Condividi su facebook
Condividi su twitter

Murakami Haruki – Kafka sulla spiaggia (Einaudi)

di

Data

Uscito in Giappone nel 2002, è stato pubblicato recentemente anche in Italia Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki (traduzione di Giorgio Amitrano, Einaudi 2008, 20,00 euro).

Uscito in Giappone nel 2002, è stato pubblicato recentemente anche in Italia Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki (traduzione di Giorgio Amitrano, Einaudi 2008, 20,00 euro). Nel frattempo il romanzo ha vinto il World fantasy award, e a Murakami è stato aggiudicato il Premio Franz Kafka (vinto nel tempo da autori come Harold Pinter e Philip Roth). Quindi ha pubblicato un altro romanzo nel 2004, Afutā Dāku, tradotto in inglese come After Dark (Harvill Secker, London, 2007), da noi ancora inedito. Anche se non si può dire che la nostra editoria lo insegua come un autore imperdibile, Murakami ha un numero non piccolo di ammiratori che si appassionano alla sua capacità di defluire dal reale al fantastico in una sorta di realismo magico o di fantareale alla giapponese. Ed è probabilmente utile ricordare, per non fare confusione, che c’è un altro Murakami, Ryu, autore di film e romanzi come Tokio Decadence, opera che ha avuto un certo successo di pubblico. Kafka sulla spiaggia è un romanzo che mostra le qualità più surreali dell’opera di Murakami Haruki, altrove molto più realistico come in Norvegian Wood, Dance dance dance o A sud del confine, a ovest del sole. Del resto Murakami è il traduttore in giapponese di un maestro del realismo americano come Raymond Carver, del quale ha scritto: “Fino a quando non ho incontrato Raymond Carver, non c’era mai stata una persona che, come scrittore, potessi considerare il mio mentore. Raymond Carver è stato senza dubbio l’insegnante più prezioso che abbia mai avuto e anche il mio migliore amico letterario”.
In questa storia, che racconta di un quindicenne molto tosto fuggito di casa e di un vecchio che sa parlare con i gatti, Murakami riesce a comunicare con il linguaggio del fantastico e del pop argomenti esistenziali profondi, talvolta tragici talvolta ironici. E se volete avere un esempio di come si possa andare in profondità, restando apparentemente lontani dalla realtà più superficiale, state a sentire.

In una pagina del romanzo, il ragazzo quindicenne protagonista ci racconta un libro che sta leggendo. Il libro parla del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann e anche se Murakami non lo dice è molto probabilmente La banalità del male di Hannah Arendt. Ci descrive quello che legge nel libro, la storia spaventosa di come un mediocre ometto si trasforma in un terribile sterminatore di innocenti. Apparentemente, a quel punto, Kafka sulla spiaggia smette di parlare di nazisti e di ebrei. Ma qualche pagina dopo, il vecchio che sa parlare con i gatti si ritrova di fronte a uno sterminatore di gatti che ha deciso di uccidere tutti i gatti che riesce a trovare allo scopo di rubare loro l’anima e costruire un flauto capace di rubare le anime degli uomini. Un progetto indubbiamente folle, no? Più o meno come decidere di realizzare il genocidio di un intero popolo, no?

Ed ecco l’incontro (davvero terribile per chi ama almeno gli animali…) tra il vecchio che sa parlare con i gatti, Nakata (che parla di sé in terza persona), e lo sterminatore di gatti, che invece di baffetti e divise da SS sfoggia il costume che si vede su una famosa etichetta di whisky e si fa chiamare Johnnie Walker.

 

– Allora, quello che devi fare è pensare: questa è una guerra. E tu sei un soldato. Adesso sei costretto a prendere una decisione. O io continuo a uccidere gatti, o tu uccidi me, una delle due. Adesso e qui, sei chiamato a fare questa scelta. Naturalmente a te sembra che si tratti di una scelta assurda. Ma se ci pensi bene, non sono assurde la maggior parte delle scelte?
Johnnie Walker si toccò leggermente il cappello, come per assicurarsi di averlo ancora in testa.
