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Tom Franklin – Alabama blues (Sartorio)

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Il Sud degli Stati Uniti rappresenta una vera miniera d’oro per la letteratura a stelle e strisce: Faulkner, Truman Capote, Carson McCullers, Flannery O’Connor, Tennessee Williams.

Il Sud degli Stati Uniti rappresenta una vera miniera d’oro per la letteratura a stelle e strisce: Faulkner, Truman Capote, Carson McCullers, Flannery O’Connor, Tennessee Williams. La scrittura di Tom Franklin si inscrive all’interno di questa straordinaria tradizione. È soprattutto la natura la protagonista dei suoi racconti (Alabama blues, traduzione di Flavio Santi, Sartorio, pp. 219, € 14). Una natura, per molti versi, ancora primordiale, labirintica, dentro la quale si muovono i suoi personaggi, che, alla stregua di moderni minotauri, sono alla ricerca di una luce, di un punto di fuga salvifico. È la stessa ricerca che pervade la scrittura di Franklin, la cui esperienza di cacciatore evocata nella splendida introduzione iniziale (Gli anni della caccia) può essere letta come un’esplicita dichiarazione di poetica: cos’è, infatti, la scrittura se non l’immersione dentro le viscere sanguinanti della nostra esistenza?

Alabama del sud: appollaiato sul traliccio di un ponte ferroviario guardo l’acqua color caffè del Blowout, una buca dove adoravo andare a pesca da ragazzo. Sono gli ultimi giorni di dicembre, fa freddo. Un ventaccio sferza la superficie, creando mulinelli di foglie morte e facendo ondeggiare le alte stiance brune sulla riva. Lontane, alle mie spalle, le foreste sono silenziose, cipressi delle paludi con le loro radici acquatiche, folti rampicanti, la tana abbandonata di un castoro. Le poiane volteggiano sopra la mia testa, macchie scure sullo sfondo di una grigia nuvolaglia. Una volta su quel traliccio io e mio fratello Jeff, armati di sole canne da pesca, sentimmo il ruggito di un puma. Un verso impossibile da dimenticare, simile al grido di una pazza. Dopo quel fatto portavamo sempre dei fucili quando andavamo a pesca. Oggi però sono disarmato e l’unico rumore è il gemito sibilante dei bulldozer e dei camion su una nuova strada per il trasporto del legname a un quarto di miglio da qua.
Ho lasciato il sud quattro anni fa, a trent’anni, per frequentare una scuola di specializzazione a Fayetteville, nell’Arkansas: laggiù in mezzo a yankee nordici trapiantati e gente dell’Ovest ho capito quanto ero stato fortunato a crescere qua nelle foreste del sud tra bracconieri e cantastorie. Lo so che per la maggior parte della gente l’Arkansas è il sud, ma non è il mio sud. Il mio sud – l’unico che non ho potuto eliminare dal mio sangue o dalla mia mente, il sud dove si svolgono le storie che seguono – è l’Alabama del sud, lussureggiante di vegetazione e traboccante di morte, con le contee boscose tra i fiumi Alabama e Tombigbee.
Ieri alle cinque di mattina ho lasciato Fayetteville e ho percorso settecento miglia a sud, diretto alla nuova casa dei miei a Mobile, e stamattina mi sono alzato presto e, passata la cava di sabbia e gli impianti chimici dove ho lavorato a vent’anni, ho guidato altre due ore verso Dickinson, la cittadina dove ho vissuto fino a diciotto anni. È una piccola località, un emporio (ora chiuso) nello stesso edificio dell’ufficio postale, un cimitero invaso di kudzu, dei binari di ferrovia. Sto finendo un racconto ambientato in questi boschi: un uomo viene ucciso esattamente sotto a dove mi trovo io adesso; sono qua per cercare i dettagli del paesaggio, i particolari che potrei aver dimenticato.
Per raggiungere il Blowout mi sono addentrato per mezzo miglio in una pineta che dodici anni fa era stata uno dei campi di granoturco di famiglia. Il posto è diventato irriconoscibile. Ho camminato ancora per mezzo miglio lungo la nuova strada per il trasporto del legname, poi mi sono inerpicato sui binari. Folti boschi su entrambi i lati, muraglie miste di rovi e alberi, scuri pesci volpe che guizzano invisibili come qualcosa che mi pedinava. Mio padre, le zie e gli zii erano proprietari di questa terra. Era nostra. Prima di morire mio nonno ha diviso circa seicento ettari tra i suoi cinque figli. Si aspettava che restassero in famiglia, invece pian piano sono stati venduti per il legname o per la caccia. Oggi non abbiamo più niente.
Sto per andarmene quando mi accorgo che qualcosa di grosso, a una cinquantina di metri al di sotto dei binari, si fa largo tra gli alberi. Per un attimo rivivo lo shock che provavo alla vista di un cervo: stavolta si tratta di un cacciatore. Vedo che mi fissa, si arrampica sui binari, in questa direzione. Visto che sono vissuto da queste parti diciotto anni, mi aspetto di conoscerlo e per un momento mi sento un idiota: ma che ci faccio io qua sul Blowout, durante la stagione della caccia, senza un fucile?
È una sensazione familiare questo fiotto di senso di colpa: nella mia adolescenza un ragazzo che non cacciava era bollato come una mammoletta. Per una qualche ragione non ho mai avuto il desiderio di uccidere, solo che non avevo il fegato di dirlo. Così facevo quello che ci si aspettava da me: la domenica e il mercoledì sera andavo a messa, rispondevo “sissignora” e “nossignore” a quelli più anziani di me. E andavo a caccia.
Benché odiassi (e odi a tutt’oggi) svegliarmi presto, mi alzavo alle quattro di mattina. Benché odiassi il freddo, mi avventuravo per le foreste gelate, inerpicandomi fino a uno dei capanni di famiglia o appostandomi alla base di una grossa e florida quercia, il che vuol dire semplicemente aspettare che un maschio ti passi vicino per sparargli. E dal momento che andavo a caccia per le ragioni sbagliate, preoccupato che mio padre, mio fratello e gli zii scoprissero a che gioco giocavo, diventai il più solerte cacciatore della famiglia.
Ero quello che si svegliava per primo la mattina e tirava giù dal letto Jeff. Il primo a raggiungere i binari, quando salivamo la collina rocciosa e avanzavamo lentamente alla volta del Blowout, il nostro punto di biforcazione. Quelle mattine, le stelle ancora visibili, troppo buio per vedere i nostri respiri, le traversine scricchiolanti sotto gli stivali, io il più impassibile nella camminata, tenevo contro il petto la mia doppietta calibro 16, il pollice scoperto sulla sicura e l’indice sinistro sul primo dei due grilletti. Giunti al Blowout, io, senza proferire verbo, avrei preso a sinistra, Jeff a destra. Sarei sceso lentamente tra il rotolio dei ciottoli, ogni rumore amplificato nella mattina silenziosa, con passo cauto sulle pozzanghere ghiacciate, in mezzo agli alberi bui.
Nei boschi le stelle sparivano da sopra la testa come grattate via, e io portavo timidamente la mano davanti al viso per cercare a tentoni i rovi, le lacrime agli occhi per il freddo. Inoltratomi a sufficienza, cercavo un albero per sedermi sotto, tremebondo e miserabile, con la mente alle storie che volevo scrivere, sperando di sparare a qualcosa. Perché a sedici anni non avevo mai ucciso un cervo, il che tecnicamente faceva di me ancora una mammoletta.

