Condividi su facebook
Condividi su twitter

Gli occhi della donna

di

Data

A ogni compleanno mi vengono a trovare molte persone che conosco e a cui voglio bene. Parenti, colleghi di lavoro, nuovi e vecchi amici. Però tra gli ospiti, immancabilmente, ce n’è uno, sempre una donna e ogni anno diversa, che non ricordo chi sia.

A ogni compleanno mi vengono a trovare molte persone che conosco e a cui voglio bene. Parenti, colleghi di lavoro, nuovi e vecchi amici. Però tra gli ospiti, immancabilmente, ce n’è uno, sempre una donna e ogni anno diversa, che non ricordo chi sia. È successo fin dalla prima volta, molti compleanni fa. Quando ho già stretto tante mani amiche e dato baci a diversi parenti, compare sulla porta di casa una donna alla quale non so abbinare un nome, un mestiere o una frequentazione. Resto qualche attimo incerto e il suo sorriso aperto pian piano si riduce a una smorfia offesa e la mano che regge il pacchetto col regalo si affloscia delusa, allora io l’abbraccio con grande enfasi e rido per sciogliere la tensione e i brutti presentimenti dell’ospite. Nel mio abbraccio sento che la donna ha ancora i muscoli del collo e della schiena rigidi per l’apprensione appena vissuta. Allora le do, chissà perché, una manata sul collo e in questo modo l’ospite sconosciuta entra felice e disinvolta in casa mia. A quel punto della festa, ogni volta, mi giro e trovo mia moglie che in mezzo al salone mi guarda sorpresa per il mio gesto del tutto informale. Io agito il bicchiere di spumante per dirle che va tutto bene, che è solo un’esplosione di gioia fine a se stessa. Se davvero si possa dire tutto questo col solo agitare un bicchiere di spumante non lo so. Lei comunque, senza dire una parola, se ne va subito a occuparsi degli altri invitati. E io ogni anno inizio a pensare in quel momento che mia moglie si sia fatta un’idea del tutto sbagliata sulla donna e su di me per colpa di quella manata inconsulta. Intanto gli ospiti entrano subito in confidenza proprio con quella donna, perché io l’ho accolta in modo così diverso e più amichevole nei confronti del loro stesso ingresso. Di colpo lei diventa il punto d’attrazione della festa. Tutti fanno a gara per parlarle, per offrirle qualche tartina speciale, persino per darle un appuntamento notturno. Come se il fatto che io le abbia mollato una pacca sul collo la renda da quel momento una preda allettante agli occhi dei maschi e persino di diverse femmine, che invece, tutti insieme, dovrebbero festeggiare me. Forse anche quello, a modo loro, è una maniera per celebrarmi. Io sono elettrizzato da quella presenza, che se per gli altri è diventata un po’ familiare per via del mio comportamento estemporaneo e manesco, per me resta sostanzialmente un’estranea. Mentre gli altri le si affollano attorno a me piace iniziare un’indagine a distanza su di lei. Così provo a capire quale donna tra tutte quelle che ho frequentato nel tempo porterebbe, per esempio, quelle ballerine con le fibbiette dorate, la frangetta tinta di blu o quella gonna gialla cortissima di lamè, le calze autoreggenti rosse con una rosa nera all’altezza della coscia, ecc. ecc. Dopo aver studiato il suo abbigliamento, la pettinatura e il trucco e come al solito non aver riconosciuto nessuna donna in particolare in lei, mi dedico ai dettagli fisici. Mi avvicino molto, lei è comunque sempre in compagnia e non si accorge di me. Da dietro il mio bicchiere vedo, deformato e ingrandito dal vetro, un neo a forma di cuore all’attaccatura del seno, oppure delle gambe lunghissime e affusolate che sporgono nervose dal divano, o un sedere sodo e pronunciato che urta contro ogni mobile di casa. Sono tutte cose che guardo a lungo, misurando e confrontando mentalmente nomi e fisionomie di donne che ho conosciuto. Questo mio atteggiamento mi rende assorto. E ogni anno un ospite mi chiede a questo punto della festa se compiere gli anni ed essere diventato più vecchio di un anno mi renda particolarmente serio e preoccupato. In quel momento tutti i partecipanti alla festa si fermano e restano in attesa di una mia risposta. E come ogni anno io sorrido e dico una battuta volgare e risentita che più o meno fa “No, sono pensieroso perché ogni volta temo la solita domanda idiota e quando sembra non arrivare più allora mi preoccupo. Ma ora mi sento molto meglio. Siete i soliti carissimi imbecilli!” Ogni anno alla mia frase gli ospiti ridacchiano soddisfatti e riprendono le loro chiacchiere. Approfitto dell’ammorbidirsi dell’atmosfera della serata e mi avvicino sempre