un po’ come l’Achab di Melville.
Logico e illogico al tempo stesso, impermeabile ad ogni regola, House è portatore di un particolarissimo imperativo etico: l’etica della singolarità che lo conduce a servirsi di qualunque procedimento logico, sapendo che né la deduzione né l’abduzione (né l’induzione, aggiungo) sono metodi infallibili, e prima o poi capita di dover inventare l’ipotesi sorprendente e la legge inaspettata che consentono di definire la diagnosi.
Di fatto, l’intero impianto di Dr. House è un atto di accusa alle pretese totalizzanti della medicina contemporanea, alla sua rinuncia allo status di arte a favore di un abbraccio incondizionato alla dimensione scientifica, intesa come capacità tendenzialmente assoluta di previsione e cura.
Si tratta di una figura anticonformista, che si avvicina alla parte più libera dell’uomo interrogandosi sul dolore, la morte e il senso della vita. In tal modo, lo spettatore riesce a cogliere come l’uomo contemporaneo possa reagire costruttivamente davanti alle ombre che lo circondano.

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