– C’è una consolazione per te, ammesso che tu abbia bisogno di una consolazione, e cioè che io desidero la morte con tutto il cuore. Sono io che ti chiedo di uccidermi, che ti prego. Quindi non devi avere nessun rimorso di coscienza. Farai semplicemente quello che io più desidero. E’ così, no? Tu non devi mica uccidere qualcuno che non vuole morire. Anzi, la tua potrebbe essere considerata una buona azione.
Nakata si asciugò con la mano le gocce di sudore che gli bagnavano la fronte vicino all’attaccatura dei capelli.
– Però Nakata proprio non può fare una cosa del genere. Anche se lei mi chiede di ucciderla, non saprei come fare.
– Ma certo, – disse Johnnie Walker, colpito. – C’è del vero in quello che dici. Non sai come si fa. E normale, è la prima volta che uccidi un uomo. Hai ragione. La tua giustificazione è legittima. Bene. Ti darò io delle istruzioni. Vedi, Nakata, per uccidere un uomo il segreto è non esitare. Avere un forte pregiudizio contro quella persona, e agire rapidamente: è questo il trucco. Ma ho proprio qui per te l’esempio che ci vuole. Non si tratta di uomini, però ti sarà utile lo stesso.
Johnnie Walker si alzò e prese una grande borsa di pelle dietro la scrivania. La posò sulla sedia dove era stato seduto fino ad allora e, fischiettando un motivetto con aria contenta, l’apri e, come eseguendo un gioco di prestigio, ne estrasse un gatto. Era un gatto che Nakata non aveva mai visto. Un gatto maschio grigio, tigrato, che doveva aver raggiunto da poco l’età adulta. Il gatto era completamente inerte, ma aveva gli occhi aperti. Sembrava cosciente. Continuando a fischiettare, Johnnie Walker lo sollevò fra le mani mostrandolo a Nakata come fosse stato un pesce appena pescato. Il motivo che fischiettava era Heigh-Ho, quello che cantano i sette nani nella Biancaneve di Disney.
– In questa borsa ci sono cinque gatti. Tutti gatti che ho catturato in quel terreno abbandonato. Freschi come frutti appena colti, direttamente per voi dalla zona di produzione! Ho iniettato a tutti un liquido paralizzante. Non un anestetico. Quindi non sono addormentati, e hanno i sensi ben svegli. Sentono perfettamente il dolore. Ma hanno i muscoli totalmente rilassati, e quindi non possono muovere gli arti, e nemmeno piegare il collo. Lo faccio per evitare che si dibattano e mi attacchino. Adesso taglierò la pancia di questo gatto con un coltello, ne estrarrò il cuore ancora pulsante e gli taglierò la testa. Lo farò qui davanti a te. Scorrerà molto sangue. E il gatto proverà un dolore atroce. Se ti tagliassero la pancia e ti estraessero il cuore soffriresti, no? Per il gatto è lo stesso. Non può non soffrire. Mi fa pena, sai. Non sono mica un sadico senza pietà. Ma non c’è niente da fare. Devono soffrire. Anche questa è una regola, un’ altra ancora. Qui, come vedi, siamo pieni di regole!
Cosi dicendo Johnnie Walker strizzò l’occhio a Nakata.
– Ma il lavoro è lavoro, e una missione è una missione. Li eliminerò in ordine, a uno a uno, finendo con Goma. Siccome ci vorrà un po’ di tempo, fino a quel punto potresti anche deciderti. O io uccido i gatti, oppure tu uccidi me: una delle due.
Johnnie Walker stese sulla scrivania il gatto ancora inerte. Poi apri un cassetto e tirò fuori, con entrambe le mani, un grande involto nero. Spiegò con cura la stoffa e mise sulla scrivania gli oggetti che vi erano arrotolati: una piccola sega circolare, alcuni bisturi di varie misure e un grande coltello. Tutte le lame mandavano riflessi bianchi e scintillanti come se fossero appena state affilate.
Johnnie Walker esaminò a uno a uno questi attrezzi, quasi con tenerezza, disponendoli in fila. Poi, da un altro cassetto tirò fuori alcuni piatti di metallo che mise anch’essi sulla scrivania, come seguendo un ordine preciso. Infine prese una grande busta nera di plastica per la spazzatura. Per tutto il tempo non smise mai di fischiettare Heigh-Ho.
