Incontro Fantareale con Javier Argüello

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"Buona sera, come vi è stato annunciato, leggerò il racconto Incontrarla ancora, poi analizzeremo insieme gli aspetti attinenti alla sua costruzione." Javier Arguello legge a perdifiato, come se...

“Buona sera, come vi è stato annunciato, leggerò il racconto Incontrarla ancora, poi analizzeremo insieme gli aspetti attinenti alla sua costruzione.”

Javier Arguello legge a perdifiato, come se il tempo incalzasse e lui volesse essere altrove fuori dell’universo straniato e misterioso della storia, dove lo scrittore protagonista ed il suo personaggio danzano in un’ alternanza di ruoli.

Davanti all’applauso del pubblico, Javier Arguello sorride inquieto, non è tensione la sua, piuttosto il turbamento di chi ha appena avuto una rivelazione o una conferma. Durante la lettura del racconto, confessa emozionato, la finzione, come spesso avviene, si è insinuata nella realtà e ora non gli è più possibile rispettare lo schema iniziale: lettura integrale del testo ed esame della sua costruzione.

Secondo la scaletta che ha concordato poco fa, con Paolo ed Enrico, prima di raggiungere le due ineffabili signore, le due splendide ed eleganti dame, arrivate a gran sorpresa prima di chiunque altro, che lo aspettavano sorridenti nella hall dell’albergo.

Le proprietarie di Nottetempo, la casa editrice che pubblica Arguello in Italia, parlano inglese e scherzano affabili, senza curarsi dell’ammirazione, dell’emozione che suscitano attorno. Sono venute a conoscere di persona il loro giovane  autore, ad esprimergli con caldi sorrisi, tutta la loro approvazione. E Javier Arguello ringrazia, stupito dalla loro presenza e da tutto ciò che gli si muove attorno. Sorride senza ombra di adulazione, semmai c’è stato un ritratto della gioia, dell’emozione pura, quello è Javier Arguello affondato in poltrona, e sporto in avanti, che si torce le mani e parla inglese e poi spagnolo, e le dame gli dicono di  non preoccuparsi: loro capiscono ogni lingua. “Posso parlare spagnolo?” si stupisce, perché le signore regali gli hanno chiesto se ha scritto dell’altro. E lui sì ha scritto un romanzo che uscirà in Spagna a settembre. Gli sembra di aver detto fin troppo e rimane in silenzio, contento, a guardare la gente che passa nella hall.

Ci ha chiamato dall’aeroporto e la sua voce rideva al telefono: “ho perso l’indirizzo, non so andare” e non finisce di ringraziarci per averlo salvato. Lo ripete anche adesso “se non ti chiamavo, non sarei mai arrivato” Viaggiatore sbadato. Gli sembra un miracolo, questo della comunicazione e dei telefoni. Ma le signore vogliono sapere di più: ad esempio vogliono sapere il titolo e, perché no?, anche la trama. Lo chiedono affabili un argomento come un altro. Insieme alla politica e alla partita di domani Italia Spagna di cui Javier sorridendo dice di non sapere molto. Spera che vinca l’Italia così in Spagna ci sarà poco baccano.

Il titolo è El mar de los muertos, Un romanzo fantastico, allora. “Fantastico, fantastico,” sorride Javier e ora che può parlare spagnolo e raccontare del libro, si dimentica di tutto: entra nel suo mondo, nella storia che, come ci racconterà più tardi, si è formata e riformata a lungo nella sua testa, cresciuta in lunghi anni di silenzio, durante i quali, a chi domandava, diceva di non scrivere più nulla. Ma ora la storia è finita. Lo scrittore senza idee vive solo tra le pieghe della finzione.

Uno scrittore che ha deciso di non scrivere più, e si reclude a vivere sull’isola di Mallorca in una casa che gli viene prestata, popolata di fantasmi: gente vissuta lì molto tempo prima insieme ai personaggi del libro che lo scrittore non vuole più scrivere. E non sono spettri che fanno paura,  conducono una vita normale e l’uomo con loro dialoga, parla, si confronta. Le signore annuiscono: la storia è molto bella. E loro sono interessate.

E ora che è tardi, e le signore vanno via, occorre parlare del racconto scelto per la serata. I Sette Racconti Impossibili sono tutti belli, dicono Paolo ed Enrico, ed è difficile che in una raccolta i racconti siano tutti così diversi e così belli: quelli anglosassoni, Zeesir ad esempio, il preferito di Javier , ma ai fini della serata il primo racconto si presta meglio, offre più spunti ad un’analisi fantareale.

