Condividi su facebook
Condividi su twitter

Nodo scorsoio

di

Data

Non avrei saputo dire che cosa alla fine ci infuse il coraggio. Forse la luce d’aprile che pioveva sulle piastre di cemento del cortile

Non avrei saputo dire che cosa alla fine ci infuse il coraggio. Forse la luce d’aprile che pioveva sulle piastre di cemento del cortile, forse le grida lontane degli altri bambini che aggrappati alla rete scrutavano le madri assorte nella passeggiata mattutina sul lungofiume, le ruote dei passeggini che graffiavano la ghiaia, gli abiti gonfiati come corolle dal vento. Forse fu il malinconico cigolio delle altalene vuote, o il muto trascorrerci negli occhi di un tempo irrevocabile. Quello che io e Monica chiamavamo il giardino germogliava, selvaggio ed enigmatico, al centro del cortile dell’asilo. Ai bambini era proibito inoltrarvisi ed essi in effetti lo ignoravano, tranne noi due che ci fermavamo spesso a metà di un gioco per volgerci con un brivido verso quel rettangolo di erbe spinose e cespugli intricati. Era un fruscio quello che udivamo o il tonfo sordo di una pietra inghiottita da una palude segreta? Quel giorno l’avremmo scoperto.
Io e Monica ci prendemmo per mano e scostando gli steli altissimi e ribelli ci inoltrammo nel verde. Il terreno, coperto di fango e zolle d’erba, era cedevole. Barcollavamo, seguendo un cespuglio che si incurvava a spirale trascinandoci nel folto. Il giardino non sembrava così grande dall’esterno. Più ci inoltravamo, più il giorno moriva. Il buio verde e arcano odorava di linfa e putrefazione. Il cespuglio finiva in uno spiazzo dove la luce filtrava appena. Semisepolta tra l’erba c’era una vecchia vasca da bagno abbandonata, la ceramica incrinata e sporca, i piedi a zampa di leone mutilati dal tempo. Davanti a lei, coperta di muschio, c’era una rana di pietra, la gola spalancata e muta. Ci guardammo intorno. Il silenzio vegetale sembrava celare l’imminenza di una vita brada e feroce. Poi una voce maschile, rauca e imperiosa ci gelò il sangue. “Cosa state facendo qui?” fu tutto quello che riuscimmo a udire mentre correvamo via, inciampando nei viluppi di radici e schizzandoci i grembiuli di fango. Fummo fuori: ci accolsero risate e cantilene. Gli altri bambini intorno erano immersi nei loro giochi. Ci guardammo i volti pallidi, nascondemmo le mani sudice e tremanti. Alle nostre spalle l’erba si era richiusa senza varchi.

“Giardino? Quale giardino?”. La mia maestra d’asilo era felice di quella visita inaspettata. Erano passati trent’anni e lei, ormai prossima alla pensione, sorrideva di fronte al mio stupore nello scoprire che il grande pendio con i suoi faggi incombenti era un modesto rilievo del terreno e la giostra che ruotando ci faceva sentire l’ebbrezza della vertigine niente più che un ammennicolo da casa di bambole. Molte cose erano cambiate, su quel punto però la sua certezza non ammetteva obiezioni: “Non c’è mai stato nessun giardino. Come avrebbe potuto crescere dal cemento? E nessun uomo è mai entrato qui, a parte gli addetti alle pulizie che ripulivano il cortile, ma solo la domenica, quando voi non c’eravate. E una vasca abbandonata? In un posto frequentato da bambini?” Mi mise una mano sulla spalla. Ero molto più alta di lei, ormai. “La memoria infantile inganna. La fantasia genera falsi ricordi. Noi che ogni giorno ascoltiamo i racconti strampalati dei bambini lo sappiamo bene. Non pensarci più.”

“Le piacerebbe visitare il mio giardino?” L’invito giunse inaspettato. Avevo appena finito la mia conferenza sul fantastico nella letteratura quando quell’uomo dal pubblico mi aveva seguito e con la scusa di una copia autografata del mio libro aveva finito per sequestrarmi con la mirabolante e inesausta narrazione degli episodi più surreali della sua vita. Lo scopo, naturalmente, era quello di fornirmi materiale per nuovi racconti: ignorava ahimé quanto sterili siano, ai fini della creazione letteraria, le vite romanzesche. Perché si dovrebbe dare incerta espressione verbale a ciò che la vita ha già scritto mirabilmente intingendo la penna nel tempo? Ma la prospettiva di visitare uno di quegli splendidi giardini ricolmi di rose e magnolie che nella mia visita al paese avevo occhieggiato dietro gelose inferriate mi seduceva. Era un tiepido giorno d’aprile e le campagne del Monferrato erano rigogliose. Lontano rilucevano gli specchi d’acqua delle risaie e gli aironi cinerini vi sostavano immobili su zampe fragili e altere.
Il mio ospite mi indicava ogni vicolo e cantone, fonti anch’essi di aneddoti e memorie. Continuai a sorridere cortesemente anche mentre lui maneggiava la grossa serratura arrugginita e spostava delle reti appuntite per farmi passare: “Sa, è per non far fuggire le galline”. Oltre lo stretto corridoio d’erba che fiancheggiava la casa c’era il giardino. Non era forse il termine più consono. Si trattava di una foresta fitta cresciuta nella più totale anarchia e noncuranza. Una stradina di malcerte lastre di pietra scendeva serpeggiando nel buio. Le orecchie vellutate di due conigli apparvero e disparvero nell’ombra. Il terreno era fangoso e cercando di raggiungere il mio ospite, che mi precedeva a grandi falcate aureolato da un profluvio di parole, inciampai più volte in radici insidiose e finii per perdere un tacco inghiottito dalla terra nera e vorace. Volevo andarmene di lì, da quella cupola opprimente di rami ritorti, dal pullulare di foglie che toglieva il respiro, dal suolo che essudava umidità e calore. Mentre il mio ospite era intento a cercare le galline sciorinando l’etimologia fiabesca dei loro nomi, cercai di tornare sui miei passi. Non trovavo più la stradina, scivolai, mi smarrii, finché dinanzi a me apparve una radura. Nell’avara luce lesinata dalle fronde mi apparve una vecchia vasca da bagno abbandonata tra l’erba. Di fronte c’era una rana di pietra. La bocca era ancora spalancata in quel gracidio inudibile. Il muschio l’aveva quasi completamente divorata, le orbite degli occhi erano vuote. Restai lì paralizzata finché la voce rauca dell’uomo mi fece sussultare: “Cosa sta facendo qui? L’uscita è dall’altra parte!”.
Mentre faceva scricchiolare la chiave nella serratura e bloccava la porta con due mattoni mi chiese premuroso. “È sicura di stare bene? Mi sembra pallida.” “No”, dissi, “non è nulla. Ora devo proprio andare.” Quando fui all’angolo della chiesa la sua voce mi raggiunse per un’ultima volta: “Signorina!”. Mi voltai. L’uomo stava agitando il braccio in segno di saluto. “Se scriverà un racconto fantastico sul mio giardino me lo faccia sapere.” “Certo”, dissi, e abbozzai un saluto anch’io. Solo allora risentii le voci della gente e lo stridio monotono delle ruote delle automobili che graffiavano la ghiaia. Il tempo riprese a scorrere con uno schiocco di luce, come se una mano ignota avesse tirato i due capi del filo e sciolto un nodo scorsoio.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'