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Francis Bacon, tra barocco e fantareale

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Francis Bacon. Basta guardare il suo volto impressionato in scatti fotografici. Ha una connaturata deformità.

Francis Bacon. Basta guardare il suo volto impressionato in scatti fotografici. Ha una connaturata deformità. Un occhio più aperto dell’altro, un corpo in posa femminile, una bruttezza implacabile. Un odio auto inflitto. Ho il sospetto che le sue opere non siano altro che specchi di sé. In questo senso è modernissimo.

A Palazzo Reale di Milano, dopo mesi dall’apertura dell’antologica su uno dei più importanti ultimi pittori del Novecento, è questo il giudizio che mi si avvinghia addosso. Un tempo i quadri di Bacon, visti dal vero – che sempre dal vero bisogna vedere – sempre a Milano in una meravigliosa mostra, L’Anima e il Volto, credo dieci anni fa, mi avevano impressionata per l’inquietudine, la violenza, la fisicità che esprimevano.

Adesso provo un fastidio molto lontano dalla fascinazione. Ricordo che Argan definiva Bacon un pittore barocco, in un certo senso prendendone le distanze. Si possono definire i tempi in cui viviamo barocchi? Enfasi per la teatralità, per l’estetica dell’apparire, esagerazione del sentire che diventa estasi, forme caratterizzate dal movimento e composizione studiata. Una messa in scena, insomma. Sì, il nostro tempo ha la spettacolarità del barocco. In questo senso, ancora, Bacon è modernissimo.

“Per me l’arte è un’ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani, siamo noi il soggetto della nostra ossessione”, si legge sui muri della mostra. Le frasi di Bacon sono disseminate a compendio delle tele. Irlandese di nascita, ma londinese di adozione, la sua prosa è molto inglese, ha dell’Inghilterra – della sua tradizione- il disincanto e l’ironia. Come ogni grande artista, anche Bacon ha maturato una sua precisa poetica, espressa non solo attraverso i quadri ma anche in parole. Le parole di molti pittori hanno una concretezza filosofica difficilmente riscontrabile in altri artisti. In qualche modo diventano critici di loro stessi, spiegando – a volte in modo oscuro, certo, ma per fuggire a catalogazioni facili – il modo di lavorare e di creare, compito che ha dell’impossibile in quanto si cerca di razionalizzare un processo complicatissimo, che implica la trasposizione in forme di idee e la codificazione in segni del proprio inconscio, che resiste, lotta e si libera, ma è controllato e definito da linee e colori.

Di teorico e di studiato non ha di certo nulla il suo studio, ricostruito in mostra attraverso immagini proiettate sui muri a dimensione reale, dove il caos la fa da padrone. Un caos volontario, indisciplinato ed esplosivo di colori, di tubetti aperti, di prove di tonalità sui muri, di fotografie appallottolate e buttate sul pavimento, di bottiglie, di libri, di pennelli induriti, di arnesi. Un colorato e libero studio, che appare come lo sgabuzzino adolescenziale di un ragazzo in rivolta contro ogni regola. Per contrasto, la sua casa, le stanze adiacenti adibite ad abitazione, sono di un ordine maniacale e preciso. Evidente conferma che gli opposti fanno parte della stessa natura ossessiva.

L’ossessione di Bacon, si diceva, è una, chiarissima. Il corpo umano. Non l’essere come entità astratta, ma l’essere nel corpo. Nel movimento del corpo, nella sua plasticità e nel mutamento che ogni corpo, vivo e pulsante, subisce nello spazio. Anche in una semplice posa statica un corpo è in movimento, respirare mette in moto un’immensità di elementi. Bacon sembra deformare i corpi, i volti. Apparentemente è la deformità la caratteristica lampante dei suoi quadri. Ciò ha portato ad asserire che Bacon fa un’operazione di denuncia violenta contro l’orrore di una società che ha perso i canoni estetici della bellezza, restituendo corpi sconquassati e mostruosi, atteggiati in ghigni scimmieschi e barbarici. Non è proprio così. La violenza è di sicuro presente. E d’altronde l’arte, tutta, è un’operazione di esercizio della violenza, intesa come forzatura di canoni, di regole, di semplice tracciare una linea o un colore su un supporto. Perché mai il candore di una tela dovrebbe essere intaccato? Per un atto di forza, violentissimo. Un esercizio di potere.

I pittori amati da Bacon sono Picasso, Velàzquez, Cimabue, Michelangelo, Rembrandt, Van Gogh. Pittori potenti, rivoluzionari e fisici.