Javier, spiega ora al suo pubblico,  lo aveva ripreso in mano qualche giorno fa, voleva averlo fresco in mente, poi all’ultimo aveva deciso di non rileggerlo. Del racconto ricordava lo scambio scrittore personaggio, la realtà che diventa finzione, e la finzione realtà, il resto era passato in secondo piano, e ora leggendolo, dopo anni per la prima volta davanti al pubblico, si accorgeva di qualcosa: di come la finzione del racconto ricalcasse la realtà in cui si trovava: uno scrittore pubblica un primo libro, viene invitato all’estero a tenere una conferenza, c’è un interprete che gli siede accanto…Una sensazione che avverte da quando scrive e che il tempo non fa altro che confermargli:   c’è sempre qualcosa di premonitorio nella scrittura, e questo dà adito alla paura, uno comincia a prestare molta attenzione…

Javier, stupito, riavvolge lentamente il filo che lo ha portato stasera a Roma: e racconta del suo viaggio, anni fa, a San Pietroburgo ad un Festival del cinema dove era stato selezionato un suo cortometraggio. E di come fosse tornato dal viaggio con l’idea di scrivere una sceneggiatura: la storia di un professore che va in Russia ed incontra una donna. A Buenos Aires, dove allora viveva,  l’appartamento che divideva con la sua compagna era troppo piccolo perché potessero lavorarci entrambi così aveva chiesto ad un amico le chiavi del suo appartamento, dove andava a scrivere ogni mattina.

E ogni mattina, davanti all’appartamento dell’amico, al momento di infilare la chiave nella serratura, aveva la sensazione che i personaggi fossero lì dietro la porta ad aspettarlo. Personaggi più reali delle persone che in quel momento circondavano la sua vita e che  raccontavano una storia diversa da quella che lui aveva pensato. Perché è sempre la storia che comanda. Come ben sapeva Nemosine la dea greca della memoria e madre delle nove Muse. Le storie non sono responsabilità di chi scrive, sono le Muse a sussurrarle all’orecchio dell’autore, mescolando verità e menzogna. Il mondo moderno, più povero di metafore, parla di inconscio, e del sognatore sorpreso dalla frase di un personaggio del suo sogno.

E allora invece di esporre i passi della costruzione del racconto lui, piuttosto, ha un consiglio da dare: lasciate  che sia la storia a comandare, obbedite ai vostri personaggi, cercando magari un equilibrio,  dove la storia comanda e voi non perdete ogni controllo.

Così i personaggi di Arguello hanno trasformato una sceneggiatura pensata in Russia, in un racconto scoperto in Argentina e pubblicato in Spagna, arrivato poi sulla scrivania di Paolo ed Enrico, che hanno invitato l’autore ad una serata  dove le condizioni fittizie del racconto sono diventate realtà. Dalla finzione di Russia alla realtà d’Italia.

E questa Russia della finzione, che torna nei racconti della raccolta, chiede Enrico, è forse, per lui, metafora di altro? Javier ascolta attento e nei suoi occhi passano lampi di curiosità, di sorpresa come se ogni domanda fosse il primo sussurro di una Musa.

Chissà se abbia mai pensato alla Russia in questi termini, però è vero che il viaggio al festival ha avuto una strana conclusione (a sua volta preludio di un bellissimo racconto).

Prima di tornare in Argentina, racconta, voleva fare visita ad un’amica in Ungheria e, non amando volare aveva deciso di raggiungere Budapest da San Pietroburgo in treno, e per sventatezza sua, e superficialità delle autorità russe è partito ignorando l’obbligo del visto per attraversare Ucraina e  Bielorussia. Ad una frontiera è stato arrestato e, per giorni, ha viaggiato su treni popolati da soldati lungo lande innevate finché d’ un tratto, forse per fame o mancanza di sonno, guardando la pioggia cadere fuori del finestrino, ha avuto la certezza della sua scomparsa, della sua dissoluzione,  nessuno avrebbe saputo più nulla di lui, perché nessuno sapeva che viaggiava su quel treno. Alla paura iniziale, però, è subentrato presto uno strano senso di liberazione, un enorme meraviglioso sollievo.

È probabile allora, pensa Javier, che la Russia abbia finito per rappresentare il luogo, simile a quello della scrittura, in cui i confini sfumano, e ogni realtà personale si dissolve.

