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I tiri di Kevin

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Quest’anno la finale NBA di basket torna ad essere, dopo più di vent’anni, Los Angeles Lakers contro Boston Celtics. Mi sono venute in mente delle cose…

Quest’anno la finale NBA di basket torna ad essere, dopo più di vent’anni, Los Angeles Lakers contro Boston Celtics. Mi sono venute in mente delle cose…

Negli anni Ottanta io ero un fan sfegatato della pallacanestro. Amavo la pallacanestro. Sognavo di fare il playmaker – potevo fare solo quello, vista la mia altezza (1,78) – in una squadra famosa. Girare intorno a quegli energumeni dei pivot, alti due metri, e ubriacarli con le mie finte, le aperture geniali, i passaggi spettacolari. E i tiri da tre punti. I tiri da fuori. Alzarmi in aria e schiaffare la palla proprio dentro il cesto. Alzarmi di nuovo in aria e sentire il soffio della palla che entra delicatamente nella rete e guardare gli occhi sbarrati dell’avversario che chiedono terrorizzati: “Un’altra volta?”. E poi farlo ancora e sentire quel suono melodioso, quella palla che entra dentro senza tentennamenti e ti fa credere che il mondo abbia finalmente un senso… Negli anni Ottanta guardavo in tv il campionato americano di pallacanestro, la NBA. C’era Guido Bagatta a fare il commentatore. A quel tempo la madre di tutte le sfide era Los Angeles Lakers contro Boston Celtics. La West coast contro l’East coast. Gli Eagles contro Springsteen. Bukowski contro Saul Bellow. Reagan contro Kennedy… Scusate, sto esagerando. Però quelle due squadre sembravano veramente appartenere a due mondi completamente diversi. I Lakers erano l’edonismo più sfrenato. Avevano dietro di loro la Mecca del cinema (con Jack Nicholson sempre in platea a fare un tifo forsennato), il sole delle spiagge, le belle donne. C’era Magic Johnson che sembrava nato con una palla di basket tra le mani. Il predestinato. E insieme a lui tutti gli altri. C’era l’inarrivabile Kareem Abdul-Jabbar, che ti frantumava le palle nell’area piccola. I Lakers erano puro Coltrane. Geniali e fantasiosi… Ma io facevo il tifo per i Celtics. Forse perché mi apparivano più umani, o forse perché sembravano tanto tristi e io amo alla follia le persone che sono tristi. E poi c’era il verde smeraldo delle loro maglie che mi faceva impazzire. C’era il pivot di Boston, il grandioso Robert Parish (detto “The Chief”, “il Capo” dal personaggio dell’enorme indiano muto di Qualcuno volò sul nido del cuculo) che ti dava l’idea di essere appena uscito da un romanzo di Steinbeck. Aveva una faccia, degli occhi e delle orecchie enormi. E un’espressione di sofferenza dipinta sul volto da far impressione. Sembrava portare il peso di tutte le ferite patite dai neri d’America durante la storia degli Stati Uniti… E poi nei Celtics c’era Larry Bird, uno dei pochi giocatori bianchi nella NBA che poteva stare al passo con quelli di colore. Amavo Larry Bird. Lo amavo perché ti faceva pensare a una delle tante canzoni di Springsteen. Sembrava essere appena uscito da dieci ore di lavoro in una fabbrica desolata del Nebraska o da una litigata con la sua donna in un malridotto bungalow dell’Arizona. Con la pancetta che si ritrovava e quei buffi baffi biondi sulla faccia non dava certo l’idea di essere un giocatore di basket. E invece era un fenomeno. Andava sulla linea dei tre punti, alzava le sue gambe storte da terra e bang. Centro. Una, due, tre, quattro volte di seguito. Una macchina da punti. Poteva fare canestro da ogni angolo del campo. Fenomenale. Un campione che magari dopo la partita avresti ritrovato in un pub sulla East Coast a farsi una bella pinta di birra… Oltre a Parish e Bird, c’era un altro giocatore dei Celtics che amavo. Kevin McHale. Giocatore alto e dinoccolato, gambe e braccia secchissime come gli alberi del New England in autunno. McHale era un fuoriclasse nell’area piccola. Le sue entrate erano devastanti. Soprattutto nei tiri che avevano come punto d’appoggio il tabellone. Kevin faceva sbattere la palla sul tabellone, prima di farla entrare in rete. Le sue mani erano dei compassi precisissimi. Ma come era arrivato Kevin ad avere quella precisione spietata nella lunetta affollata da bulldog enormi, che non aspettavano altro che spezzarti la schiena? Be’ Kevin non era certo un predestinato come Magic Johnson. Aveva un corpo enorme e sgraziato e poi, lui bianco, non possedeva l’elasticità dei giocatori di colore. Aveva però un dono formidabile. La costanza. Ogni santo pomeriggio che Dio faceva piovere sulla terra lui, dopo la scuola, si esercitava con i tiri al canestro che aveva nel piccolo cortile di casa. Tutti i pomeriggi, fino a che non era buio, mandava a sbattere la palla sul tabellone per farla entrare nel canestro. Tutti i pomeriggi, tutti i giorni dell’anno. Fino a quando la luce glielo permetteva. Per questo Kevin McHale era così devastante nei tiri da due… A volte quando cerco di scrivere un racconto o l’inizio di un romanzo, o studio recitazione, mi viene da pensare ai tiri di Kevin McHale. Per essere un artista devi avere una costanza infinita. Devi piazzarti ogni giorno su quella lunetta e fare i tuoi tiri. Senza distrarti, senza nient’altro a cui pensare, se non a piazzare la palla nel migliore dei modi. E poi ascoltare quel soffio soave che ti fa sentire vivo… Fino a quando c’è luce.

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