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Diario di viaggio – Bacon, Beatles and Greeneway

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Giro per Milano. Ho ancora negli occhi il concerto di ieri sera dei Radiohead. Ho ancora nelle orecchie la memorabile versione di Everything in its right place.

Giro per Milano. Ho ancora negli occhi il concerto di ieri sera dei Radiohead. Ho ancora nelle orecchie la memorabile versione di Everything in its right place. In quei minuti mi sono sentito trasportare in un’altra dimensione. Mi sembrava di poter levitare. Ho ancora nella testa la musica struggente di The tourist. E sento ancora quegli spettatori che dietro di me cantano a squarciagola, stonando pure, sopra la voce divina di Thom Yorke. Che Dio, se esiste, li possa rendere sordomuti per il resto della loro inutile vita!… Il tram passa accanto al Piccolo Teatro… Brera… Piazza Cardusio… Ed ecco Piazza del Duomo. La giornata è splendida. Sole a picco sulla Madonnina e caldo da luglio inoltrato. Mi dirigo verso il Palazzo Reale… La mostra di Francis Bacon. Faccio il biglietto ed entro. Sono le prime sale quelle che mi emozionano di più. Studio per un ritratto e L’uomo in blu sono meravigliosi. Questi corpi monchi, che sembrano consumati da qualcosa, ustionati dalla vita. E le bocche, con tutti quei denti, che si aprono al grido o a qualcosa s’altro. Al desiderio forse? Ogni volta che guardo un quadro di Bacon penso all’opera di Beckett. Irlandesi entrambi. Entrambi fissano il loro sguardo implacabile sul nulla della vita. E lo sfidano questo nulla. Siamo pezzi di carne, muscoli, ossa, denti, bocche, questo ci dice l’immenso Francis Bacon.

Siamo affascinanti e contemporaneamente osceni, meravigliosi e allo stesso tempo terrificanti come un pezzo di manzo appeso ad un gancio in una macelleria. È questa la realtà, diceva lui nelle interviste, e io non faccio altro che esprimerla… Corpi che lottano, avvinghiati nelle loro paure e nei loro desideri, volti gonfi che sembrano appartenere a dei pugilatori, bocche spropositate, nasi deviati. Per descrivere l’uomo del XX secolo Bacon si nutre della pittura di Michelangelo, dei quadri di Velazquez, delle fotografie di Muybridge e necessariamente li trascende in quelli che sembrano veri e propri shock visivi. I papi di Bacon hanno ora addosso soltanto il lato oscuro del loro potere. La luce non è più di questo mondo. Il caos ci governa, come governava lo studio di Bacon al numero 7 di Reece Mews a South Kensington. Un’inestricabile groviglio di colori, tavolozze, pennelli, barattoli, ritagli di giornali e di foto. All’interno della mostra viene proiettato un documentario, un’intervista di quasi un’ora al genio. Lo guardo con quel suo naso a becco, lo sguardo goloso di ogni gesto, di ogni immagine, di ogni parola scambiata con i suoi amici al pub: “Sono avido nei confronti della vita; e sono avido come artista. Sono avido di quanto spero possa darmi il caso molto di più che di qualsiasi cosa io possa calcolare con la logica. Ed è in parte la mia avidità che mi ha fatto vivere, diciamo, confidando nel caso: avidità di mangiare, di bere, di stare con le persone che mi piacciono, di provare eccitazione per le cose che accadono” (citazione dal libro Francis Bacon, Skira MiniARTbooks)… La stessa avidità che anima forse il grande regista britannico Peter Greeneway, uno dei miei idoli non fosse altro per la sua dichiarazione di estetica: “le uniche cose degne di rappresentazione sono il sesso e la morte”. L’artista è a Palazzo Reale con un’installazione dedicata all’Ultima Cena di Leonardo. Su una parete della Sala delle Cariatidi è proiettato un clone dell’Ultima Cena: la più grande fotografia digitale del mondo, dal peso di 20 giga. Al centro dell’ambiente si trova la tavola, una scultura completamente bianca, con in rilievo il pane, le stoviglie, i coltelli. Sulla parete opposta si susseguono gli altri dipinti di Leonardo. Le immagini si ingrandiscono, sembrano quasi esplodere, sotto la potenza dei soggetti ritratti. La musica avvolge tutta la sala; una musica potente, che colpisce subito l’orecchio. Giochi di luce convergono sulla riproduzione dell’Ultima Cena, le mani degli apostoli si illuminano ad intermittenza, la voce di una soprano infonde nuova magia alla musica, i dipinti di Leonardo sembrano un’immensa onda visiva. La tavola al centro si colora di rosso. La musica riprende potente, magica, violenta. Come la luce che ritorna a muoversi rapida sulla riproduzione dell’Ultima Cena. Uno shock visivo e sonoro di rara potenza, che ti lascia interdetto, estasiato. Con la voglia ancora di rimanere dentro, in questa immensa bottega multimediale. Venti minuti di estasi artistica, di visione straniata dell’opera d’arte… Esco dal Palazzo Reale. La mia giornata non è ancora finita. Corro allo Spazio Oberdan a vedere la mostra dal titolo “I Beatles e il ‘68”. Prendo la metro, scendo a Porta Venezia. Mi dirigo a Viale Vittorio Veneto. Faccio il biglietto. E sono accolto dalle note di Dear Prudence. Nella sala grande ci sono cimeli, dischi, fotografie dei Fab Four. I dischi di tutti gli artisti che nel mondo hanno fatto almeno una cover di un loro pezzo. Gruppi, cantanti dai nomi improbabili, dai volti e dalle capigliature ancora più improbabili. La copertina di Sgt. Pepper che influenzò le copertine dei dischi dei Rolling Stones e di Frank Zappa usciti nel ‘68.