L’esperienza provata in sala da molti ascoltatori durante la lettura del racconto. Gli occhi di ragazzo di Javier brillano di contentezza, è felice, dice, se attraverso le sue storie il lettore varca la soglia oltre la quale la realtà si mostra diversa: una soglia difficile da varcare, mai scontata, mai spontanea.

Perché occorre che la storia riveli all’autore, e al lettore, cose che non sapeva, che non conosceva.

“Almeno a me piace che sia così, mi sembra l’unico modo perché la fonte interna non si estingua, nel nostro viaggio nel mondo sono poche le cose che sappiamo e molte quelle che ignoriamo, se scegliamo di parlare delle prime avremo la sensazione di conoscere e padroneggiare la realtà, ma se decidiamo di seguire la seconda via davanti ai nostri occhi si apriranno scenari molto più vasti, molto più ricchi.”

E scenari più vasti, più ricchi sono quelli che si intravedono ad ascoltarlo come se le sue risposte spontanee, nel loro entusiasmo, nella loro apparente semplicità, rivelassero molto altro. L’esistenza di un universo pieno di possibilità, di scoperte. Dove risuonano altre voci, si mostrano altri volti, e i sensi si espandono, si dilatano oltre la linea che chiude l’orizzonte (e talvolta toglie il fiato.) La stessa sensazione provata sulla panchina del parco dove ci siamo seduti a leggere i suoi racconti. Ogni volta, alzando gli occhi dalle pagine, le vie di Roma confuse, laggiù a strapiombo, tra gli alberi del parco non erano più le stesse: trasformate nella confluenza delle strade dove convergono tutte le storie, tutte le trame.

“E il rapporto tra lo scrittore e i suoi personaggi non ricalca forse quello tra Dio e le sue creature?” Javier Arguello spalanca gli occhi divertito, sorpreso dalla nuova sfida della Musa.

Rilke diceva di sentirsi Dio quando scriveva e un umile schiavo quando iniziava a correggere. Così Javier, in un esercizio di umiltà,  per un periodo, si è seduto a scrivere con un grembiule da lavoro, quello che usano ciabattini e fabbri, per non dimenticare che la scrittura è un mestiere che sporca  mani e viso, da affrontare con la dedizione di un artigiano.

Piuttosto è nel momento in cui, invece di plasmare la realtà, accettiamo di dissolverci nel mondo, in cui cessiamo di essere persona e fluiamo nella vita, che riusciamo a creare qualcosa. E per creare non c’è posizione migliore di quella dell’ascoltatore. Ascoltando una storia, capiamo subito se ci annoia o ci appassiona. Sappiamo quali cose ci catturano, e quali non ci interessano affatto o solo di sfuggita. E non si tratta solo di piacere, di semplice curiosità, ma di qualcosa che ci spinge a saperne di più, la sensazione che oltre, là dove la storia conduce, ci attende qualcosa di nuovo.

Alle fonti della sua scrittura, spiega Javier Arguello, ci sono i racconti della tradizione orale, le storie che, al suo orecchio di bambino, hanno svelato la presenza del mistero intessuta nella trama del reale. – O forse del reale intessuto nella trama del mistero –  E hanno lasciato in lui un  desiderio, l’attesa di qualcosa che sorprenda. A chi non piacerebbe, ad esempio, che ora in sala entrasse un uomo senza volto? A cui potessimo chiedere da dove viene, e cosa nasconde e cosa ci svela.

Poi è arrivato l’universo di Borges a popolare gli anni della sua giovinezza in Argentina, e attraverso Borges gli scrittori da lui amati: la letteratura fantastica anglosassone, la filosofia, Le mille e una notte. Tutta la letteratura occidentale, diceva Borges, è racchiusa tra la Bibbia e Le mille e una notte. E l’idea di libertà: di marinare la scuola e andare a pescare che gli ha lasciato Mark Twain, e le storie marinaresche di Conrad e il meraviglioso universo di Moby Dick. E ora la letteratura contemporanea spagnola: Juan Marsé, Vila Matas, e i poeti da poco scomparsi: Carlos Barral, Gil de Biedma. E Pirandello, certo, e i suoi personaggi in cerca di autore. scoperti nella biblioteca di una casa di Mallorca, dove era ospite, una notte di ozio e scoperte. Un libro chiuso con le mani tremanti, rimasto nella cinquina delle più belle scoperte che gli ha riservato la vita.

E i personaggi di tanti autori sono ancora una presenza viva nel mondo che lo circonda. Tom Sawyer e altri come lui sono più reali di persone realmente conosciute.

