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Dov’è la poesia italiana (estate 2008)

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Questo articolo sulla poesia italiana contemporanea è stato scritto per noi di "O" dal poeta romano Michele Fianco (Roma, 1968). Attivo come autore e critico già negli anni Novanta

Questo articolo sulla poesia italiana contemporanea è stato scritto per noi di “O” dal poeta romano Michele Fianco (Roma, 1968). Attivo come autore e critico già negli anni Novanta su riviste e antologie. Ha pubblicato nel 2008 la bella raccolta Versi in via di liberazione (e un numero civico) – introduzione di Francesco Muzzioli, edizioni Le impronte degli uccelli. E sta proponendo in jazz club e rassegne Solo in versi, concerto jazz&poetry dove l’idea “è quella di fare della poesia uno strumento solista. Senza intellettualismi, semplicemente cogliendo la natura ritmica dei versi e riconoscendo al jazz una forte influenza su questo modo di scrivere”.

Come un manifesto per rassegna, una collezione o una pratica lombrosiana del versificare.

E’ che non abbiamo più tempo da perdere. Accade in uno strano luogo, infatti, che a quarant’anni siano giovani gli artisti, gli scienziati e i professionisti. E a quell’età docenti universitari e politici che rispondano all’appello siano davvero in pochi. E, quelli che ci sono, per lo più fanno folklore. Meglio, hanno una valenza folkloristica nel debordante e pervasivo mondo di una comunicazione indifferenziata. Infatti, in questo curioso luogo non è che questa pur minima eccezione anagrafica costituisca di per sé un nuovo modo di intendere le cose e, dunque, a questo corrisponda una nuova strategia sul come  farle. No, anzi, a ben guardare si espongono tali ‘giovani’ simulacri per riaffermare ancora una volta – di fatto – un controllo che nega la piena espressione di una qualche novità.

 

Come la vita, così la poesia. In questo straordinario luogo mutano tempi, modi e persone – come è giusto che sia – di settore in settore, di versante in versante. Ma sembra che le leggi fondanti siano sempre le stesse. Non c’è azienda, ente o redazione che non abbia a rivendicare una propria centralità nel mondo e non faccia dell’autoreferenzialità un elemento nodale. Attenzione: è anche ovvio che sia così. Grave invece se questo comporta una mera dimostrazione di esistenza in vita, un’esibizione dello spazio occupato, una subdola arroganza legata ad un’appartenenza. Ecco, se la questione diventa come segnare il territorio e non quale progetto sviluppare e come, si può parlare di Medioevo forse? Certamente sì. Ma la cosa incredibile è che in periodi di crisi si scivoli in un attimo lungo questa posizione difensiva e, ciascuno, rivendicando autonomia e libertà e facendosi portatore di una ‘qualche cosa nuova da dire’ (in una parola, costruendosi il monumento in vita) riesca anche ad ostacolare la soluzione del problema. E i più bravi in questo campo, da sempre, sono gli ‘uomini di potere’ (quelli che lo esercitano e quelli che lo interpretano) e i poeti. Già.

 

Impara l’ego e mettilo… Esiste un luogo, invece, non definibile spazialmente né granché dimostrabile, che tiene insieme spunti, esempi e persone che hanno un respiro particolare. Difficile riconoscerli. Per farlo occorre aver a lungo lavorato su se stessi o, con questo sguardo, probabilmente ci si nasce. Uno dei più grandi poeti contemporanei ha fatto dell’ironia e della consapevolezza il suo punto di forza. Ne ha ricavato uno stile rilassato ed efficace, apparentemente sgrammaticato ma estremamente fertile, vero e unico. Un altro, attraverso forme metriche chiuse e rigorose ha fatto sì che la creatività -quella vera, quella che pertiene all’architettura e non all’occasionalità (e dunque posticcia e asfittica) – avesse piena espressione. E anzi, questo, inevitabilmente ha aperto il campo alle nuove generazioni. Infine un terzo, fondamentale, che assolutamente a corto di teoria ha fatto poesia, senza bisogno di dimostrazioni, così, al primo colpo, first take. Ecco, sono questi tre modelli del Novecento che funzionano come esempio attraverso la loro opera. Certo, fanno parte di una privatissima lettura della poesia contemporanea, non se ne escludono ovviamente altri. Ma qui si ragiona per allegoria. Giusto, i nomi. Io ci metto – per ora – Mohammed Alì, Zeman e Sidney Bechet.

 

Ora, per i ventitré lettori (due in meno di Manzoni, è già un buon risultato) che hanno intuito lo spirito di questo brano, e dunque ancora lo leggono, semplifico. Fare, ‘suonare’ i versi con la consapevolezza che siano uno degli strumenti possibili per vedere la vita, parlare di sé (laicamente) e della contemporaneità (magari suggerirne più o meno consciamente altre) con un po’ di velocità e ironia è il minimo che ci si possa attendere da ‘giovani’ poeti quarantenni. E spero che in pochi siano d’accordo.

 

Ed ecco due brani di Solo in versi tratti da YouTube:

 

numero ironico 501

i’m in the mood for love

 

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