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Prove di dialogo. La poesia oltre la politica

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A giudicare dal ritardo, seppur breve, ritratto sul volto di un anziano assessore  che siede in seconda fila proprio accanto a me,ma soprattutto dal vociare diffuso che riempie la sala conferenze del centro studi italo-francese di Roma,

A giudicare dal ritardo, seppur breve, ritratto sul volto di un anziano assessore  che siede in seconda fila proprio accanto a me,ma soprattutto dal vociare diffuso che riempie la sala conferenze del centro studi italo-francese di Roma, devo ammettere che queste Prove di dialogo sembrano essere cominciate proprio nel migliore dei modi. Dialogando.  L’incontro, organizzato dall’associazione Allegorein nell’ambito del festival Mediterranea, rappresentata dal direttore artistico Filippo Bettini, si propone di contribuire in maniera lucida ma appassionata al superamento delle discussioni e delle polemiche emerse recentemente al Salone del libro di Parigi e a quello di Torino attraverso una strategia culturale di apertura e libero scambio di idee fra tutti gli intellettuali dell’area Mediorientale e di quella Mediterranea. 

Respiro l’aria che si fa sempre più calda, afosa, i ventagli sventolano a ricordare le nostre abitudini comuni, le nostre vicinanze. Sopravvivenze. Ascolto questo suono ipnotico, fatto di  lingue antiche, influenze e commistioni  storiche e il pensiero corre ad un’immagine, la Babele sospesa e barocca del Durer, e in un secondo momento  al villaggio globale pensato da Mcluhan. Tutti in una sola stanza, a dialogare: poeti, letterati, scrittori e pensatori israeliani, iraniani, turchi, iracheni, italiani,francesi, algerini. 

La temperatura sale ancora e il tavolo dei relatori si riempie disordinatamente di bottiglie d’acqua gelide; mentre il Prof. Bettini cerca di riordinarle, a Renato Nicolini, che insieme con lui coordina gli interventi, scappa una calzante metafora sulla condizione attuale dell’aria del mediterraneo :  “un disordine in cui tutta l’acqua viene rinchiusa da ognuno nella propria bottiglia, e da questo punto di vista l’Italia è all’avanguardia: la nostra capacità di rinchiudere il mare in bottiglia è molto avanzata …. noi  invece abbiamo bisogno  di  liberare l’acqua, di scambiare l’acqua”, i nostri flussi vitali e culturali, “questo bene unico e insostituibile”, assolutamente prezioso.
L’intervento di Jacqueline Risset intende chiarire il concetto stesso di dialogo, fin troppo abusato, che non può prescindere sia dalla conoscenza reciproca, dal desiderio di conoscenza dell’alterità, sia da un presupposto comune di libertà di pensiero ed azione, sempre più a rischio nel mondo arabo come in quello occidentale (non tralascia di citare anche il caso italiano, ma di chi starà parlando?).

La poetessa irachena Amal Al Jaburi prende la parola ed insiste su queste prime considerazioni, affermando che questa nostra libertà, seppur imperfetta, nel suo paese non esiste, non esiste da molti, troppi anni, per l’una o per l’altra dittatura e che la schiavitù cui il popolo iracheno  è sottoposto rende impossibile il dialogo poetico, artistico  e culturale; implicita l’ammissione del fallimento del dialogo politico. Fallimento  di cui parlano, riferendosi al caso israelo-palestinese, anche Alon Altaras e Israel Bar Kohav, docenti universitari, il primo a Siena il secondo a Gerusalemme. Quest’ultimo paragona  la classe politica israeliana a dei giovanotti, dei ragazzacci disturbati psicologicamente che vengono da famiglie a loro volta disturbate”, e continua dicendo che  “l’Onu dovrebbe allestire dei centri psichiatrici dove rinchiudere questi ragazzi per essere curati dai migliori psichiatri mondiali ”.  Il pessimismo sembra prendere il sopravvento e ad un sorriso stentato segue l’intervento del poeta e giornalista bolognese-iraniano Nader Ghazvinizadeh che dice: “C’è un punto in Europa dove confinano tre paesi:  Bulgaria, Grecia e  Turchia, paesi con tre diversi alfabeti, tre diverse influenze politico-religiose:  l’iconoclastia sovietica ha influito in maniera netta sulla Bulgaria,poi abbiamo da una parte  l’ortodossia cristiana delle montagne greche e dall’altra un paese laico ma profondamente musulmano come la Turchia;  ecco questo mondo è il nostro mondo, mondo  che non deve necessariamente unire perché è già unito e non necessariamente si deve cercare il dialogo attraverso le affinità perché la nostra affinità, ed è elettiva, è l’umanità. In questa zona del mondo non è concepito il concetto di convivenza perché la convivenza esiste già”.

