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Un treno fortunato

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Il gallo sta dentro un recinto di due metri per uno e il proprietario lo guarda e si volta verso Javier. Non ci sono altre persone intorno...

Il gallo sta dentro un recinto di due metri per uno e il proprietario lo guarda e si volta verso Javier. Non ci sono altre persone intorno, la fattoria è sepolta nel pomeriggio e un cane con le ossa che gli fuoriescono vaga per il piazzale.
Javier mette un piede sulla staccionata e la gamba smette di fargli male. La fronte gli si rasserena per pochi secondi. Poi l’uomo che gli sta accanto tira fuori il prezzo del gallo.
“Ha vinto cinque combattimenti. E’ una buona bestia. Non scendo sotto i tremila pesos”.
Javier guarda l’animale e l’altro si accende una sigaretta.
“Lo vedo che è un buon animale…altrimenti non sarei qui. E prima di me non sarebbe venuto quell’altro”.
“Tremila pesos e ti consiglio anche un buon allenatore”.
“Mi servono i soldi”.
“Be’ a tutti no? Se ne hai tremila questo qui te ne farà vincere cinque volte tanti solo al primo match”.
“Se solo la metà di quello che dici fosse vero già sarebbe una gran cosa”.
Da dietro la fattoria esce un uomo dalle profonde occhiaie e con una gamba zoppa, ha le labbra come insanguinate e il cranio lustro. Porta una cesta fatta di fil di ferro. Afferra il gallo e lo mette dentro. Poi si rialza e l’altro conta i soldi che Javier gli ha messo in mano.
“Lui è muto. Tratto io per lui”.
Il primo gallo che aveva comprato gli era costato trecento pesos e gli avevano promesso che gliene avrebbe fatti guadagnare almeno duemila. Al primo match in un baraccone lungo la statale un gallo del nord di Cuba gli aveva spezzato il collo.
Javier aveva comprato altri tre galli e poi gliene era capitato uno buono. Sette incontri sette vittorie. Il tizio da cui l’aveva comprato era morto pochi giorni dopo e non aveva voluto molti soldi. Era solo un vecchio aveva detto Javier al fratello.
E i vecchi non vogliono molto. Gli aveva risposto il fratello.
L’incontro decisivo era fissato per la settimana successiva in un baraccone a ovest di Cuba vicino Cienfuegos. Javer aveva caricato la vecchia Cadillac con il fratello e sul sedile posteriore aveva poggiato la gabbia col gallo comprato dal vecchio morto pochi giorni prima.
A cento cinquanta chilometri si erano fermati a fare benzina.
“Lo sai che se il gallo non è buono papà ci ammazza”.
“Servono anche a lui i soldi no?”.
“Si ma ci ammazza uguale”.
L’allenatore abita a sud dell’Havana in una catapecchia vicina Los Panicitos. Dietro in un piccolo ripostiglio ha sistemato una diecina di gabbie in cui tiene i galli che deve allenare.
Javier gli lascia il gallo e dice che deve combattere tra una settimana. Il vecchio lo guarda e appoggia una braccio al muro scalcinato della casa. Fissa per un po’ il ragazzo e guarda i suoi occhi azzurri.
“Mettilo a terra e fallo correre”.
Il gallo esce dalla gabbia e inizia a correre per il cortile sterrato. Il vecchio apre una gabbia e fa uscire un altro gallo. I due si studiano per pochi secondi, poi il gallo di Javier parte all’attacco e l’altro inizia a svolazzare lungo le mura di cinta.
“E’ un buon gallo”.
“L’ho pagato tremila pesos”.
“Non è stato un affare…”.
“Mi servono i soldi…mi sembra davvero un buon gallo”.
“Trecento trenta pesos per allenarlo”.
“Ha vinto cinque match prima di questo.. non è così messo male”.
“Con me ne vincerà dieci di fila e forse qualcosa in più”.
“L’ultimo mi è morto con tre fori al petto e aveva detto la stessa cosa l’allenatore”.
Javier tira fuori il pacchetto sgualcito dal taschino e ne sfila una sigaretta. Poi ne offre uno al vecchio che rifiuta e rimane a fissarlo.
“Va bene allenalo vecchio”.
Arrivati al baraccone avevano fatto scendere il gallo e l’avevano portato alla pesatura. Era un gallo snello e di mezza età. Poteva rientrare nella categoria due chili e trecento grammi.
Il fratello andò a iscriversi con un club dell’Havana. Bisogna stare per forza dentro un club. E’ il club che ti difende e ti appoggia. E’ il club che si prende il trenta per cento dell’incasso sulle vincite.
“Combattiamo contro uno di Santa Clara. Sei vittorie e una sconfitta”.
“Quanto ci giochiamo?”.
“Tu come te la senti?”.
“Mille…danno il nostro gallo a tre. Se vince sono tremila puliti…poi voglio sentire se papà a qualcosa da dire”.
Intorno all’arena c’erano cinquecento cubani che urlavano e sbavavano stringendo mazzette di pesos in mano. Durante ogni match la polvere si alzava e irritava gli occhi di quelli che occupavano le prime file. Ogni due incontri un gallo ne usciva fuori squartato o ritirato. Nelle gare dei galli si può gettare la spugna come nella boxe.
“E’ il nostro momento”.
Javier allacciò alle zampe due spunzoni di sette centimetri in acciaio. L’occhio dell’animale ruotava senza sosta e la cresta gli si era irrigidita sopra il cranio. Il becco sporgeva sinistro mostrando la piccola lingua ricoperta di una sostanza nerastra. Sembrava che già fiutasse la battaglia.