– In ogni cosa, caro Nakata, è necessario seguire un ordine, – disse Johnnie Walker. – Guardare troppo lontano è un errore. Se uno guarda lontano, non vede quello che ha davanti ai piedi, e finisce per inciampare. Ma anche concentrarsi troppo sui piccoli dettagli che si hanno sotto il naso non va bene. Se non si guarda un po’ oltre, si va a sbattere contro qualcosa. Perciò è meglio sbrigare le proprie faccende guardando davanti a sé quanto basta, e seguendo l’ordine stabilito passo dopo passo. Questo, in tutte le cose, è il punto fondamentale.
Johnnie Walker socchiuse gli occhi e per un po’ accarezzò affettuosamente la testa del gatto. Poi fece scorrere la punta del!’indice contro il suo ventre morbido, su e giu. Nella destra prese un bisturi e, senza alcun preavviso e con assoluta decisione, incise la pancia di quel giovane gatto con un taglio dritto e longitudinale. Fu questione di un attimo. Il ventre si apri e dalla ferita sgorgarono le interiora rosse e sanguinanti. Il gatto apri la bocca per urlare, ma non ne usci quasi suono, probabilmente a causa della lingua paralizzata. Sembrava non potesse nemmeno aprire del tutto la bocca. Ma gli occhi, su questo non c’era alcun dubbio, erano contorti da un dolore lacerante. Nakata poteva immaginare quanto dovesse essere atroce quel dolore. Subito dopo, come a scoppio ritardato, cominciò a uscire a fiotti il sangue, bagnando le mani di Johnnie Walker e schizzando sul suo gilè. Ma lui sembrò non farci il minimo caso. Fischiettando Heigh-Ho infilò una mano nel corpo del gatto e con un piccolo bisturi gli estrasse abilmente il cuore. Il cuore era piccolo, e sembrava battere ancora. Posò quel piccolo cuore pulsante sul palmo della mano e la tese verso Nakata per farglielo vedere.
– Ecco, questo è il cuore. Ancora si muove, guarda!
Johnnie Walker, dopo aver mostrato per alcuni istanti il cuore a Nakata, come se fosse stata la cosa piu naturale del mondo, se lo infilò in bocca. Poi cominciò a masticarlo lentamente, in silenzio, per molto tempo, come a gustarne fino in fondo il sapore.
Nei suoi occhi si leggeva la pura felicità di un bambino che mangia un dolce appena sfornato. Quindi si pulì col dorso della mano il sangue attorno alla bocca, e si leccò con cura le labbra con la punta della lingua.
– Tiepido e fragrante. Si muove ancora in bocca, – disse.
Nakata assisteva alla scena incapace di articolare parola. Non riusciva nemmeno a distogliere lo sguardo. Aveva una strana sensazione, come se nella sua testa qualcosa cominciasse a muoversi.
L’odore del sangue appena versato riempiva la stanza.
Johnnie Walker, fischiettando Heigh-Ho, tagliò la testa del gatto con la sega circolare. I denti della lama tagliarono l’osso producendo un rumore stridente. Si vedeva che era un gesto per lui abituale. L’osso non era particolarmente spesso, e l’operazione non richiese molto tempo, ma il suono era stranamente grave. Prese la testa tagliata e la depose amorevolmente sul piatto di metallo. La allontanò un po’ da sé, e per qualche istante la guardò socchiudendo gli occhi, come se ammirasse un’ opera d’arte. Smise brevemente di fischiettare per togliersi con l’unghia qualcosa che gli si era incastrato fra i denti, si rimise in bocca quel pezzetto e lo assaporò con attenzione. Quindi schioccò la lingua soddisfatto e ingoiò. Infine apri il sacco nero per la spazzatura e vi gettò dentro senza cerimonie il corpo del gatto al quale aveva tagliato la testa ed estratto il cuore.
– Fuori uno! – esclamò Johnnie Walker, tendendo le mani sporche di sangue verso Nakata. – Hai visto che lavoraccio? Certo, per mangiare un cuore fresco e vigoroso ne vale la pena, ma sporcarsi cosi di sangue ogni volta è una cosa che non sopporto. «No, questa mia mano, piuttosto, tingerà mari e oceani di porpora, e l’azzurro diventerà rosso… », diceva Macbeth. Mah, non saremo a questo livello, però ti assicuro che il conto della lavanderia non è uno scherzo. Sai, sono vestiti particolari. Pensa come sarebbe comodo se potessi indossare un camice da chirurgo e dei guanti, ma non mi è concesso. Un’altra delle tante regole.