Eliminare le sovrastrutture quindi, scalfire l’accademia delle idee:  “finché la cultura viene dalla cultura e non dalla vita la sovrastruttura del guerreggiare come dell’arricchirsi non potrà essere intaccata;, io non vorrei sembrare pessimista , lo sono”. Andare oltre le strumentalizzazioni politiche, anche  di questo parla Victor Magiar, quando parla di cultura: “noi siamo tutte persone che hanno fatto tutte strade diverse ma veniamo tutti dallo stesso posto e inevitabilmente andremo tutti nello stessa direzione, spero piena di speranza. Si tratta solo di recuperare la nostra matrice comune”. Come quando  Jean Loup Amselle, in un testo generazionale come  “Logiche meticce”  parla di un meticciamento originario dell’umanità, di un sincretismo originario inestricabile che supera tutte le distinzioni identitarie,  “oggetti” costruiti dall’uomo nel corso della storia.

Che sia una gabbia allora l’identità? Amara Lakhous,  raccontando alcuni episodi del suo passato di migrante, riflette proprio su questo concetto affermando che l’identità politica, e lo stesso vale per quella religiosa,  è una frontiera inutile e assurda. Racconta della sua permanenza in un centro per rifugiati politici, due lunghi anni in cui, dice lo scrittore di origine algerina, si è reso conto della mancanza di familiarità con gli altri musulmani di origine iraniana, senegalese e bengalese che vivevano nel centro  e d’altro canto del suo grande affiatamento con un libanese maronita di religione cristiana. Continua poi sulla discussione riguardante la Fiera di Torino: “io sono stato uno dei pochi scrittori arabi che sono andati alla fiera del libro di Torino perché credo fermamente nel primato della cultura sulla politica e sulla religione. A distanza di mesi, oggi posso affermare che i primi perdenti della fiera non sono stati i palestinesi  ma gli scrittori israeliani, perché invece di parlare di letteratura., dei loro romanzi sono stati costretti a rispondere a domande che non c’entrano nulla con la cultura, certo ci hanno guadagnato i centri sociali, l’ambasciata israeliana in Italia, ma certamente gli scrittori israeliani sono stati i veri perdenti della fiera, e questo è stato per me un grande dispiacere”.

E’ il momento di una figura di spicco della cultura israeliana,Yitzhak Laor, poeta, scrittore e giornalista, da sempre critico nei confronti della politica d’occupazione dello stato d’ Israele, un grande intellettuale di resistenza, rinchiuso negli anni ’70 in un carcere militare per essersi rifiutato di arruolarsi nell’esercito per combattere il “nemico palestinese”.

“Parlare di dialogo è molto pericoloso, in particolar modo di quello politico. E’ un problema innanzitutto di linguaggio. Non posso utilizzare il linguaggio della politica, il linguaggio del potere e per questo sono unpoeta”. (Pasolini è ovunque) ;  poi continua : “noi israeliani non possiamo avere un dialogo con i nostri vicini palestinesi  perché non abbiamo un dialogo con noi stessi, abbiamo perso il senso della storia, della nostra storia e della storia del colonialismo, ci sono  state negate. Vasari non ha scritto la storia della pittura italiana, ha scritto la cronologia. E lo stesso vale per la storia d’Israele e per la storia della letteratura israeliana, della lingua israeliana. Esiste una cronologia ma non esiste una storia.” Questa è la vera mancanza, l’assenza di sé, a sé, che genera violenza, sete di dominio per Laor.

Sono le 13.00, ora di pranzo  nella “nostra cultura mediterranea”. Le pance dei poeti  (notoriamente vuote) cominciano a risuonare .. e quale luogo migliore d un tavolo imbandito e di un calice di vino per dialogare. Giusto?  In serata l’incontro proseguirà e saranno i versi e le letture dei poeti a riempire l’aria dell’isola tiberina, zona di passaggio  e luogo metaforico, un ponte artificiale di unione di due sponde per natura contrapposte. Ma intimamente simili.

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