Il gallo di Santa Clara iniziò a ruotare in senso antiorario nell’arena. Il Gallo di Javier partì all’attacco beccando alcune penne. Prima un movimento brusco a destra, poi a sinistra e alla fine si azzuffarono. Le penne e la polvere si mischiavano con le grida dei cubani.
Ogni tanto si sentiva lo sferragliare del metallo.
Due minuti e il gallo di Javier era a terra con lo sterno perforato da tre fori. Le penne intorno erano bagnate, ma non si vedeva il sangue. L’altro gallo venne fatto uscire e il gallo di Javier venne messo in una busta di plastica insieme con altri galli.
Dopo una settimana Javier torna dall’allenatore con la gabbia di fil di ferro.
Le gabbie sono mezze piene e sul piazzale c’è un forte odore di escrementi. Un cane spelacchiato fiuta in mezzo a un secchione dell’immondizia e la moglie del vecchio gli tira delle pietre per farlo allontanare.
“E’ pronto…ma dopo il primo match non troverai facilmente qualcuno con cui far scontrare il gallo”.
“ Mi servono i soldi vecchio e qualcuno troveremo”.
“ Ha battuto tutti i galli che mi avevano dato da allenare credo che se avesse avuto modo li avrebbe uccisi”.
“Mettilo nella gabbia che lo porto via”.
Il baraccone è formato da una serie di bandoni in lamiera e legno. Tre gradinate seguono il perimetro della pista in sabbia. Il primo incontro è tra un gallo americano e uno di Camaguey. Il gallo americano si chiama Devil Inside, non ha mai perso.
Un tizio di mezza età dalle gradinate si mette a litigare con un ciccione e i due vengono scortati fuori da tre uomini che gestiscono il posto.
La bilancia si ferma a tre chili e due. Il tizio della pesatura quando annota sulla lavagna il nome del gallo dà di gomito al suo vicino e chiede a Javier:
“Come si chiama? Mi serve per l’iscrizione”.
“Un treno fortunato”.
Dopo un’ora le quotazioni sul cartellone rimangono basse e non c’è nessuno sfidante. Qualcuno ha messo in giro la voce che il gallo è forte. Il fratello di Javier ha la camicia sudata e continua a bere senza sosta. Ogni tanto sposta la testa e sputa a terra.
“Come ti è venuto in mente di chiamarlo treno fortunato? Che cavolo vuol dire?”.
“Che ci deve portare bene…che non abbiamo più un soldo e se non vinciamo non ci bastano nemmeno i soldi per tornare all’Havana.
“Ci moriamo qui…”.
“Datti pace”.
Devil Inside sconfigge due galli e li uccide, un omone che gestisce le scommesse lo fa entrare in un piccolo box ricavato con gli sportelli di quattro Buick. Una piccola folla ruota attorno all’americano che ha un sigaro in bocca e una prostituta nel braccio destro. Per lui è tutto un gioco e si fa fotografare da un amico come fosse un bel gioco.
“Senti c’è un tizio qui fuori che è pieno di soldi e non sa un cavolo di galli…Gli ho detto che il nostro gallo ha vinto a malapena l’ultimo incontro…non gli ho fatto capire che io già sapevo che il suo gallo è della stessa categoria del nostro”. Dice il fratello appesantito da alcune birre.
“Va bene combina…tre mila o va o va…”.
“Cazzo…forse ci danno a due e mezzo”.
Le scommesse vengono chiuse a due e sette.
Javier allaccia i due spunzoni sulle zampe dell’animale chiudendoli con una fibbia e gli incolla un piccolo rostro sul becco. Poi lo bacia sulla cresta.
Il fratello si mette lungo le barreras che dividono lo spazio della lotta. Entrano i due galli, hanno l’aria di essere affamati. Uno dei due parte e salta sopra al secondo. Il gallo di Javier fa una lieve torsione col collo e pianta uno spunzone all’addome; l’altro animale si fa indietro e colpisce col becco un’ ala di Treno Fortunato, allungando tutto il collo come un serpente.
I cubani urlano lungo le barreras.
L’altro gallo compie due balzi e prova battere le ali, ma sa di essere ferito a morte. Ha una macchia di polvere all’addome e un foro nero.
Treno Fortunato lo raggiunge e lo riempie di buchi come un sicario della mafia. Se lo mette sotto le zampe e lo artiglia continuando a infierire.
La pupilla del gallo a terra si dilata, la smette di battere le ali e gli occhi fissano il tetto del baraccone.
I trecento cubani applaudono lo spettacolo come tanti maiali assetati di sangue.
Un omone dai capelli neri si avvicina a i fratelli e gli dà una pacca sulla spalla.
“Vi spettano tot. Però io vi ci aggiungo tot.”.
Javier guarda l’uomo che ha appena perso il gallo. Il suo gallo invece viene ripreso dal fratello e messo nella gabbia di fil di ferro.
“Che cosa vuole in cambio?”.
“Voglio il vostro gallo…ora così com’è”.
L’uomo ha uno stomaco gonfio e la fronte rigata dal sudore. Mentre parla apre appena le labbra.
“Ha me servono i soldi”.
“E io te ne do un bel po’ per quel gallo”.
Javeir ripete la cifra e l’assapora un poco con la bocca. Quando il fratello riporta la gabbia gli fa segno di consegnarla all’uomo e di stringergli la mano. In qualche modo hanno vinto il biglietto di ritorno.

Ringrazio Javier per avermi raccontato questa storia mentre Babù mangiava la torta alla carota fatta da Ica.

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