Spesso Bacon è stato associato in letteratura a Beckett. Non si capisce bene perché. Ed è lo stesso Bacon che non comprendeva l’accostamento. Di gusti decisamente più classici, Bacon era un grande conoscitore e ammiratore di Eschilo e dei tragici greci, di Shakespeare, Racine, Baudelaire, Rimbaud, Proust. Di Beckett, nel bel libro “Conversazioni”, che raccoglie sue riflessioni, in una sorta di testamento spirituale, confessate all’amico Michel Archimbaud, Bacon dice: “in Beckett ho avuto spesso l’impressione che a forza di voler togliere, non sia rimasto più niente, che questo niente suoni a vuoto, e che tutto questo abbia come risultato un vuoto totale. Egli ha voluto rendere semplice qualcosa di molto complicato, forse l’idea era buona, ma mi chiedo se l’elemento cerebrale, in lui, non abbia preso il sopravvento sul resto (…). Mi chiedo se le idee di Beckett sull’arte non abbiano finito per uccidere la sua creatività. C’è qualcosa di troppo sistematico e insieme di troppo intelligente in lui, forse è questo che mi ha sempre colpito negativamente”.

Il senso tragico, che in Beckett si risolve nella celebrazione del nulla che elimina le figure stesse, riposte in un limbo persino verbale, in Bacon è espresso diversamente, in una potente vulnerabilità.

“Senza un vero soggetto che ti prende e che ti divori l’anima, si tende automaticamente a ricadere nella decorazione. La vera, grande arte rimanda sempre alla vulnerabilità della condizione umana”, dice Bacon. E così la sua ossessione per il ritratto del Papa Innocenzo X di Velàzquez, si trasforma in studi, in tentativi di riprodurre la stessa perfezione dell’originale in una improvvisazione di nuove tecniche pittoriche. Bacon è autodidatta, approda alla pittura relativamente tardi, dopo un inizio come designer e decoratore di promettente talento. Poi se ne allontana, dalla decorazione, andando più a fondo nell’universo viscerale della pittura. Per puro caso dipinge su una tela a rovescio, sulla parte non preparata della tela. Da allora tutti i suoi lavori saranno fatti sul lato B della tela, dove il colore si rapprende più velocemente, dove non c’è possibilità di errore e correzione, dove l’istinto va assecondato e mantenuto fresco e pulsante. Di grande bellezza nella mostra sono i ritratti esposti. Volti luminosi si stagliano su fondi neri. Sono plastici.

Con Bacon, ci si infila in un mondo, fatto di figure solitarie, ritratte in un istante e gli istanti sembrano fotogrammi. Tant’è che successivamente, nei famosi trittici, lo stesso soggetto è ripreso da diverse angolazioni, come a sfidare la tridimensionalità scultorea. Tornando ai ritratti, questi sono spesso di volti di amici. Stupiscono per la incredibile somiglianza, seppure in una palese deformazione. Tecnicamente Bacon usava uno straccio sul colore steso e ancora fresco per ottenere il movimento, ma sempre rispettando la fisionomia originaria, o meglio l’espressione del soggetto, conservata nella precisione dello sguardo.

La carne è un altro elemento costante. Quarti di bue, apparentemente tragici, diventano nella loro oggettività, belli e di un rosa attraente, lo stesso rosa presente nei volti e nei corpi, alcuni avvinghiati in atti amorosi forti e disperati, figure ingabbiate in piogge di segni verticali e in cubi claustrofobici, non sono senza scampo ma vibrano in ghigni vicinissimi a sorrisi. La natura bestiale e feroce e istintiva dell’uomo è salva. E la deformità apparente è talmente presente da costituire un universo accettato dall’osservatore.

I quadri di Bacon, insomma, se visti in una antologica, perdono paradossalmente quella caratteristica di spiazzamento e di sorpresa che invece assumono se posti accanto a un’arte più classicamente figurativa. Si inizia in qualche modo a guardare con i suoi stessi occhi e, in un tacito accordo tra osservatore e pittore, viene meno la distanza e, conseguentemente, la sofferenza. Si scivola, naturalmente, in un’arbitrarietà di rappresentazione, che spiega maggiormente il reale senza una pedissequa adesione realistica. Detto meglio dallo stesso Bacon:

“C’è bisogno di qualcosa di nuovo. Non di un realismo illustrativo, ma di un realismo che sia il risultato di una vera invenzione, di un modo veramente nuovo di intrappolare la realtà in qualcosa di assolutamente arbitrario”. In questo tentativo di ricerca, il suo intento è esplicito: “Io voglio deformare la cosa al di là dell’apparenza, ma allo stesso tempo voglio che la deformazione registri l’apparenza”.

E apparenza e realtà, in Bacon, coincidono. Irrisolte, per questo espressive. In una spettacolare affermazione di identità.

 

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