Un tè nel nido di pietre con Leila Marzocchi

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Domenica scorsa (l’11 maggio), di ritorno da Torino, sono passato per Pistoia per l’inaugurazione della mostra di fumetti di Leila Marzocchi

Domenica scorsa (l’11 maggio), di ritorno da Torino, sono passato per Pistoia per l’inaugurazione della mostra di fumetti di Leila Marzocchi, presso Lo Spazio di Via dell’Ospizio, dove è possibile vedere delle tavole originali dell’autrice fino alla fine del mese. Per chi non la conoscesse la bolognese Leila Marzocchi è una delle più brave e accreditate disegnatrici di fumetto non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo (visto che i suoi lavori sono pubblicati in Giappone, Francia, Portogallo e Usa). Qui da noi tutti i suoi albi sono pubblicati dalla Coconino Press come “L’Enigma” e “Niger”, quest’ultima una storia divisa in quattro puntate di cui sta per uscire la terza. La sera prima l’inaugurazione, a riprova della sorprendente vitalità culturale dei pistoiesi, Lo Spazio di Via dell’Ospizio è stato animato da un concertino-aperitivo intitolato “Nidifughi” che ha sancito la nascita di un nuovo gruppo musicale underground (attori di questo angolo musicale e di questo matrimonio artistico sono stati Simone Caputo, Cristiano Coppi e Lorenzo Maffucci). Coordinatore dell’inaugurazione è stato Guido Armellini, professore di italiano a tutti i livelli e agitatore culturale, che ha dato vita a un dialogo-dibattito molto prolifico intorno ai suoi lavori. Molte sono state le domande sull’opera di questa artista, ma anche molti gli sprazzi di luce sulla sua poetica. L’opera spartiacque della produzione della Marzocchi è stato “L’Enigma”, in cui c’è l’abbozzo di quell’universo da cui è scaturito “Niger” e dal quale c’è stato il passaggio, come ha osservato giustamente Armellini, dal fantastico al fiabesco. Se prima infatti la Marzocchi era legata ancora a personaggi antropomorfi, al limite fantastici come la mummia che si aggira nella Londra di fine Ottocento, con “L’enigma” attinge a tutto un immaginario fiabesco diversificato e personale.

Protagonista della storia è un’arpia che deve risolvere un enigma di un perfido mago incenerito per guarirsi alcune fratture. I motivi sono oscuri, ma la storia è ambientata in un mondo paralizzato e sterile, un bosco bruciato dove la vita è assente. In aiuto dell’arpia accorrono diversi esserini come la radice Taxus, un barbagianni di nome Tyto Alpa, una civetta chiamata Athene e il più misterioso di tutti, il Compare, un ometto con delle ali finte che vive in un nido di pietra. Oltre a questi aiutanti, che si uniscono in numerose assemblee, sono molti i comprimari della fiaba e verso la fine appare anche il trascendente, la Mano di Fatima, come autorità superiore in un mondo anarchico e pre-culturale e anche lo Spirito del Bosco, un bambino che, mangiato dall’arpia, sarà lo spirito rigeneratore di questo mondo, chiudendo il cerchio perfettamente. Appare subito evidente che questo mondo di fiaba non è fatto per bambini: i vari registri del linguaggio e della narrazione provocano un senso di straniamento continuo. “L’enigma” è anche ricchissimo di citazioni e allusioni che oscillano dalla cultura tutta tragica dell’occidente a quella che ha superato il tragico e il linguaggio dell’orientale (la Marzocchi ha lavorato e vissuto in Giappone per diversi anni, infatti). Molte di queste citazioni, per stessa ammissione dell’autrice, sono inconsapevoli, vengono cioè dall’inconscio nel momento della creazione, e sono spesso capovolte come la cipollina dei “Fratelli Karamazov” di Dostojevski, o il bestiario preso dal “Pinocchio” di Collodi, o ancora la natura rinsecchita che sembra uscita dal “Trionfo della morte” di Dürer. In “Niger” il mondo sterile e paralizzato di una post-vita di “L’enigma” si è finalmente dischiuso. Marzocchi ha spiegato che questo ammorbidimento, questo ritorno alla vita del suo nuovo lavoro è dovuto, in parte, alla scoperta di una nuova tecnica per realizzare i suoi fumetti. Una tecnica completamente artigianale quella dello schreching che consiste nel graffiare da una superficie nera il disegno. Una tecnica a levare, a fare uscire le immagini dal nero, come uno scultore che modellasse la materia, o uno scrittore che tagliasse le parti superflue del suo racconto. Insomma in “Niger” la storia ricomincia a è sempre attraversato da una ricerca di identità e dalle metamorfosi per conseguirla perché “quello che ti salva non è mai qualcosa di buono, ma sempre qualcosa di oscuro”. E inoltre l’unico punto fermo, forse l’unica speranza che attraversa le storie della Marzocchi è questa idea di comunità dei suoi personaggi uccelli, quelli che si riuniscono a prendere il tè per deliberare sulle sorti dei loro amici, un’idea di pace e fratellanza simile a quella che si può trovare nelle poesie di Saba.

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