Quando Jeff uccise il suo primo maschio, un bel paio di corna, io c’ero.
Anche se più giovane, mio fratello è sempre stato un tiratore molto più bravo di me. Per Natale avevo ricevuto il calibro 16 di papà, ma Jeff aveva spacchettato un Marlin 30-30 a leva. Il fatto che a diciotto anni continuassi a usare una doppietta non passò inosservato – il ragazzo con la mira più debole si becca sempre una doppietta perché la scarica dei suoi pallettoni garantisce maggiori possibilità di fare centro che non un singolo proiettile. Poco importava che il mio calibro 16 fosse un pezzo d’antiquariato, appartenuto a mio nonno, un raro Foxboro fatto a mano, con acciaio metallizzato Sterlingworth, un modello a canna doppia che si apriva dietro il calcio in noce. I proiettili vi scivolavano dentro e la culatta si chiudeva scattando soffice, un suono più di tessuto che di metallo. Un’arma che si può smontare – canna, impugnatura per l’avambraccio, calcio – e ricomporre in trenta secondi. Un fucile del valore di oltre duemila dollari. Eppure nei boschi me ne vergognavo.
Il giorno dell’apertura della caccia al cervo il liceo era chiuso e quella prima mattina del 1980 io e Jeff eravamo l’uno di fronte all’altro nelle rispettive postazioni sugli alberi – piccole seggiole sistemate in modo da dominare un vasto campo dove i cervi venivano a pascolare – e dalla mia vedevo mio fratello prendermi di mira con il mirino del fucile. Me ne stavo rigido, in silenzio, in attesa del cervo, mentre a un centinaio di metri da me Jeff mi faceva dei gestacci. Alzò il dito medio. Pisciò dalla sua postazione, per ben due volte. Sbadigliò. Dormì. Intanto il tempo passava e io me ne stavo immobile – non avevo l’istinto di Jeff che gli diceva quando essere pronto e quando riposarsi finché non veniva il momento di alzare il fucile e prendere la mira. Iniziò il formicolio agli arti, il sangue nelle vene prese a rallentare come un torrente che si ghiaccia. A forza di non sbattere le palpebre da molto tempo, la vista dei boschi divenne sfocata, iniziai a sentire che ero parte di loro, gli alberi e le foglie mandavano un’eco ronzante, persero il loro profilo affilato, il ronzio cresceva come un calabrone dentro la mia testa, per un attimo rimasi sospeso lì, il centro di qualcosa, vedevo con le orecchie, sentivo con gli occhi, il mondo intorno era un tangibile bagliore chiazzato di rumori. Poi ripresi a sbattere le palpebre.
Poi dal campo giunse il fragore del colpo di mio fratello.