Nakata restava in silenzio. Qualcosa nella sua testa continuava a muoversi. Sentiva l’odore del sangue. Nelle orecchie gli decheggiava la melodia di Heigh-Ho.
Johnnie Walker tirò fuori dalla borsa il gatto successivo. Un gatto bianco, femmina. Non era tanto giovane. Aveva la coda leggermente storta in punta. Come prima, Johnnie Walker iniziò accarezzandole la testa. Poi col dito le tracciò lentamente sul corpo una linea immaginaria che dalla gola, correndo dritta lungo il ventre, arrivava all’attaccatura della coda. Quindi prese il bisturi e, come prima, fece un unico rapido taglio. Ogni cosa si ripeté allo stesso modo. L’urlo muto. Lo spasmo per tutto il corpo. La fuoriuscita delle budella. L’estrazione del cuore ancora pulsante, la mano tesa a mostrarlo a Nakata, il gesto di infilarselo in bocca. La lunga degustazione. Il sorriso soddisfatto. Il dorso della mano che puliva il sangue dalle labbra. La canzoncina dei sette nani.
Nakata sprofondò nella sedia, chiuse gli occhi e si prese la testa fra le mani, conficcando le dita nelle tempie. Senza dubbio qualcosa aveva cominciato a montargli dentro. Una violenta confusione si era impossessata di lui, sconvolgendo la sua stessa struttura fisica. Senza che se ne rendesse conto il suo respiro si era fatto piu rapido, un forte dolore gli perforava la nuca e tutto ciò che vedeva gli appariva deformato.
– Nakata, Nakata… – disse Johnnie Walker divertito. – Cosi non va! Proprio ora che viene il bello. Questa era solo l’ouverture.
D’ora in avanti ci sarà una parata dei tuoi beniamini. Devi guardare tutto con gli occhi bene aperti. Il vero spettacolo sta per cominciare. Guarda che ce l’ho messa tutta per mettere su uno show come si deve. Mi auguro che tu lo apprezzi.
Fischiettando Heigh-Ho tirò fuori il gatto successivo. Era il signor Kawamura. Kawamura guardò dritto negli occhi Nakata, e Nakata guardò lui. Ma non riusciva a pensare a nulla. Non riuscì nemmeno ad alzarsi.
– Penso che le presentazioni non siano necessarie, – disse Johnnie Walker. – Ma per sicurezza le farò comunque secondo l’etichetta. Il signor Kawamura, il signor Nakata. E un onore per me celebrare questo incontro.
Con gesto teatrale, Johnnie Walker sollevò leggermente il cappello in segno di omaggio, prima verso Nakata, poi verso Kawamura.
– E adesso, dopo questo saluto, dobbiamo già passare agli addii. Hello, goodbye… La vita è fragile come fiori nella tempesta, è solo un susseguirsi di addii… e potrei continuare, – disse Johnnie Walker, e con la punta del dito accarezzò il morbido ventre di Kawamura. Fu un gesto tenero e gentile. – Se vuoi fermarmi, devi farlo adesso, Nakata. Se vuoi fermarmi, questo è il momento. Il tempo vola, e Johnnie Walker non ha esitazioni. Nel vocabolario di Johnnie Walker, la parola esitazione non esiste.
E Johnnie Walker, invero senza la minima esitazione, tagliò il ventre di Kawamura. Il suo urlo si senti distintamente. Forse la sua lingua non era del tutto paralizzata. O forse era stato un urlo che solo l’orecchio di Nakata poteva distinguere. Fu un urlo lacerante, da ghiacciare il sangue. Nakata chiuse gli occhi e si prese la testa tra le mani. Si accorse che le sue mani erano scosse da un tremito incontrollabile.