Su una parete il calendario dei grandi eventi accaduti in quell’anno: la rivolta studentesca che infiammava l’Europa, l’escalation della guerra in Vietnam, l’assassinio di Robert Kennedy, la primavera di Praga. Scopro che Ringo Starr aveva più volte dichiarato in quell’anno di voler lasciare il gruppo. Diceva di sentirsi inutile! Povero Ringo… Le altre sale sono dedicate al White Album, al Magical Mistery Tour, al viaggio in India, a Yellow Submarine. Una meravigliosa scatola sonora esce dalle casse installate nelle stanze: Dear Prudence che si mescola con I’m the walrus, All you is need is love che va a braccetto con Back in the USSR. E oggetti, colori che parlano di un mondo ancora straordinariamente naif. Il marketing dei Beatles fa tenerezza se paragonato a quello di una pop-star di mezza tacca di oggi: il pullman e il sottomarino formato giocattolo che venivano venduti in occasione del Magical Mistery Tour e di Yellow Submarine… Il loro negozio d’abbigliamento aperto a Londra che si rivela un fIop completo, anche se quando viene chiuso e i vestiti svenduti viene preso d’assalto dai londinesi… In una sala vengono proiettate immagini d’archivio: le partecipazioni del gruppo ai programmi televisivi di quell’anno per cantare Hey Jude o Revolution, il loro sconclusionato viaggio in India con altri sconclusionati compagni di viaggio (Mia Farrow ad esempio), George Harrison che cerca di imparare a suonare il sitar dal grande maestro Ravi Shankar, Lennon che fa una scatenata Yer Blues insieme a Clapton e Keith Richards… e poi un gruppo scozzese di capelloni dal nome improbabile, Marmalade, che arriva in testa alle classifiche con la cover di Obladì Obladà (ovvio che sarà la prima e unica volta per loro)… ma quante persone hanno fatto mangiare i Fab Four con la loro straordinaria musica?… e poi il video dell’angelicale Mary Hopkin, una cantante della loro casa discografica (la Apple records) che arrivò al successo con il singolo Those were the days, un brano di pura melanconia che strappa il cuore lentamente, a piccoli morsi. Dopo questa canzone ho le lacrime che mi scendono fino ai piedi, così faccio un giro per tutto le stanze e mi tiro su ascoltando Yellow Submarine… Esco, vado verso Corso Buenos Aires. I negozi stanno per chiudere. Cammino lungo il corso. Vedo una libreria che fa il 30% di sconto su tutto il catalogo, ma ormai sono le otto. Forse ci torno domani. Fa ancora caldo, ho sete. Una signora bionda mi passa davanti, tacchi altissimi, minigonna… da come si guarda in giro credo che eserciti il mestiere più vecchio del mondo.  Arrivo nella piazza che non ho ancora mai visto. Piazzale Loreto. Lì in mezzo alla piazza, più di sessanta anni fa, vennero appesi dei pezzi di carne. Una piazza che fa parte del nostro immaginario collettivo, anche se adesso è diventata soltanto un immenso spartitraffico, con gli alti palazzi intorno che hanno un aspetto spettrale, disumano. La signora si è fermata vicino un chiosco, mi guarda. Ha un mezzo sorriso sulla bocca. Mi si avvicina. No signora, abbia pazienza sto parlando dell’immaginario collettivo… Uno non è neanche più libero di guardarsi uno spartitraffico in pace…  

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