Da allora ho sempre insistito per stare nella postazione fortunata di Jeff. Un anno dopo, agli inizi della stagione dell’81, il calibro 16 in grembo, ero lì in attesa. Teso. Era il crepuscolo e come al solito la speranza stava scemando. Sembravo un fanatico: andavo a caccia una o due volte al giorno. Non portavo più libri con me. Avevo visto un maschio e mi era sfuggita una femmina, la leggendaria febbre da caccia mi reclamava con violenti assalti, la canna tremava, i denti battevano.
Ora, nella postazione fortunata, non mi accorsi del cervo che pascolava nel campo. Una cosa del genere capita di rado: è già tanto se si fanno appena intravedere. E se è un maschio, come quello, noti innanzi tutto le corna, niente al mondo è così liscio e affilato, non sono ossi ma vasi sanguigni seccati e duri come roccia. Sollevai nervosamente il fucile, con grande lentezza, il pollice sulla sicura, l’animale a meno di venti metri da dove stavo io tremante.
Presi la mira, il sangue nelle orecchie pulsava, e sparai.
Non sentii il rinculo.
Il cervo alzò la testa e continuò a ruminare. Le corna sembravano perdersi nell’aria mentre la bestia si guardava intorno, perplessa sulla provenienza del colpo. A un certo punto mi ricordai che c’era l’altra canna, così premetti di nuovo il grilletto, finché non mi accorsi che era il secondo il grilletto da premere. Quando sparai il cervo si piegò, si riprese e sparì, rimpiazzato dal rumore di qualcosa che si trascinava tra il fogliame morto dietro di me, un suono penoso che riecheggiava per il fossato.
Dall’altra parte del campo la voce di Jeff: “Preso qualcosa?”.
Scesi la scaletta, le mani mi tremavano. Arrivato a terra, feci una fatica maledetta ad aprire il fucile e le pallottole mi scivolarono di tasca. Una volta ricaricata l’arma, strisciai, quasi piangendo, fino al fossato.
Il cervo – grazie a Dio – era lì. Ancora vivo, ma a terra. Il fianco ferito profondamente e una zampa posteriore scossa dai tremori. Feci qualche passo in avanti e contai le punte: sei, sette, otto. Otto punte! Ciò che avrei dovuto fare adesso, e che papà e gli zii mi avevano inculcato, era avvicinarmi con prudenza, estrarre il coltello, tagliargli la gola e guardarlo morire dissanguato. Ma nella foga del momento me lo scordai completamente. Invece avanzai ancora. Ero a quasi un metro dal fianco colpito. Feci scattare la sicura, aprendola, misi un dito su ciascun grilletto, e li premetti insieme poggiando il fucile sull’anca.
Quella notte tutta la famiglia ammirò l’animale adagiato nel retro del pick-up di papà, gli occhi neri diventati opachi. È tradizione strofinare del sangue sul viso di un ragazzo quando uccide il suo primo cervo, ma papà mi impartì una lezione. Avevo sparato così male da rovinare molta carne. Il buco che avevo aperto sul fianco era abbastanza grande per infilarci la mia testa e papà si piazzò dietro di me e lo fece. Quando mi tirò fuori il collo, stavo quasi per vomitare, ma riuscii a trattenermi come un vero uomo. Allora tutti si raccolsero intorno a me, gli zii e Jeff mi diedero delle pacche sulla schiena, mamma e le zie mi abbracciarono, cercando di non macchiarsi le camicette.
Quando racconto questa storia finisco precisando che soltanto il sì di Beth Ann alla mia proposta di matrimonio in un caldo pomeriggio parigino a base di vino e formaggio mi ha dato un’emozione più forte di quella provata quella notte. Mentre papà mi guidava nella pulitura dell’animale, che stavamo scuoiando eliminando i piccoli residui bianchi di grasso, si avvicinò mio cugino di diciotto anni. Alla vista della cavità insanguinata e svuotata del cervo barcollò all’indietro, in preda ai conati. Papà mi lanciò un’occhiata e iniziammo a tranciare la carne rossa. La mia faccia e il mio collo grondavano ancora sangue, i capelli ne erano impiastricciati.

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