Per questo se è vero, come dicono, che l’Universo non è più lo stesso ogni volta che un elemento diverso vi entra a far parte, il quale non si aggiungerà semplicemente agli altri ma ne  modificherà tutte le combinazioni preesistenti, allora ogni volta che regaleremo al mondo un nuovo personaggio, un personaggio vivo, avremo creato un nuovo universo, più ricco, avremo arricchito il mondo.

E affinché i personaggi siano vivi, e arricchiscano le combinazioni dell’universo, il loro autore deve nutrire per loro sentimenti forti: sono gli affetti profondi a conferire realtà. L’odio è un affetto profondo, ma non sarà forse l’amore da preferire? sussurra Javier quasi fosse lui ora ad interrogare la Musa. Magari un amore mascherato d’odio come per il personaggio del racconto, uno scrittore detestabile che il lettore finisce per compatire, per amare quasi.

Sono questioni che Javier Arguello deve aver ponderato a lungo dietro il  suo grembiule di artigiano o seduto intorno al tavolo con i suoi studenti aiutandoli a rintracciare nei movimenti delle grandi sinfonie il crescendo drammatico e la trama di una storia. È più facile riconoscere il crescendo nella musica e, quindi, trasporlo nella scrittura. Dice Javier Arguello. E la musica è certo parte dell’Europa, ma quel suo essere presenza costante nella trama dei giorni è molto argentina, e viene da molto lontano.

Occorre affetto per i personaggi e occorre parlare delle cose che interessano, dei territori che si frequentano, solo se esprimiamo la nostra visione del mondo, e la riconosciamo ,e riconosciamo l’odio, il rancore, le invidie e le paure che ci animano, le parti dell’essere umano a cui va ossessiva la nostra attenzione, incontreremo davvero qualcuno nelle nostre pagine e cesseremo di  essere soli.

E spiega Javier che l’idea di scrivere un romanzo all’inizio gli dava i brividi: come è possibile mantenere per anni una coerenza di tono, di stile, se uno nel corso degli anni non è più la stessa persona? Nei quattro anni in cui ha scritto il romanzo, Javier si è afferrato ai suoi temi interiori, alle sue ossessioni. È un’enorme garanzia, perché non sono poi tanti i temi che ossessionano ognuno di noi. “A ben guardare quanti sono i temi di Borges?” Si chiedevano giorni fa con Vila- Matas  “Quattro o cinque e sono già tantissimi”

“E allora vi raccomando un’ovvietà” conclude Javier  “dedicatevi solo alle cose che vi interessano,  ci vuole tempo per trovarle ma una volta trovate non lasciatevi distrarre, perché può succedere di distrarsi, di farsi deviare dalla propria strada…”

Temi e ossessioni della nostra vita, l’amore e la morte e poco altro: e sullo sfondo la tragedia, perenne scenario della nostra esistenza. “Non è un caso che della Poetica di Aristotele ci sia arrivata la tragedia.” Dice Javier Arguello, con il suo viso simpatico, un impasto di gioia e serietà sul viso, un ardore e una timidezza nel corpo, “come lettore voglio che l’autore mi accompagni verso lo sfondo e gli sono grato se quando arrivo a toccarlo ho ancora il sorriso sul viso.”

Sono in tanti, ora, a chiedere l’autografo, qualcosa di profondo è arrivato, un’emozione, un affetto, per il ragazzo dai modi semplici e diretti, per la gioia dietro la quale si intravede molto altro. C’è chi, per principio, non chiede mai la dedica ed invece stasera porge il libro aperto alla prima pagina, perché non è stato lo scrittore che ha incontrato il suo pubblico, ma un uomo che ha aperto il suo cuore e ha svelato altri mondi, altri orizzonti, altre speranze.

La sala si svuota, i saluti in strada, la voce di Javier Arguello si confonde con le altre. Paolo ed Enrico si allontanano, si va a casa. A piedi, nel buio, costeggiamo il parco dove, oltre i cancelli chiusi per la notte, c’è la panchina che si affaccia a strapiombo su un incrocio di mondi, di strade, di storie.

E in una delle strade deserte, senza lampioni, che porta laggiù, d’un tratto lo stridio di una macchina che accosta, Javier Arguello, apre lo sportello e ci invita a salire: è lì, alla confluenza delle strade,  che lui sta andando, e anche l’uomo biondo che era alla conferenza, e ora al volante guida veloce.