– Non devi chiudere gli occhi, – disse seccamente Johnnie Walker. – Anche questa è una regola. Non è permesso chiudere gli occhi. Tanto, non serve a migliorare nulla. Non è che chiudendo gli occhi si spenga qualcosa. Anzi, se lo fai, quando li riaprirai nel frattempo le cose saranno decisamente peggiorate. Questo è il mondo in cui viviamo, Nakata. Devi tenere gli occhi bene aperti. Chiudere gli occhi è da rammolliti. Evitare di guardare in faccia la realtà è da codardi. Mentre tu tieni gli occhi chiusi e ti tappi le orecchie, il tempo avanza. Tic-toc-tic-toc.
Nakata obbedi: apri gli occhi. Quando fu sicuro che l’altro lo stesse guardando, Johnnie Walker mangiò con ostentazione il cuore di Kawamura. Piu lentamente di prima, e con ancora piu gusto.
– Morbido, caldo, come il fegato di un’anguilla freschissima, – commentò Johnnie Walker. Si infilò in bocca il dito insanguinato, lo leccò, quindi lo tirò fuori e lo sollevò in aria. – Una volta che assaggi questo sapore, non puoi piu rinunciarvi. E un gusto che non si dimentica. In particolare questa consistenza vischiosa del sangue: è di una prelibatezza indescrivibile.
Pulì accuratamente con un panno il bisturi insanguinato e, fischiettando Heigh-Ho, recise la testa di Kawamura con la sega circolare. I suoi dentini minuti tagliarono l’osso. Il sangue schizzò tutt’intorno.
– La prego, signor Johnnie Walker. Nakata non ce la fa piu.
Johnnie Walker smise di fischiettare. Posò la sega, si portò una mano a lato del viso e si grattò pensosamente l’orecchio.
– No, caro Nakata, cosi non ci siamo. Cosa sono questi turbamenti? Mi dispiace per te, ma cosa ti aspetti, che dica «Certo, come vuoi» e molli tutto? Te l’ho già detto: questa è una guerra! E una volta che una guerra è iniziata, non è mica facile interromperla. Una volta che si è sfoderata la spada, il sangue deve scorrere. Questa, non è logica, o razionalità, e non è nemmeno un mio capriccio. E semplicemente una regola. Perciò, se non vuoi che siano uccisi altri gatti, l’unica cosa che puoi fare è uccidere me. Alzarti e, armato del tuo pregiudizio contro di me, ammazzarmi con un colpo solo. E farlo adesso! Cosi finirà tutto. Punto.
Fischiettando, Johnnie Walker terminò di segare la testa di Kawamura, quindi con noncuranza gettò il corpo decapitato nella busta della spazzatura. Adesso sul piatto di metallo le teste di gatto erano diventate tre. Le loro facce non mostravano le atroci sofferenze che avevano patito. Come quelle dei gatti conservati nel congelatore, erano tutte stranamente prive di espressione.
– E adesso ecco a voi… un siamese!
Cosi dicendo Johnnie Walker tirò fuori dalla borsa un siamese dal corpo inerte. Naturalmente era Mimì.
– Ma guarda chi c’è… Mi chiamano Mimì. Un omaggio a Puccini! Devo dire che questa gatta incarna davvero l’atmosfera di elegante coquetterie di quell’opera. Anch’io ho una passione per Puccini. Le sue opere possiedono… come definirla? Un’eterna atemporalità. Hanno qualcosa di popolare, ne convengo, ma stranamente non invecchiano. Dal punto di vista artistico, trovo che sia un risultato straordinario.
Johnnie Walker fischiettò la melodia di Mi chiamano Mimì.
– Non ti dico, caro Nakata, gli sforzi che mi è costato catturare questa gatta. Astuta, circospetta, pensa e si muove con rapidità fulminea. Non è una da cadere facilmente in trappola. Un obiettivo quasi impossibile da raggiungere. Ma il gatto capace di sfuggire alle grinfie del grande Johnnie Walker, il piu celebre assassino di gatti di tutti i tempi, deve ancora nascere. Guarda che non lo dico per vantarmi! Ti sto solo dicendo le cose come stanno, e cioè che catturarla mi è costata una gran fatica. Però alla fine… voilà: Mimì, una tua vecchia conoscenza. E ti sorprenderà ma io ho un debole per i siamesi. Forse non lo sai, ma il loro cuoricino è una vera delizia. Che dico, una prelibatezza. Niente da invidiare ai tartufi. Tranquilla, cara Mimì. Puoi star certa che Johnnie Walker mangerà il tuo bel cuoricino tiepido apprezzandolo come merita. Ma sentilo, come batte forte!