di più alla donna e cerco le ultime possibilità di conoscenza nei suoi occhi. La fisso senza preoccuparmi del suo imbarazzo, né di quello di chi le sta parlando con me piantato in mezzo. Lei sorride. Quello che per me è un puro gesto di conoscenza necessaria, lei lo interpreta come un moto decisamente galante. Abbasso il bicchiere lentamente per non avere nessun impedimento alla vista e mi accorgo che il vicino non parla più e così tutti gli altri. Sento con certezza, anche se non posso vederla, che mia moglie si è portata vicinissima a noi e che aspetta con trepidazione una risposta. Su chi sia davvero questa donna e cosa significhi per me la sua presenza. Il sorriso della donna diventa nel mio sguardo una fossetta in una guancia, un incisivo storto che fa capolino, delle labbra che si distendono lucide. I suoi occhi si fanno scuri, densi, si riempiono delle figure di tutte le donne che sono presenti e di altre sparite per sempre dalla mia vita. Resto a guardare quel rimescolarsi di immagini di donne nei suoi occhi sperando che tutto si fermi in un’unica immagine rivelatrice. Ma gli occhi di lei tornano chiari come prima e non si risolve niente. Lei mi sorride aspettando ancora una mia mossa, una frase interessante. Io giro le spalle e vado a passo veloce a prendere la torta in cucina. Sullo sfondo sento una risata femminile che appartiene a mia moglie, anche se è un po’ più acuta del solito, come sovreccitata. Pian piano tutti riprendono a chiacchierare tra loro e, mentre taglio le fette del dolce, il brusio che arriva dal salone mi sembra che prenda un tono deluso, come se ancora una volta il fatto di non essere riusciti a trovare una soluzione al problema annoso della donna sconosciuta abbia reso tutti un po’ depressi. Quando torno di là con un grande vassoio pieno di fette già tagliate di Mont Blanc mi avvertono che la donna è uscita di corsa scusandosi perché un imprevisto l’ha costretta ad andar via. Tutti vogliono guardare la mia reazione, specie mia moglie, ma io ormai sono concentrato sulle fette di torta da passare agli ospiti e della donna che è uscita di casa d’improvviso non mi importa più nulla. Alla fine della festa ogni amico, collega e parente si congratula per la bella serata, anche se lo fa con una punta di delusione nella voce. Allora io, mentre li saluto, li rassicuro tutti che il prossimo anno andrà meglio, che certe volte per farcela serve un pizzico di fortuna e che bisogna avere fiducia nelle proprie forze. Io, comunque, sono stato contento della festa. Qualcuno mi guarda come incerto sul fatto che io lo stia prendendo in giro o meno, qualcun altro si congeda speranzoso, altri se ne vanno scuri in volto come se ormai non credessero più a una possibile soluzione. Quando resto da solo con mia moglie e mettiamo a posto la casa dai resti della festa, lei ogni tanto si ferma, mi guarda e scuote la testa con un sorriso amaro. Allora io getto in terra il piatto di plastica che stavo portando nel sacco dei rifiuti, scalcio via qualche tovagliolo sporco di rossetto e mi avvicino a lei. Le sto di fronte, a un palmo dai suoi occhi, la guardo intensamente. Le sue labbra hanno un tremito, spero non si metta a piangere perché non lo ha mai fatto e non so come reagirei. Io però nelle sue pupille vedo muoversi qualcosa. Che sia un moscerino, una mollica di dolce. Prendo la punta del fazzoletto e mi accosto all’occhio. Non è un insetto. È la mia immagine rovesciata che si agita e cerca di risalire, di mettersi dritta in piedi, ma che scivola di continuo. Lei comincia a ridere, forse perché vede la mia faccia perplessa e incerta se agire col fazzoletto per rimuovere quella piccola e, immagino, fastidiosa presenza. La risata di lei cede e si libera del tutto e contagia anche la mia stessa figurina rovesciata che sembra scompisciarsi dalle risate dentro gli occhi di mia moglie, così come si trova, a testa in giù. Io ci resto male, mi sembra di non meritare questa presa in giro, e comunque non doveva essere questo il modo di chiarirsi tra due persone mature e in gamba come noi. Ma dopo un po’ la loro risata sonora e visiva è così assurda e contagiosa che finisco per ridere anch’io. Come se tutto questo guardarsi, questo festeggiarsi, questo cercarsi alla fine non sappia produrre altro che una risata irrefrenabile. Quando la risata ci lascia estenuati e senza fiato, riapriamo gli occhi e ci rendiamo conto che c’è ancora un sacco di roba da mettere in ordine. Così finiamo di sistemare la casa.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'