Verso il luogo laggiù, dove i viaggiatori, emersi dalle loro strade, si siedono a bere, a riprendere fiato, e raccontano storie, e avventure, e paure e come è stata la strada fin qui, prima che ognuno riprenda ad andare.

Di cosa si è parlato in quelle lunghe ore, ora che il tempo è passato,  è difficile ricordare. L’uomo biondo, da sopra la sua birra, guardava pensieroso.

Anche lui ha una storia da raccontare a proposito della certezza di morire e dissolversi nel nulla nelle lande ucraine, ma non è una storia di sollievo, né di coraggio, dice guardandosi attorno ritrovando i ricordi di Mosca, perché è di Mosca che ci vuole parlare. Un tempo l’uomo biondo parlava bene il russo, e andava alle riunioni dei poeti e ascoltava le loro poesie e pensava alla cosa viva che era la poesia in Russia, quando la poesia serviva ancora a dire le cose, ma ora il russo lo parla sempre meno e gli incontri dei letterati gli sono venuti a noia. La Russia è diventata il luogo della paura, è successo ad una cena, lui era a Mosca con un amico ed un’amica ed il mondo era pieno di promesse, di gente dai volti gentili e cordiali che li ospitava. Una sera uomini gentili li hanno invitati a cena, uomini sconosciuti, che hanno estratto lunghi coltelli per tagliare la carne e ridevano e bevevano vodka e gliela offrivano e non era più un’offerta, ma un obbligo e la ragazza non voleva. Ed è stato  allora che lui ha visto la morte apparire sui volti degli uomini e sui volti dei suoi amici. E non c’è stato sollievo. Li avrebbero fatti a pezzi e nessuno lo avrebbe saputo, perché loro erano stati così stupidi da credere ad un invito gentile.

“E poi cosa è successo?”

L’uomo sospira. “Ho detto che andavo a comprare le sigarette, che le loro non riuscivo a fumarle,  e  mi hanno creduto. Ho preso la porta e me ne sono andato e i miei amici hanno detto che ero stato un vigliacco a lasciarli così, ma non è vero,” ripete l’uomo biondo e sembra parlare a se stesso, “sapendo che ero uscito i russi non gli avrebbero torto un capello, ho aspettato in strada e dopo venti minuti i miei amici sono venuti via anche loro eppure continuavano a dirmi che ero stato un vigliacco”. E fuma e scuote la testa. E dice che nessuno potrà levargli il dubbio, che ci fosse davvero la morte sui loro volti quella sera.

Javier sorride. Anche lui è un vigliacco, anche lui vede la morte seduta ad aspettarlo su ogni aereo in cui sale. E per non vederla non può far altro che bere, finché l’alcol non la scaccia dal suo sedile. Ma c’è qualcosa d’altro che il viaggiatore biondo vorrebbe sapere, mentre la gente scorre e al tavolo si fuma e si beve, perché Javier sembra arrivato qui da molto lontano, e deve averle incontrate tante volte sulla strada la morte e la paura.

E Javier si appoggia con la schiena alla spalliera, si tira via dalla fronte i lunghi capelli e dice che ci racconterà un’altra storia: a Buenos Aires conosceva un uomo di mare, un marinaio dei tempi moderni, uno di quelli che portano le barche da una parte all’altra del mondo, perchè i proprietari non vogliono fare lunghe traversate, vogliono che la barca sia sempre lì ad aspettarli dove loro arrivano, e quest’uomo, anni dopo, quando Javier ormai viveva in Spagna, un giorno gli è apparso davanti in una strada di Barcellona (perché nella vita gli amici passeggiano sempre dietro l’angolo,  e non c’è niente di cui stupirsi) e gli ha proposto di accompagnarlo in una traversata, c’era una barca che l’uomo doveva riportare in Spagna dalle coste atlantiche e Javier  ha accettato. Un viaggio fantastico, circondati solo dall’acqua, dall’immensità del mare che non sembrava avere segreti per il vecchio marinaio. E nei lunghi giorni circondati dall’acqua Javier ha imparato nomi, gesti, manovre e soprattutto un altro tempo, un altro spazio. E nel suo romanzo, ci sono anche quei due uomini in mare. Javier guarda lontano, assorto, come se ora, arrivato all’approdo, vedesse i suoi personaggi che da lontano lo salutano e continuano a navigare. C’è nostalgia nel suo sguardo, l’uomo biondo  lo guarda in attesa, pende dalle sua labbra, e Javier, come destandosi da un sogno, dice che non c’è niente di più pauroso di quando il mare si infuria, e la natura attorno si scatena, ma,  in quei giorni, non era come in aereo: importava molto meno. “Lotti con il mare,  fai le cose che devi fare e poi aspetti. Non capivo” Dice Javier e poi un giorno il marinaio gli ha svelato il segreto: basta aspettare e anche della paura ci si stanca. L’essere umano non riesce ad avere paura per più di due ore, dopo due ore i muscoli si rilasciano, non reggono più la tensione, tutto l’essere si abbandona, e Javier sorride, trae un profondo sospiro: basta solo saper aspettare.