– Signor Johnnie Walker, – disse Nakata, riuscendo a stento a tirar fuori la voce. – La prego, la smetta. Se continua ancora, Nakata impazzirà. Nakata ha già l’impressione di non essere piu lui.
Johnnie Walker posò Mimì sulla scrivania, e come già aveva fatto con gli altri, le fece scivolare il dito lungo la pancia.
– Tu non sei piu tu, – disse, con voce calma, come assaporando quelle parole con la lingua. – E’ una cosa della massima importanza, Nakata, quando una persona non è piu lei.
Johnnie Walker prese dalla scrivania un bisturi nuovo, che non aveva ancora usato, e passò l’indice contro la lama per verificare che fosse ben affilata. Poi, come per provarla, si tagliò leggermente il dorso della mano. Dopo pochi istanti, cominciò a scorrere il sangue, gocciolando sulla scrivania, e anche sul corpo di Mimì. Johnnie Walker rise sotto i baffi. – Una persona non è piu lei, – ripeté. – Tu non sei piu tu. È così, Nakata. Ma è splendido! E una cosa di primaria importanza. «Ah, la mia mente è una tana di scorpioni!» E ancora Macbeth.
Nakata si alzò dalla sedia in silenzio. Nessuno, nemmeno lui, poteva fermarlo. Avanzò a larghi passi, e con decisione prese un coltello dalla scrivania. Era un coltello grande, simile a quelli per tagliare le bistecche. Nakata ne strinse l’impugnatura di legno e senza nessuna esitazione ne affondò in profondità la lama nel petto di Johnnie Walker. Dopo averglielo conficcato nella carne attraverso il gilè nero, lo estrasse, e di nuovo con tutte le sue forze glielo affondò in un punto diverso del petto. In quel momento senti un forte rumore. All’inizio Nakata non capì che rumore fosse. Poi comprese che era la stridula risata di Johnnie Walker. Nonostante il coltello che aveva piantato in profondità nella carne, e il sangue che ne scorreva, continuava a ridere a crepapelle.
– Ecco, bravo, così! – gridava Johnnie Walker. – Mi hai colpito senza esitare un attimo. Un’azione davvero ammirevole.
Mentre cadeva, continuava a ridere. Ahahahahahah. Rideva forte, incapace di contenersi, come per qualcosa di esilarante. Ma infine il suo riso si trasformò in una specie di singhiozzo di pianto, il sangue gli salì dalla gola e ci fu un rumore come di un tubo d’acqua che viene sturato di botto. Allora il suo corpo fu attraversato da uno spasmo violento, e improvvisamente il sangue cominciò a uscirgli a fiotti dalla bocca. Insieme al sangue, sputò dei grumi neri e vischiosi. Erano i cuori dei gatti che aveva appena masticato.
Il sangue si riversò sulla scrivania, colpendo anche il pullover di Nakata. Sia lui che Johnnie Walker erano completamente imbrattati di sangue. Anche Mimì, stesa sul tavolo, ne era ricoperta. Poi di colpo Nakata si accorse che Johnnie Walker giaceva morto ai suoi piedi. Era riverso su un fianco, raggomitolato su se stesso come un bambino in una notte fredda, ed era inequivocabilmente morto. La mano sinistra era premuta contro la gola, e la destra era tesa in avanti, come se volesse cercare qualcosa. Gli spasmi erano cessati, e naturalmente anche quella sua risata sonora si era spenta. Ma ancora sulle sue labbra indugiava l’ombra di un sorriso sardonico, che sembrava dovesse restargli stampato sul viso in eterno. Sul parquet si era formata una pozza di sangue, e il cappello a cilindro, che quando si era accasciato a terra gli era caduto dalla testa, era rotolato in un angolo della stanza. Sulla nuca i capelli di Johnnie Walker erano radi, e lasciavano vedere la pelle.
Senza il cappello, appariva molto piu vecchio, e piu debole.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'