E in mare, dice Javier e si guarda attorno e allarga le braccia, non contano neanche più le strade, neanche quelle di Buenos Aires che tanto gli mancano. Sono le strade dell’infanzia, dove si è cresciuti, quelle che mancano.

E in mare non si parla neanche di libri, di letteratura, sospira l’uomo biondo, tutto un gran bluff, un parlare a vuoto di chi la letteratura non l’ha mai toccata.

E Javier chiede altra birra per tutti, a lui piace ancora parlare di letteratura, magari da solo con un amico, e con certi suoi studenti all’Accademia, signori di una certa età che si sono sempre dedicati ad altro e ora tornano a scuola a coltivare la loro passione. Fanno sempre i compiti, e hanno voglia di parlarne, ma senza smanie, senza pressioni. La libertà assoluta, perché ad una certa età, quando riscopri la passione, la lasci volentieri la canna da pesca per tornare a scuola. Cosa strana anche questa.  Una volta ha avuto una classe di sole donne: finiva che si dimenticavano di lui e si mettevano a parlare tra loro, a raccontarsi la vita. E Javier le ascoltava e imparava, dove l’avrebbe trovata tanta passione? Tante storie? Perché sono le storie a salvare la vita, a togliere la paura.

Ed è  allora che ci ricordiamo del suo romanzo, dei suoi lunghi anni di silenzio.

E come fai? Incontri un amico scrittore, o ti siedi intorno al tavolo con i tuoi studenti, o tua moglie ti trova in casa davanti al computer e loro ti chiedono cosa scrivi?

Javier sorride e si stringe nelle spalle:  “Niente, rispondi, riordini gli appunti in cerca di qualche idea, aspetti che la musa torni a chinarsi sulla tua spalla”. E può capitare che qualcuno ti guardi in silenzio, ti compatisca, forse anche ti disprezzi, forse sei uno dei tanti che si perderanno per strada chissà, uno che non arriverà a nessun incrocio, a nessuna confluenza di strade, e può essere che ti venga una gran voglia di non scrivere più, come il protagonista del romanzo. Ma non c’è altro da fare che portarsi chiusa dentro la storia che si forma, le storie che abbandoni e ritornano diverse. E camminare in silenzio con la possibilità che la strada che hai scelto non porti in nessun luogo, la più grande delle paure.

Lo ha detto Javier? O lo abbiamo solo immaginato? Mentre lo guardavamo sorridere e  allontanarsi i capelli dalla fronte, e nei suoi occhi ci sembrava di cogliere la fatica del lungo silenzio passato, la paura per quello che forse ora lo aspetta, un’ombra appena dietro la gioia.

Ed è allora che si è avvicinato il ragazzo giovane, con la maglietta gialla, a chiedere una sigaretta per lui e per la signora che lo aspetta, ci ha guardato, tutti, attentamente, ha detto che abbiamo classe ed eleganza, ma questo non basterà a salvarci, a salvarci ci penserà lui che, con la signora, sta preparando un attentato, faranno saltare in aria il mondo, le cose, l’universo tutto e lo faranno per salvare gente che, come noi, si illude di vincere la paura.

Javier lo guarda e sorride in silenzio, un sorriso appena accennato. Il ragazzo dorme sotto il portico della chiesa restaurata da poco, la sera allinea i suoi fumetti sul ripiano di una bifora. E, con la signora, prepara l’attentato.

E il mattino dopo chi, seduto sulla panchina, avesse visto l’incrocio deserto, i tavoli sgombri, e le strade spazzate, si sarebbe chiesto se fossero esistiti davvero i viaggiatori, e le storie e le confluenze di mondi lontani. Poi, rincuorato, avrebbe sentito la risata del ragazzo dalla maglietta gialla seduto a leggere i fumetti sotto il portico, in un angolo di sole. Il primo di infiniti viaggiatori, testimone di incontri, di storie.

Forse era questa la salvezza di cui parlava, forse per questo Javier sorrideva.

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